All’apparenza può sembrare retorico, invece è un dato su cui bisogna lavorare. C’è ancora un gap notevole di digitalizzazione che coincide con una netta discrepanza socio-culturale. L’accesso alle tecnologie digitali è oggi una condizione essenziale per partecipare alla vita economica e sociale. Lavoro, istruzione, sanità, pubblica amministrazione e servizi quotidiani passano sempre più attraverso la rete.
Non tutti hanno la possibilità o le competenze per farne uso. È qui che nasce il digital divide, ovvero il divario digitale che separa chi può usufruire pienamente delle opportunità offerte dalle tecnologie da chi, invece, ne resta escluso. Si può ormai affermare che la digitalizzazione è la nuova alfabetizzazione e il concetto si declina su più livelli. Il primo riguarda l’accesso materiale alla rete e ai dispositivi: connessione, computer, smartphone, infrastrutture. Il secondo è legato alle competenze digitali, indispensabili per utilizzare i servizi online e partecipare al mondo digitale.
Infine, esiste una dimensione più profonda, quella democratica, che riguarda la possibilità di esercitare i propri diritti di cittadinanza in un contesto sempre più digitale.
L’uso quotidiano delle tecnologie ha reso visibili le fragilità del sistema:
- scuole in difficoltà,
- anziani isolati,
- famiglie senza connessione o dispositivi.
Il rischio oggi è che la trasformazione tecnologica, se non accompagnata da politiche di inclusione, finisca per amplificare le disuguaglianze sociali già esistenti.
I profili della disuguaglianza digitale
Il digital divide non colpisce in modo uniforme. In Italia alcune categorie risultano più esposte e vulnerabili di altre. Gli anziani rappresentano la fascia più colpita. Secondo i dati Istat, la maggior parte delle persone oltre i 65 anni non utilizza internet o lo fa con grandi difficoltà. L’analfabetismo informatico, unito a una scarsa familiarità con le tecnologie, limita la possibilità di accedere ai servizi digitali, dal pagamento delle bollette online alla prenotazione di visite sanitarie. Le donne in determinate fasce d’età o contesti culturali, soprattutto nel Mezzogiorno, scontano ancora un ritardo nell’uso delle tecnologie rispetto agli uomini, legato a fattori occupazionali e di istruzione.
Anche gli immigrati e le persone con basso livello di scolarizzazione incontrano barriere significative, spesso linguistiche o economiche, che rendono complesso l’uso degli strumenti digitali. Le persone con disabilità costituiscono un altro gruppo vulnerabile: l’accessibilità delle piattaforme online e dei servizi digitali non è ancora garantita in modo uniforme, ostacolando l’autonomia e l’inclusione. Infine, le aree interne e rurali soffrono una carenza infrastrutturale che si traduce in connessioni lente o assenti.
In alcune zone del Paese, l’assenza della banda larga o ultralarga impedisce anche ai cittadini più competenti di utilizzare i servizi online. Queste differenze generano un circolo vizioso: chi ha meno competenze o mezzi digitali ha anche meno accesso a opportunità di lavoro, formazione e partecipazione, con un conseguente peggioramento delle disuguaglianze economiche e sociali.
La mappa dei comuni italiani più digitalizzati
Un quadro aggiornato sullo stato della digitalizzazione dei territori è stato fornito dalla Mappa dei Comuni Digitali 2025, presentata dal Dipartimento per la Trasformazione Digitale e dall’Anci. L’indagine, che ha coinvolto 3.800 comuni (pari al 48,8% del totale ma rappresentativi del 75% della popolazione italiana), mostra progressi significativi, ma anche forti dislivelli territoriali.
Il 70% dei comuni ha avviato la dismissione dei server fisici in favore del cloud, grazie ai fondi del PNRR. La maggior parte ha adottato strumenti come Spid, PagoPA, App IO e la Carta d’identità elettronica, ma solo il 43% ha digitalizzato anche i processi interni: nel resto, l’informatizzazione si ferma al front-office.
La digitalizzazione è più avanzata nei grandi centri urbani: nei comuni sopra i 100.000 abitanti oltre l’80% dispone di backup e piani di emergenza, mentre nei piccoli centri sotto i 5.000 abitanti la percentuale scende al 43%.
Sul fronte amministrativo, il 75% dei comuni ha informatizzato delibere e determinazioni, ma resta debole l’integrazione con le banche dati esterne. Oltre il 90% è connesso alla Piattaforma Digitale Nazionale Dati (PDND), ma non tutti utilizzano i servizi in modo attivo.
Sul piano della sicurezza informatica, oltre l’80% dei comuni dichiara di non aver subito attacchi informatici, anche se circa il 10% ammette di non avere strumenti per verificarlo. Solo il 50% ha sistemi di disaster recovery attivi e il 33% non ha ancora pianificato strategie di protezione.
Il rapporto evidenzia anche un altro aspetto: la mancanza di personale formato. Il 75% dei comuni si affida a fornitori esterni per la gestione ICT e, nei centri più piccoli, due terzi dei responsabili digitali provengono da ambiti non tecnici.
La mappa disegna quindi un’Italia a due velocità: da un lato le grandi città che avanzano verso l’automazione dei servizi, dall’altro piccoli comuni e aree interne che faticano a tenere il passo. Un divario che rispecchia perfettamente le disuguaglianze sociali ed economiche del Paese.
Come ridurre la disuguaglianza digitale
Ridurre il digital divide significa prima di tutto garantire accesso universale alla rete e alle infrastrutture. L’estensione della banda ultra-larga su tutto il territorio nazionale, in particolare nelle aree rurali e montane, è una priorità.
Parallelamente serve investire in formazione digitale, non solo per i giovani ma anche per adulti e anziani. Le competenze digitali di base devono essere considerate un diritto civico al pari dell’alfabetizzazione tradizionale.
Programmi di educazione digitale nelle scuole, corsi pubblici gratuiti, sportelli comunali e campagne di sensibilizzazione possono aiutare a colmare il divario di conoscenze.
L’Italia ha già avviato la Strategia nazionale per le competenze digitali, con l’obiettivo di:
- portare al 70% la popolazione con competenze digitali di base entro il 2025;
- raddoppiare quella con competenze avanzate;
- triplicare i laureati in ICT;
- aumentare del 50% le PMI che impiegano specialisti digitali;
- quintuplicare i cittadini che usano servizi pubblici digitali.
Ma la strategia, da sola, non basta. Occorre coordinare gli interventi tra governo, regioni, comuni, aziende e terzo settore, creando ecosistemi digitali inclusivi.
Infine, l’accessibilità è un altro elemento chiave. Tutti i siti web, le app e i servizi digitali devono essere progettati in modo da poter essere utilizzati da persone con disabilità, in linea con gli standard internazionali sull’accessibilità (WCAG).
Inclusione digitale: un’utopia?
L’inclusione digitale è la condizione per una società davvero equa e sostenibile. Ma è ancora lontana dall’essere realtà.
Il digital divide non è solo una questione tecnologica: riflette e amplifica le disuguaglianze economiche, educative e territoriali. Chi non ha accesso a internet non solo è escluso da servizi e opportunità, ma rischia di essere escluso dal pieno esercizio dei propri diritti di cittadino.
L’inclusione digitale, quindi, non può limitarsi a distribuire connessioni o computer, ma deve promuovere autonomia, consapevolezza e competenze. È necessario un cambiamento culturale che renda il digitale uno strumento di partecipazione e non di esclusione.
Progetti come l’Accademia dei Comuni digitali, che forma il personale pubblico, o iniziative locali come corsi gratuiti per anziani e disoccupati, sono passi importanti verso questa direzione.
Le Nazioni Unite hanno riconosciuto internet come diritto umano fondamentale già nel 2012, definendolo “una forza per lo sviluppo e la partecipazione democratica”. Ma finché milioni di cittadini resteranno privi di connessione o competenze, il rischio è che la rivoluzione digitale diventi un fattore di ulteriore frammentazione sociale.
Investire nella riduzione del digital divide significa investire in coesione, democrazia e futuro. Perché nell’era della connessione globale, essere esclusi dal digitale equivale a essere esclusi dal mondo.



