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La mia generazione – quella dei millennials – è cresciuta con grande familiarità con i prodotti di intrattenimento giapponesi. Manga, anime, videogiochi erano il pane quotidiano grazie a Bim Bum Bam, l’Anime Night su MTV Italia e il successo prorompente di Game Boy e PlayStation. Quelle che da bambino erano occasioni per fantasticare, da adolescente si sono trasformate in momenti di riflessione, che hanno consolidato ancor di più la mia passione per l’intrattenimento che veniva dal Sol Levante.

Tra i mille modi di vivere questo interesse c’è il cosplay, ovvero l’arte di indossare un costume e interpretare un personaggio di fiction. Un hobby che per qualcuno è diventato anche un lavoro, ma che fa ancora fatica a guadagnarsi un posto d’onore tra le arti e i mestieri, similmente a quanto accade – almeno in Italia – all’arte drag.

Perché dietro un cosplay non c’è solo passione, ma anche tanto, tanto lavoro: dal confezionamento del costume, alle parrucche, al makeup, fino a incarnare l’essenza stessa di un personaggio, con le sue pose, le sue battute, i suoi tratti distintivi.

Ma dietro la patina colorata si nasconde anche un mondo di contraddizioni, di corpi oggettificati, pressione sociale, emarginazione, questioni identitarie. Un mondo complesso e stratificato, su cui vale la pena porsi qualche domanda.

Perché i cosplayer fanno cosplay: identità ed empowerment

Prima di tutto, qualche accenno storico: la parola “cosplay” nasce nel 1983 dalla penna del reporter giapponese Takahashi Nobuyuki, che la coniò per descrivere le persone mascherate da personaggi di fumetti alla WorldCon di Los Angeles. Ma la prima traccia possiamo ritrovarla molto prima, già nel 1939, quando Forrest J. Ackerman partecipò alla prima World Science Fiction Convention, indossando un “futuristicostume”, un outfit d’ispirazione fantascientifica. Insomma, ben prima che l’Anime Night su MTV ci tenesse svegli il martedì sera fino a tardi.

Molti cosplayer raccontano che il costume è prima di tutto uno strumento di esplorazione personale: interpretare un personaggio permette di sperimentare modi di muoversi, toni della voce, posture e identità che nella vita quotidiana risultano impraticabili o inaccessibili. In questo senso il cosplay funziona come un “avatar” che consente di proiettare sé stessi in ruoli diversi, incluse varianti di genere o versioni idealizzate del proprio corpo.

Trattandosi di personaggi fittizi, non esistono regole: chiunque può essere chiunque, valicando così i limiti fisici e di genere, poiché la fedeltà visiva si manifesta attraverso il rispetto dell’opera che si vuole omaggiare più che sulla somiglianza in sé.

Allo stesso tempo, il cosplay è anche una forma di performance sociale: esibirsi in pubblico richiede di negoziare con lo sguardo altrui, rispettare regole implicite di comportamento e l’accordo sui confini tra personaggio e persona. Questa dinamica può essere liberatoria (perché permette di costruire una narrativa alternativa sul proprio corpo) ma anche rischiosa, quando lo sguardo esterno diventa giudicante o predatorio.

Il lavoro del cosplay: artigianato, makeup, performance

Dietro ogni cosplay convincente ci sono molteplici abilità: sartoria, modellazione di armature, pittura di props (accessori come armi o strumenti), trucco prostetico, wig styling, fotografia e regia di set. Per chi prende la cosa sul serio, il costume è un progetto che richiede tempo, materiali costosi e competenze tecniche specializzate.

Dei cosplayer interpretano i personaggi di Star Wars

Fonte: iStock
Negli ultimi anni una frazione crescente di cosplayer ha trasformato questo know-how in una fonte di reddito: vendite di commissioni, merchandising, Patreon, servizi fotografici, ospitate in convention e collaborazioni con brand legati al mondo dei videogiochi e dell’intrattenimento. Tuttavia, il mercato è concentrato: poche persone riescono a monetizzare in modo stabile, mentre la maggior parte resta dilettante o lavora soltanto in modo occasionale.

Questa professionalizzazione si inserisce in un circuito quasi spietato: le fiere (come il Lucca Comics & Games) cercano creator capaci di attirare pubblico; le agenzie vogliono volti con engagement; i brand cercano contenuti pronti per i social. E purtroppo l’artigianato del cosplay – il “dietro le quinte” fatto di colla a caldo, termosaldature e prove di posa – passa quasi in secondo piano.

Corpo e oggettificazione: il problema delle donne nel cosplay

C’è un’altra questione, però, che merita di essere affrontata con la dovuta attenzione. L’inclusività autoproclamata del cosplay coesiste con una forte tendenza alla sessualizzazione delle figure femminili: costumi succinti, richieste di set fotografici “hot” e la pressione a conformarsi a canoni estetici spinti dall’algoritmo dei social.

Le conseguenze sono ambivalenti. Per alcune cosplayer la sessualità interpretata è fonte di empowerment: quando è una scelta consapevole, infatti, permette di avere controllo sulla narrativa del proprio corpo. Per altre, invece, la stessa dinamica diventa una forma di oggettificazione, body shaming e molestie, soprattutto quando la performance viene letta come “invito” piuttosto che come scelta artistica.

Lo slogan “Cosplay is not consent” e le campagne contro gli abusi nelle convention hanno messo in luce come vestire un costume non sia sinonimo di disponibilità: le segnalazioni di foto non autorizzate, palpeggiamenti non consensuali e commenti predatori dimostrano che i confini tra esibizione e sfruttamento sono ancora fragili.

A favorire un clima di molestie sono principalmente due fattori: la carenza di un’educazione sessuale e affettiva adeguata, che insegni alle persone i confini invalicabili dello spazio occupato dal proprio corpo e quello degli altri, e una difficoltà a separare l’elemento di fiction dalla realtà. Se un cosplayer incarna un personaggio, non è quel personaggio: è una persona in carne e ossa, non la fantasia di un fan. Sembra un concetto banale, ma per molti non è così.

Sbocchi lavorativi: non solo like

Oltre alla creazione diretta di contenuti a pagamento (Patreon, OnlyFans, set fotografici), i percorsi professionali legati al cosplay sono vari:

  • creator professionali: gestiscono abbonamenti, vendono foto e tutorial. Alcuni ottengono guadagni significativi, ma sono l’eccezione;
  • costumisti: chi realizza costumi per terzi, riproduce armature o accessori;
  • makeup artist e wig stylist: competenze richieste anche fuori dalle fiere (shooting, eventi);
  • fotografi/content producer: figure chiave per trasformare il costume in prodotto digitale vendibile;
  • collaborazioni con aziende: ospitate, ambassador per brand di gaming, cosmetica o abbigliamento geek.

Collocandosi nella cornice della libera professione, i cosplayer sono soggetti alle normali imposte. Non esistono tutele da parte dello Stato o contratti, se non quelli che riguardano eventuali collaborazioni con i brand, alla stregua degli influencer. Per cui la sostenibilità è ancora un miraggio per molti appassionati: i cosplayer diventano imprenditori di sé stessi, imparando a brandizzarsi e a diversificare le entrate, in un clima di precarietà.

Tra etica e possibilità

Il cosplay contemporaneo è una scena magmatica: specchio di desideri individuali, laboratorio di mestieri creativi e insieme terreno di contraddizioni – soprattutto sul tema del corpo femminile e del consenso. Raccontarlo richiede delicatezza: è necessario riconoscere il potenziale emancipatorio di mettersi in gioco senza banalizzare le esperienze di chi subisce oggettificazione o sfruttamento.

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