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Il potere di attrazione dell’orrore si può raccontare con due esempi. Nel primo caso facciamo un notevole salto a ritroso nel tempo fino al 26 dicembre 1973, quando nelle sale uscì il film L’Esorcista di William Friedkin. L’horror del secolo fu distribuito negli Stati Uniti e in Canada, mentre in Europa e nel resto del mondo arrivò l’anno successivo.

In Italia arrivò il 4 ottobre 1974 e la stampa dell’epoca testimonia che a Milano, per esempio, fu proiettato nei cinema Apollo, Manzoni e Tonale con il divieto di visione per gli spettatori di età inferiore ai 14 anni. A Torino arrivò venerdì 11 ottobre, con le prime proiezioni all’Ambrosio e all’Augustus.

Per riportare il secondo esempio rimaniamo negli stessi anni. Il 15 luglio 1974 a Sarasota, in Florida, la giornalista Christine Chubbuck si tolse la vita in diretta televisiva mentre conduceva la diretta del suo talk show Sunset Digest, sull’emittente Channel 40. Dopo aver dato un annuncio entrato nella storia si portò alla bocca la sua pistola e premette il grilletto.

In merito al primo esempio, nonostante la contagiosa paura che si consumava tra le poltroncine delle sale, il film di Friedkin è ancora oggi uno dei film horror con i maggiori incassi di sempre: 441 milioni di dollari. Nel secondo caso la storia è ben diversa: la drammatica diretta di Christine Chubbuck, proprio in quanto diretta, colse i telespettatori di sorpresa. Per questa storia non parliamo, infatti, di numeri: ciò che interessa l’approfondimento di oggi è la ricerca morbosa della registrazione del suo suicidio.

Dopo il tragico evento la pellicola con immortalata la morte della giornalista fu ritirata ma dal 2016, dopo l’uscita di un film biografico Christine di Antonio Campos, il popolo di Internet non fa che cercare il nastro perduto. Su YouTube, ad esempio, sono presenti filmati fake di quel momento. Molti utenti sono convinti di avere di fronte ciò che accadde negli studi di Channel 40. Così non è. Ciò che è chiaro è che per entrambi gli esempi siamo di fronte a una massa che rincorre il macabro: la ragazzina indemoniata di una fiction e la morte in diretta di una donna.

L’attrazione dell’orrore sul piccolo schermo

Di quanto ci piacciano i mostri, i serial killer e più in generale i fatti di sangue abbiamo già parlato. Il successo dei format true crime è la prova di quanto il fascino del male si eserciti, ormai, sul pubblico mainstream. In Italia, ad esempio, alcuni programmi televisivi divenuti popolari negli ultimi 40 anni sono inevitabilmente stati una palestra per il pubblico attratto dal lato oscuro dell’animo umano e dal macabro. Aspetti, questi, che fino alla loro comparsa sul piccolo schermo erano relegati al cinema dei grandi maestri da George RomeroDario Argento, da Alfred HitchcockMario Bava, da Sam RaimiLucio Fulci e via discorrendo.

Stiamo parlando, ovviamente, di Telefono Giallo (1987-1992) condotto da Corrado AugiasUltimo Minuto (1993-1997) condotto da Simonetta MartoneMaurizio MannoniBlunotte (1998-2012) condotto da Carlo LucarelliStorie Maledette (1994-2020) condotto da Franca Leosini. Oggi sopravvive Chi l’ha Visto?, il programma nato nel 1989 con Donatella RaffaiPaolo Guzzanti alle prime conduzioni e ora guidato da Federica Sciarelli.

Altra menzione merita Quarto Grado, che dalle prime due edizioni – 2010 e 2011 – condotte da Salvo Sottile ha conquistato il pubblico grazie ai servizi sul delitto di Perugia e l’omicidio di Avetrana. E proprio dal format crime di Rete 4 che l’approccio alla cronaca nera diventa ancora più casalingo, con le persone coinvolte nei casi ridotte a interessanti personaggi televisivi.

Perché abbiamo questa passione?

Il conforto della fiction

Anna Lisa Bonfranceschi in un articolo pubblicato su Wired nel 2023 parla del “lato piacevole della paura” e cita il Recreation Fear Lab, un centro di ricerca della Aarhus University della Danimarca dedicato esclusivamente allo studio dell’attrazione per la paura. Uno dei ricercatori, Mathias Clasen, ha spiegato che l’eccitazione (italic necessario) per il male nasce in primo luogo dall’aspetto della finzione. I film horror sugli zombie, le possessioni demoniache, i fantasmi, i mostri e i vampiri sono ovviamente fiction, sebbene tra il pubblico ci siano sempre utenti sensibili a vario titolo.

La finzione, dunque il fatto di assistere a un film con tanto di regia e interpreti e che quindi non documenta un evento reale, ci fa sentire al sicuro e dunque stimola il nostro spirito critico: i morti che camminano non esistono, tanto meno i vampiri, per esempio. Allo stesso tempo, la nostra passione per l’horror è da individuare nelle nostre paure ancestrali.

Di questo aspetto ci parla Kristen Knowles, psicologa evoluzionista, nel suo blog sul portale della Queen Margaret University:

È probabile che i tipi di eventi rappresentati nei media horror che hanno poche probabilità di verificarsi oggi (ad esempio, essere braccati dai predatori o seguiti da un assassino) fossero molto più comuni nel nostro passato evolutivo. Pensare a cosa potresti fare in una situazione come questa avrebbe potuto sembrare comune ai nostri antichi antenati, e forse ha portato alla loro sopravvivenza – e vivere, invece di morire, ha permesso al loro lignaggio genetico di continuare, trasmettendoci oggi questi sentimenti e comportamenti innati.

Il rifiuto della morte, secondo Ernest Becker

Un altro suggerimento arriva da Geopop, che in un articolo del 2024 di Samantha Maggiolo cita l’opera The Denial of Death di Ernest Becker (1973) in cui l’autore individua nei film dell’orrore la capacità di portarti all’elaborazione della paura della morte, che è il filo rosso che mette insieme tutta la cinematografia del brivido.

Scrive Becker:

Il mondo reale è semplicemente troppo terribile per essere accettato colle sue spietate prospettive nei confronti di quell’insignificante e tremebondo animale che è l’uomo, destinato al decadimento e alla morte. L’illusione trasfigura questa realtà e fa sembrare l’uomo di vitale importanza per l’universo e, in qualche modo, immortale.

Ecco che la rappresentazione del male, al cinema o nella letteratura, diventa per noi strumento di elaborazione e vittoria sulla paura, un alleggerimento della consapevolezza dello stato di mortalità.

La paura controllata

Ciò che proviamo di fronte a una scena spaventosa, disgustosa o – peggio ancora – disturbante è una paura controllata. Abbiamo il potere, infatti, di interrompere la riproduzione se stiamo visionando quel contenuto da una piattaforma, ma anche quello di lasciare la sala se siamo al cinema o di cambiare canale se siamo di fronte al televisore.

C’è di più. Nel nostro approfondimento pubblicato in corrispondenza dell’uscita della miniserie Il Mostro su Netflix abbiamo citato il lavoro delle dottoresse Anna CappaCristina Colantuono sul portale Istituto per lo Studio delle Psicoterapie. Nel loro articolo parlavano della preparedness theory a proposito del true crime, ma possiamo declinare la loro analisi al nostro caso. Leggiamo:

Guardare ed ascoltare storie di crimini violenti potrebbe rappresentare una simulazione mentale, utile per identificare segnali di pericolo reali. In letteratura questo fenomeno è conosciuto come preparedness theory, teoria secondo cui il cervello umano è predisposto a rispondere a minacce ancestrali come aggressioni o omicidi.

La nostra attrazione per il mondo dell’orrore, quindi, oltre a stimolare un’importante scarica di adrenalina, può essere legata a un comportamento innato che ci porta a trovare un antidoto in ciò che ci disgusta e spaventa. Siamo attratto dall’orrore perché da esso vogliamo sfuggire, ma allo stesso in tempo in esso troviamo gli strumenti per sfuggirvi.

Fonti

  • Corriere della Sera, 4 ottobre 1974, p. 12.
  • La Stampa, 11 ottobre 1974, p. 6.
  • Anonimo (1974). “Presentiamo alla tv la prima di un suicidio” e la bella annunciatrice si spara davvero. Corriere della Sera, p. 5.
  • A. L. Bonfranceschi (2023). Perché l’horror ci piace così tanto? Wired.
  • M. Clasen (2021). On the psychology of horror movies. Psychology Today.
  • K. Knowles (2021). Horror psychology: Tales of the unnerving from a biological perspective. Queen Margaret University.
  • S. Maggiolo (2024). Perché ci piacciono gli horror? L’attrazione di molte persone per la paura controllata. Geopop.
  • E. Becker (1973). Il rifiuto della morte. eBook, p. 212-213. Edizioni Paoline (1982).
  • A. Cappa, C. Colantuono (2025). Il fascino del true crime: perché siamo ossessionati dai crimini violenti. Istituto per lo Studio delle Psicoterapie.

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