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Dalle storie di cronaca nera ai grandi misteri irrisolti, la voce narrante di un podcast è ormai la colonna sonora di molte giornate italiane. Una tendenza già percepibile dalle classifiche di Spotify, dove titoli come Demoni Urbani, Indagini o le inchieste di Pablo Trincia restano stabilmente in vetta, e che viene confermata anche dai dati.

Ma chi ascolta principalmente i podcast? Quando? E soprattutto, perché questa fascinazione per il lato oscuro dell’umanità? Sono domande interessanti a cui proviamo a rispondere sì con qualche numero, ma non solo: per capire le ragioni del successo dei podcast true crime dobbiamo guardare dentro noi stessi.

Un fenomeno in espansione

Un’indagine di AstraRicerche per glo di inizio 2025 rivela che quattro italiani su cinque (l’83,5%) ascoltano podcast almeno “ogni tanto”, e il 37,4% dichiara di preferire proprio quelli che raccontano delitti e indagini. Una cifra enorme, una miniera d’oro che fa gola alle piattaforme di streaming.

Il true crime è il secondo genere più apprezzato dopo le storie di vita e crescita personale (42,3%). A seguire c’è poi l’intrattenimento e il lifestyle (34,6%), la cultura, i libri e il cinema (34,4%), la scienza (32,0%), i viaggi (26,8%), e infine la cucina (22,0%).

Qual è il momento migliore? Secondo i soggetti intervistati, prima di dormire (34,9%), durante una passeggiata (34,6%), in auto o sui mezzi pubblici (33,1%), mentre si cucina o si fanno le faccende domestiche (32,5%), durante la pausa pranzo (25,4%), la beauty routine (17%), lo studio o il lavoro (16,4%) o mentre si fa sport (14,5%).

Chi ascolta i podcast true crime e perché

L’identikit di chi ascolta maggiormente true crime in Italia è chiaro: donna (45% contro il 30% degli uomini), giovane adulta (18-29, il 61%). Ma perché? Cosa ci attira così morbosamente verso storie così inquietanti?

Secondo un’analisi dell’Istituto per lo Studio delle Psicoterapie (ISP), il fascino del true crime nasce dall’interazione tra motivazioni evolutive, psicologia individuale e contesto culturale.

Da un lato stimola la curiosità e la vigilanza ancestrale, come suggerisce la preparedness theory: ascoltare storie di crimini violenti funziona come una simulazione mentale, utile a riconoscere possibili minacce. Dall’altro, il genere suscita empatia per le vittime e attiva la cosiddetta morbid curiosity, una forma di curiosità che spinge a esplorare il macabro e il proibito, creando un mix emotivo tra tensione e piacere.

Il true crime riflette inoltre paure, valori e dinamiche sociali collettive, dall’attenzione alla giustizia alla sensibilità verso questioni di genere, classe o etnia. Tuttavia, il genere richiede anche consapevolezza etica: la spettacolarizzazione della sofferenza può disumanizzare le vittime e idealizzare i colpevoli, e il confine tra narrazione informativa e sensazionalismo resta molto sottile.

Siamo ciò che ascoltiamo

A questo punto, ci resta una riflessione da fare, poiché indagare i fenomeni culturali di massa ci aiuta a comprendere noi stessi, il momento storico in cui viviamo, cosa temiamo, cosa sogniamo.

Un medium ci restituisce un’immagine molto chiara di chi siamo. Se all’ascolto di un podcast true crime ci limitiamo ad assaporare il brivido, senza chiederci perché lo proviamo, allora abbiamo fallito nell’osservare la realtà che ci circonda.

Ma se quel brivido solleva delle domande – qualsiasi domanda – allora vale davvero la pena di provarlo. È così che una società cresce: alla vertigine segue una domanda, e alla domanda segue una risposta. E una possibile risposta, per alcuni di noi, è che forse ci rassicura il pensiero di sentirci migliori di assassini e criminali.

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