Prologo
L’efferata uccisione di cinque ragazzi, fuori da ogni codice di vendetta, crea il monstrum, il fatto senza misura e senza ragione che si fa memoria comunitaria come immaginario persecutorio e come ripetizione ossessiva.
Eravamo presenti, nel lontano 2004, alla presentazione del libro Ordàri di Totore Piras. L’Auditorium “G. Fiori” di Silanus (NU) stava per esplodere. Con la sua inchiesta l’autore aveva restituito alla collettività la storia che da almeno un secolo era alla base di antiche suggestioni tipiche di quel periodo storico in cui le donne si recavano al fiume Ordàri che delimitava il confine tra Silanus e Bortigali, due piccoli centri della provincia di Nuoro. Quelle donne vi si recavano per mondare i panni alle prime ore del mattino, illuminate dal riflesso timido della luna. Ecco, si diceva che quell’area era infestata da sas animas, le anime di Ordàri.
Se strani volti comparivano accanto alle massaie che si riflettevano nell’acqua durante le operazioni di pulizia allora era cosa mala, un cattivo presagio, ed era meglio fuggire. Perché? Piras trovò la risposta e scoprì, grazie alle sue ricerche, che proprio in quella zona un tempo c’era un mulino all’interno del quale, nel 1851, si consumò una tragedia: cinque persone erano state uccise.
Ecco, alla presentazione del libro eravamo presenti e all’interno dell’Auditorium le persone si accalcavano. Era presente anche il professor Bachisio Bandinu, autore della prefazione e delle parole che abbiamo usato per introdurre questo approfondimento. Facciamo notare che Bandinu parla di “memoria comunitaria”, “immaginario persecutorio” e “ripetizione ossessiva“. Quel giorno erano presenti tutti e tre gli elementi. I residenti di Silanus e dei paesi limitrofi erano accorsi per conoscere quel fatto di sangue.
Cronaca nera e true crime: affinità e divergenze
Distinguere la cronaca nera dal true crime può sembrare complesso. La prima va a braccetto con il mondo del giornalismo ed è materia della o del giornalista, anche nella sua accezione archetipica. Insomma, racconta il fatto e a ciò si limita.
La seconda è spiegata in maniera eloquente e schietta da Jude Ellison Sady Doyle nel suo Il mostruoso femminile. Il patriarcato e la paura delle donne nel paragrafo Morte Viventi:
Il true crime è un horror a cui sono stati tagliati i freni.
Ma cos’è il true crime? Troviamo la risposta nel nome stesso: true perché si parla di storie vere, crime perché ci sono persone morte, uccise. Chi conosce questo mondo sa che il suo tratto distintivo rispetto alla cronaca nera è la componente emozionale, individuata da Joy Wiltenburg nel suo studio True Crime: The Origins of Modern Sensationalism che viene citato da Pamela Burger su Jstor Daily.
Si può già notare che per introdurre il true crime non abbiamo fatto riferimenti al giornalismo, ma questi due mondi possono incontrarsi. Troviamo un esempio contemporaneo in Truman Capote, che con il suo A Sangue Freddo (1966) rompe gli schemi del giornalismo e inserisce la componente narrativa. Capote, che non è un giornalista, racconta il quadruplice omicidio della famiglia Clutter e soffre insieme ai protagonisti, compresi gli assassini. Il risultato? Un capolavoro letterario pubblicato in un’epoca in cui i media sono sempre più vicini alle tiepide case del popolo, alle autoradio, ai diffusori. I racconti del crimine, sempre più accessibili, diventano un fenomeno di massa.
Capote vive il lavoro di stesura dell’opera scegliendo il rispetto degli eventi, e ciò mette a dura prova il suo equilibrio. Un approccio che il nostro romanziere ha già adottato in precedenza, come confida al suo editore Robert Linscott in una lettera del 1947: “Ogni parola mi costa sangue”. E con A Sangue Freddo chi legge entra nella testa dell’autore e non trova morbosità. Diventa, piuttosto, l’occhio del narratore che passeggia per le campagne del Kansas per studiare, riordinare e raccontare i fatti, senza alcuna manipolazione del dramma, che tale resta. Poi eccoci, infine e nostro malgrado, al nostro tempo.
Content creator e influencer
È un mondo fatto di Netflix, Spotify e loro affini. I documentari true crime vengono adattati al formato video nel primo caso, restano nella dimensione audio nel secondo, meglio noti come podcast. È l’evoluzione del testo scritto, riadattato a un pubblico che sceglie la velocità e il disimpegno, e proprio il disimpegno è al centro di questo approfondimento.
I format true crime di oggi raramente sono inchieste – come accade invece con Spazio70, spesso territorio di scoop firmati da addetti al lavoro giornalistico, o come le stagioni di Pablo Trincia per Sky – e sempre più spesso sono compressi in singoli episodi raccontati da una o più voci con effetti speciali, tappeti musicali e una certa dose di pathos e spettacolarizzazione (ecco perché si parla di infotainment) che tanto piacciono a chi vede e ascolta. In poche parole, oggi il true crime vende e aiuta a vendere.
Il true crime vince in assoluto nel mondo dei podcast. Lo dimostrano le classifiche su Spotify in cui sul podio troviamo sempre almeno uno show di questo genere, sia se parliamo di top podcast sia se parliamo di trending podcast. A firmare questi formati raramente troviamo personalità del mondo del giornalismo, e qui si crea la netta differenza: troviamo, piuttosto, content creator e influencer, ed ecco il problema dell’etica.
L’etica
La professoressa Whitney Phillips, docente associata di Politica dell’Informazione ed Etica dei Media presso la University of Oregon, fa notare che le vittime delle ricostruzioni true crime sono generalmente donne bianche perché tali sono le fruitrici. Un dato pericoloso, secondo Phillips, perché sottintende che non tutte le donne siano importanti.
Andando avanti, Phillips fa notare che spesso autrici e autori dei podcast true crime sono attrici e attori del cinema o del teatro che, grazie alle storie che raccontano, riescono a vendere il loro merchandising “riducendo la vita e le tragedie delle vittime a contenuti commerciabili”, dove le vittime vengono disumanizzate e “trasformate in merce e meme”. Accade anche con influencer e content creator, che per sfruttare l’onda del consumismo di cui inevitabilmente il true crime fa parte sfruttano la notorietà conquistata con il loro show per distribuire i loro libri e i loro prodotti.
Tutto diventa un gioco divertente, quindi, di cui abbiamo almeno due esempi in Italia. Uno arriva da un canale di successo in cui gli autori stessi indicano come “divertente” ogni storia “di morti ammazzati” (parole loro) che introducono. Un altro esempio è un altro canale, altrettanto di successo, in cui l’ascesa criminale dei serial killer e le brutalità subite dalle vittime diventano oggetto di battute goliardiche. Anche per questi show esiste un merchandising ben assortito.
Oltre alla disumanizzazione e mercificazione delle vittime e delle loro storie, quindi, l’azione criminale assume i tratti dell’epica. Chi commette omicidi si trasforma nel villain del romanzo noir, il fatto di cronaca nella lore appassionante. Il risultato è spesso la creazione dell’idolo, con la nascita di vere e proprie fanbase dell’omicida. Ne fa esempio la già citata Doyle nel suo Mostruoso femminile:
Una delle fan di Dahmer intervistata dallo show di Netflix Dark Tourist sostiene che «alle donne piacciono i ragazzacci». «Non gli piaceva affatto uccidere. Voleva solo avere qualcuno accanto e non voleva doversene prendere cura», aggiunge un’altra donna, cercando di spiegare perché Dahmer abbia versato dell’acido nel cervello di essere umani ancora in vita con la speranza di renderli docili zombie del sesso.
Sui social pullulano persone che descrivono Richard Ramirez come “il mio amore”, ma accade la stessa cosa con Ted Bundy. In Italia potrebbe succedere anche con Angelo Izzo.
Una modesta proposta
Ciò che si dovrebbe fare, secondo lo scrivente, è ricordare ad autrici e autori dei podcast true crime quali siano le responsabilità della divulgazione e quanto siano tragiche le storie che hanno scelto di raccontare, spesso innaffiate con una toxic positivity fuori luogo e un’estetica che mal si sposa con il dramma rimasto tra le famiglie in sofferenza per le loro perdite e i congiunti in galera.
Si dovrebbe ricordare, a queste persone che divulgano il true crime senza aver sposato un codice deontologico, che la dignità è spesso un treno che passa una volta sola e che i loro libri, le tazze, le t-shirt e le risate possono trovare un vetrina più adeguata in altri contesti. Il web è infinito, i social altrettanto. C’è spazio anche per diversificare e raccontare, magari, storie di vittime non caucasiche che subiscono, anche dopo la morte, la capitalizzazione dei like e delle interazioni. L’algoritmo può attendere.
Fonti
- S.A. Piras (2004). Ordàri. Silanus-Bortigali, una strage dimenticata. Carlo Delfino Editore.
- J.E.S. Doyle (2021). Il mostruoso femminile. Il patriarcato e la paura delle donne, tradotto da Laura Fantoni. Edizioni Tlon.
- J. Wiltenburg (2004). True crime: the origins of modern sensationalism, p. 1377. The American Historical Review.
- P. Burger (2016). The bloody history of the true crime genre. Jstor Daily.
- H.E. Lehmann-Haupt (2025). Johannes Gutenberg. Britannica.
- E. Nicolosi (2023). Dal Circeo a Dahmer: il true crime e il dilemma (etico) di raccontare i mostri. AlFemminile.
- https://podcastcharts.byspotify.com/it.
- J. Gray (2023). The true crime genre is popular, but is it ethical? University of Oregon.
- I. Tassi (2021). Truman Capote, lo stile mi fa martire, ogni parola è sangue. Il Manifesto



