La separazione delle carriere potrebbe sembrare un argomento di settore, dedicato agli esperti. In realtà si tratta di una modifica della Costituzione, in particolare agli articoli 87, 102, dal 104 al 107 e 110. In questi si definisce l’assetto del potere giudiziario italiano e, intervenendo su questi, si sta incidendo in modo duraturo sull’equilibrio tra funzione giudicante e funzione requirente. E questa riforma costituzionale è già avvenuta. Il 30 ottobre 2025 la separazione delle carriere tra magistratura giudicante e requirente è stata sancita. Questa modifica la struttura dell’autogoverno della magistratura, ridefinisce il ruolo del Consiglio superiore e istituisce un nuovo organo disciplinare.
Il problema del confronto verso il referendum sarà di natura strettamente politica, perché vedrà la retorica di destra contro la retorica dei tecnici della giustizia, che difficilmente riescono ad arrivare alle ragioni del cittadino. Il ministro Nordio, per esempio, ha già parlato ai cittadini chiedendogli se sono contenti di come oggi funziona la magistratura, o ancora Giovanni Donzelli si è riferito al referendum sulla separazione delle carriere come se a vincere sarà il “popolo di Garlasco“. Anche dall’altra parte c’è una tensione verso l’estremismo, come nel caso di Francesco Boccia del Partito Democratico, secondo cui il voto al referendum servirà a “impedire a Meloni di assumere i pieni poteri“. Dov’è la verità? Proviamo a sciogliere qualche dubbio.
La riforma è stata approvata
La riforma è già stata approvata in data 30 ottobre 2025, ma è vero anche che per entrare pienamente in funzione dovranno essere approvate una serie di leggi ordinarie per regolare tutti i dettagli. Intanto il Parlamento ha approvato in maniera definitiva la legge che introduce la separazione delle carriere tra magistratura giudicante e requirente.
Il punto di vista del Governo che ha presentato la riforma è di rafforzare l’imparzialità dei giudici e l’autonomia del pubblico ministero, correggendo quella che è stata definita una sorta di impostazione storica della Costituzione del 1948. Questa infatti distingueva le funzioni, ma manteneva i magistrati in un unico ordine.
L’approvazione arriva nel 2025, ma il dibattito è datato. Già alla fine degli anni ’90 ci furono una serie di proposte per modificare gli articoli 104 e seguenti, ma mai nessuna era arrivata così tanto avanti. C’è riuscito questo Governo con la maggioranza assoluta in entrambe le Camere.
Il Parlamento ha quindi approvato la legge costituzionale che prevede:
- due carriere distinte per magistrati giudicanti e requirenti;
- ognuno con il proprio Consiglio superiore della magistratura;
- entrambi istituiti dal Presidente della Repubblica.
Poiché in uno dei passaggi parlamentari non è stata raggiunta la maggioranza dei due terzi, la riforma sarà sottoposta a referendum confermativo (articolo 138 della Costituzione). Saranno quindi i cittadini a decidere se confermare il nuovo assetto nella primavera del 2026.
Che cos’è la separazione delle carriere?
Per arrivare al voto consapevoli, bisogna iniziare a capire che cosa vuol dire “separazione delle carriere” e soprattutto cosa comporta. Per separazione delle carriere si intende che giudici e pubblici ministeri avranno due carriere autonome, con i propri Consigli superiori della magistratura, regole di carriera e organi disciplinari distinti.
In altre parole:
- da una parte chi esercita la funzione requirente, cioè conduce le indagini e sostiene l’accusa;
- dall’altra chi esercita la funzione giudicante, ossia decide sulle controversie.
I pro e contro della riforma
Ci sono diversi motivi per il sì e diversi motivi per il no, che possiamo presentare come una sorta di pro e contro, anche se si rischia la semplificazione e per questo è utile portare anche la voce degli esperti. Ma iniziamo da un vero e proprio elenco dei motivi del sì e dei motivi del no, reso possibile grazie a un ricco e neutro approfondimento scritto dall’avvocato Marco Ticozzi, professore aggregato di diritto privato presso l’Università Ca’ Foscari Venezia, e dal panel “Referendum riforma Nordio: le ragioni del sì, le ragioni del no” ospitato al Salone della Giustizia lo scorso 29 ottobre 2025.
Pro
Chi sostiene la riforma, ovvero gran parte del Governo e associazioni forensi, ma anche personaggi illustri come Antonio Di Pietro, ritiene che la distinzione tra giudici e pubblici ministeri rafforzerà la terzietà del giudice. Si fa riferimento all’articolo 111 della Costituzione:
Ogni processo si svolge nel contraddittorio tra le parti, in condizioni di parità, davanti a giudice terzo e imparziale.
Secondo i sostenitori, il passaggio di carriera poteva generare la percezione di un sistema troppo unitario. Inoltre la presenza di due Consigli superiori separati viene vista come una garanzia di una maggiore indipendenza reciproca.
Il segretario dell’Unione delle Camere penali italiane, Rinaldo Romanelli, spiega che l’Italia è un’anomalia assoluta tra le democrazie evolute e che la riforma della separazione delle carriere è necessaria, perché giudice e pm fanno mestieri diversi: il pm indaga e accusa, porta il cittadino al cospetto dello Stato; il giudice è lì per svolgere la funzione di garanzia in favore del cittadino. Secondo questo, inoltre, “dal punto di vista dell’autonomia e dell’indipendenza di tutta la magistratura non cambia nulla”.
Contro
Dall’altra parte magistratura e giuristi temono una frammentazione del potere giudiziario, come invece previsto dall’articolo 104 della Costituzione nella sua formulazione originaria. Il punto più controverso però riguarda la posizione del pubblico ministero, perché con una magistratura requirente troppo autonoma si potrebbe finire sotto il controllo da parte dell’Esecutivo o trovarsi in forza minore rispetto alla magistratura giudicante.
La vicepresidente vicaria del comitato “A difesa della Costituzione per il no al referendum”, Marinella Graziano, spiega che il comitato non ha finalità politiche e non è interessato a fare opposizione al Governo, ma se la riforma verrà approvata:
la scritta nei tribunali ‘la legge è uguale per tutti’ perderà di significato, perché il pm, diventando un funzionario del Governo subordinato al ministro, non sarà più indipendente e libero.
Si tratta, quindi, di un confronto di visioni più che di dati tecnici. Per dirlo basta guardare i dati di chi compie il cambio di carriera: 36 magistrati ogni anno su 10.000 (lo 0,2%).
Perché dovrebbe interessare ai cittadini: cosa cambia
Non è una domanda scontata e la risposta la dà Marco Travaglio in una puntata di Otto e mezzo. Da più volte imputato di diffamazione, spiega che trovarsi di fronte a un pubblico ministero che ragiona come un giudice, cioè che non cerca l’incriminazione ma prove, fa la differenza.
Travaglio aggiunge un esempio nelle corde di molti italiani che hanno seguito la vicenda, ovvero quello di “Mani pulite”. L’inchiesta è nata perché Antonio Di Pietro fece bene il suo lavoro di pubblico ministero imparziale, dice.
In poche parole, la vicenda vede un giornalista, Nino Leoni, denunciato perché aveva parlato di tangenti al Pio Albergo Trivulzio. Di Pietro indagò e scoprì che la denuncia era sbagliata perché aveva ragione il giornalista. Non condannò Leoni, incriminò invece Mario Chiesa.
Oggi invece Di Pietro è a favore della separazione delle carriere, perché è convinto che non porterà alla sottomissione all’Esecutivo.
Accusa politica: l’attacco alla Costituzione
Il senatore Roberto Maria Ferdinando Scarpinato (Movimento 5 Stelle) ha portato la propria visione sulla separazione delle carriere con toni più duri. Secondo questo infatti la riforma della Costituzione che incide sugli equilibri dei poteri avrà gravi ricadute sulla società civile. Inoltre punta il dito sulle modalità con le quali è stata “imposta” dal Governo, ovvero con un testo blindato, depositato come totalmente “immodificabile”.
“Un atto di imperio unilaterale che si vorrebbe imporre a tutta quella vasta parte di Paese che non si riconosce nei partiti di Governo. Tanto più grave se si considera che questi partiti non rappresentano la maggioranza dei cittadini italiani, ma solo una minoranza. Alle ultime elezioni del 2022 la coalizione di governo ha raccolto 12 milioni di voti circa, un quarto dei 51 milioni che hanno diritto al voto”, spiega.
Quello che fa notare Scarpinato è che la maggioranza al Governo non corrisponde alla maggioranza del Paese, eppure propone o impone riforme alla Costituzione. Quella stessa Costituzione che il Movimento Sociale Italiano (cui fa riferimento Fratelli d’Italia per la continuità storica) non solo non ha partecipato a scriverla, ma ne è stato apertamente ostile. “I suoi vertici la definivano un corpo estraneo e imposta dai vincitori della Seconda guerra mondiale”, racconta.
Secondo Scarpinato le ostilità alla Costituzione non sono state lasciate nel passato, ma è in corso “una guerra a pezzi per destrutturarla passo dopo passo nei suoi pilastri fondamentali”. Aggiunge che la separazione delle carriere, insieme a Premierato e autonomia differenziata, punta a indebolire la Costituzione e, allo stesso tempo, a vendicarsi della Giustizia.
Giorgia Meloni il 18 luglio 2025 parla di “mettere fine alle storture”, Maurizio Gasparri di “cancellare stagioni oscure dell’uso politico della giustizia” e ancora Antonio Tajani di fare giustizia a vittime (neanche “presunte” perché sono condannati in tutti i gradi di appello) come Marcello Dell’Utri e Silvio Berlusconi.
Il problema della giustizia non è la separazione delle carriere
Qual è la verità dietro i problemi della giustizia? Questa non viene raccontata dal Governo, ma la spiega Nicola Gratteri. Questo non è affatto vicino alla sinistra ed è stato anzi più volte accusato di essere troppo vicino alla destra. La sua opinione,però, è un “no” alla separazione delle carriere. Secondo il procuratore capo di Napoli, la riforma rischia di normalizzare un pubblico ministero docile e di formare un perfetto burocrate, così che manchi il guizzo per fare l’indagine importante e che disturbi (proprio come faceva notare Travaglio con l’esempio di “Mani pulite”).
I cittadini inoltre vogliono tempi rapidi ed efficienza, ma mentre Nordio si interessa della separazione delle carriere, la riforma Cartabia e altre riforme seguenti hanno rallentato i processi e hanno reso più difficile l’acquisizione delle prove. Mentre la narrazione della campagna referendaria della maggioranza sarà dire che il sistema giudiziario non funziona e che la colpa è dei magistrati, ai comitati del “no” spetterà il compito di raccontare come sono state le loro di riforme a rallentare i tempi.
Il Governo, racconta Gratteri, aveva promesso all’Unione Europea di abbattere il 40% dell’arretrato delle sentenze delle cause civili. A ottobre 2025 avevano raggiunto appena il 20% e per farlo hanno dovuto mandare chi è in tirocinio per diventare magistrato in Corte d’appello a fare le sentenze civili. Un ruolo che non spetta loro perché servirebbero magistrati con almeno 12 anni di servizio.
Secondo Gratteri:
il problema della giustizia è che bisogna separare Nordio dalla giustizia e non le carriere.
I motivi sono diversi, come la nuova riforma del Codice di procedura penale che ha proposto la commissione instaurata dal ministro Nordio. Con questa:
- si deve avvisare l’avvocato due ore prima della perquisizione del sospettato e indagato;
- per arrestare una persona, bisogna avvertirla cinque giorni prima.
Le conseguenze sono già calcolabili: arrestati che fuggono, come le borseggiatrici a Venezia e perquisizioni che non danno risultati. Nordio invece si dedica al recupero di personaggi ambigui, o peggio criminali, come Licio Gelli “che diceva cose giuste”.



