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Davvero le piazze non servono più a niente? Con il finestrino abbassato per il caldo, mi muovo da Centocelle verso San Lorenzo. I mezzi sono fermi per lo sciopero del 22 settembre, così ho preso la macchina per arrivare al punto di concentrazione: Piazza dei Cinquecento, all’ombra della non proprio riuscitissima statua dedicata a Papa Giovanni Paolo II.

Manifestare non è mai comodo: non lo è per chi scende in piazza e non lo è per chi decide di restare a casa. Le motivazioni per non partecipare sono quasi sempre tre: c’è chi sta dall’altra parte, chi è convinto che non sia la propria battaglia e chi pensa che sia inutile. È in questo contesto che incontro la signora con i due cani. È una classica signora della Roma bene: capelli biondi raccolti alla buona che gridano “sono indaffarata”, due piccoli cani costosi e l’aria di chi vorrebbe non aver lasciato il fresco del condizionatore. Cammina accanto al corteo di auto in cerca di parcheggio. È senza telefono, ma parla come se fosse in vivavoce: “Scioperare non serve a niente! Non è mai servito a niente! Tanto ormai la Palestina è persa!”.

Forse la signora non ha mai avuto davvero la necessità di manifestare. Forse non si è mai accorta che la protesta, più che utile o inutile, è un rimescolamento delle forze, una dimostrazione di compattezza e di realtà. Non deve per forza cambiare una legge, ma deve cambiare la narrazione. A fine giornata la signora con i cani, un po’ antipatica e un po’ inconsapevole, mi è rimasta addosso. Vorrei incontrarla e raccontarle di come le piazze hanno fatto la Storia e di come stiamo tutti lontano anche per lei.

Manifestare come strumento politico

Utilizzare la definizione Treccani di una parola per raccontare un fatto è forse ormai un po’ datata come impostazione, ma in alcuni casi può essere un buon incipit. Nel caso di “manifestare” leggiamo che si riferisce a una persona che fa conoscere, cioè rende noto in modo chiaro, a parole o per iscritto o con determinati comportamenti, ciò che ha nella testa o nell’animo. Manifestare quindi è un’azione che dall’interno esce verso l’esterno. Si tratta di proiettarsi, palesarsi ed esprimersi. La definizione che interessa noi è quella di una manifestazione, di una dimostrazione pubblica, ma il principio è lo stesso: dal disagio interiore alla necessità di manifestarlo pubblicamente.

Quando ci si ritrova in piazza su un tema che ci interessa, ci si rende conto di non essere soli e si viene a creare una connessione molto potente, ovvero quella per cui le persone che si hanno accanto diventano in qualche modo più familiari, dei compagni e delle compagne con cui affrontare l’ostacolo. Una manifestazione è quindi un atto collettivo pubblico che serve a mostrare una forza dal basso dirompente. Lo scopo di una manifestazione sarebbe quello di costringere chi governa a reagire: può concedere, può negoziare o in alcuni casi può finire per reprimere.

Così per la manifestazione del 22 settembre 2025 contro il genocidio palestinese e in sostegno all’azione umanitaria della Global Sumud Flotilla, lo scopo era rendere visibile l’orrore e l’ingiustizia della questione palestinese, legittimare la causa grazie alla forza dei numeri, ma anche far pressione per influenzare governi, partiti e istituzioni.

Le manifestazioni che hanno fatto la Storia

Non è vero che scioperare, manifestare e protestare non servono a nulla. È facile rispondere a una simile dimostrazione di disinteresse, perché ognuno dei diritti conquistati nasce da una piazza, da un’occupazione, da un corteo che ha costretto il governo a rispondere. Di fronte ai media che continuano a raccontarci un episodio di violenza, per quanto limitato ma ingigantito, c’è una lunga lista di successi. E in una carrellata di sentimentalismo della speranza, proviamo a ricordare una parte di quelle proteste e quelle conquiste riuscite.

Non possiamo non ricordare, per esempio, l’ottenimento del suffragio universale, del voto per le donne, del limite orario per il lavoro, delle ferie e della contrattazione collettiva. Non possiamo non ricordare il diritto al divorzio legale o il diritto all’aborto. Impossibile non lasciarsi coinvolgere dagli eventi che hanno portato all’ottenimento dei diritti della comunità LGBTQIA+ attraverso i movimenti di Stonewall, partiti da un tacco a spillo lanciato contro le forze dell’ordine.

Bisogna iniziare a prendere sul serio l’idea che la storia di una società si rispecchia nelle azioni collettive della sua popolazione. Diversi saggi che fanno riferimento al tema delle proteste e dei movimenti, come quelli di Edward Thompson e Charles Tilly, raccontano proprio di come le ondate di protesta scuotano le società, non perché gli intellettuali agitano le acque dello scontento, ma perché la gente osa esigere i diritti e i benefici che ritiene le appartengano.

Serve ancora scendere in strada?

Il sociologo italiano Alberto Melucci in “Altri codici. Aree di movimento nella metropoli” scriveva che i movimenti esistono anche nel silenzio. Lo scenario che descrive in assenza di proteste è un incubo dispotico nel quale nessuno vorrebbe davvero vivere, se non un fanatico della burocrazia più grigia. Scrive:

Sappiamo che ciò che portano è vitale per le società dei segni. Sappiamo che senza la creazione paziente dei movimenti, senza la loro sfida sui codici, i sistemi contemporanei cesserebbero di interrogarsi sul senso, per chiudersi nell’ordine asettico delle procedure.

È proprio per immaginare un mondo ancora variegato, colorato di bandiere e significati, che continua a resistenza la necessità di scendere in strada. Eppure la situazione non è buona. Gli scioperi segnano una tendenza decrescente negli ultimi decenni in tutti i Paesi del Nord del mondo. Ci sono stati momenti più intensi, come le proteste che infiammano la Francia contro le riforme o quelle sulla questione palestinese. In generale, però, come spiega il docente di sociologia economica dell’Università degli Studi di Milano Roberto Pedersini, si nota una perdita di forza di simili momenti collettivi.

I dati 2023 di Amnesty International e Ipsos, sul “Barometro dell’odio”, indicano come molte persone in Italia non credano più nel potere delle mobilitazioni. Solo il 63% degli intervistati ritiene che le manifestazioni siano utili ad apportare cambiamenti, mentre la maggior parte pensa si tratti di moda (48%) o che le proteste siano un fastidio (43%) o addirittura un pericolo (44%).

Il motivo di tale sentimento negativo verso le proteste non è tanto che queste abbiano smesso di esistere o di avere forza, ma che sempre più persone sono scontente. Si vive in un clima di profonda incertezza e di disaffezione politica. Ed è così che ha vinto una politica sempre più egoista, attaccata alla propria poltrona più che a rispondere alle necessità della popolazione che ha affidato a questa la gestione della cosa pubblica. La politica, sia a destra che a sinistra, ha delegittimato e anche criminalizzato le proteste.

Giorgia Meloni nel 2019 rispondeva così a una giornalista che criticava l’uso del Quirinale per chiamare i cittadini alla discesa in piazza contro il governo giallo-rosso:

Non so quando avete deciso che scendere in piazza è eversivo, che manifestare il proprio dissenso è eversivo. Anche questo è scritto nella nostra Costituzione. […] Gli italiani non devono per forza subire tutto.

A deciderlo, alla fine, è stato prioprio il suo di governo, con la conversione in legge del decreto Sicurezza che arriva a punire persino la resistenza passiva.

A questo si aggiunge il racconto dei giornali, fin troppo spesso asserviti ai numeri, che si concentrano su singoli episodi violenti e minano l’intera causa della manifestazione, che non è più vista come utile, ma come qualcosa di violento, di cui avere paura e da cui stare lontani.

Tutto porta alla signora con i cani, che rinuncia a protestare perché non ha speranza che le cose possano cambiare e non crede che i motivi per i quali si scende in piazza quel giorno abbiano a che fare con lei. È disillusa, è stanca e per questo accetta a testa bassa. Quello che prova di fronte a chi grida “non in mio nome” è disagio, perché non sa che farsene della propria frustrazione e allo stesso tempo è talmente disillusa e spaventata fino a confondere amici e nemici.

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