Se domani sono io, se domani non torno, mamma, distruggi tutto.
Se domani tocca a me, voglio essere l’ultima.
(Cristina Torre Cáceres – 2011)
Una scarpa rossa lasciata dietro di sé mentre fugge dall’aggressione, come Cenerentola ma senza l’aspettativa di quell’ultima riga dell’ultima pagina che recita “… e vissero felici e contenti”. Sono le scarpe rosse il simbolo della giornata del 25 novembre, la Giornata internazionale per l’eliminazione della violenza contro le donne. Non è il sangue, ma sono simbolo dell’essenza di una donna. Così l’artista messicana Elina Chauvet descriveva la sua opera itinerante “Zapatos Rojos” realizzata nel 2009 a Ciudad Juarez in memoria della sorella morta per mano di un uomo e ispirata ai moltissimi fatti di cronaca di donne rapite, stuprate e assassinate in Messico.
Il 25 novembre è una giornata di simboli, dalle scarpe alle farfalle, dalle panchine al fiocco. Tutto è rigorosamente rosso come il sangue, come la rabbia. Il 25 novembre è una giornata per l’eliminazione della violenza e dà inizio a 16 giorni di attivismo, fino a raggiungere il 10 dicembre, la Giornata mondiale per i diritti umani. Ci verrebbe da dire che c’è una giornata per tutto ormai e che sono solo vuote celebrazioni o memorie che colorano i monumenti e fanno indossare una spilletta ai politici e alle politiche più sensibili.
Ma è proprio contro questa retorica che si scende in piazza, lo si fa per riempire di significato una fredda parola sul calendario. “Il nostro corpo non si tocca, lo difenderemo con la lotta”, si urla il 25 novembre nelle strade di tutto il mondo.
Cos’è la Giornata contro la violenza sulle donne?
La Giornata internazionale per l’eliminazione della violenza contro le donne è stata istituita il 17 dicembre 1999 e da allora non è stata ancora sconfitta. Tanto per dare un dato tanto ovvio quanto oggettivo.
La ricorrenza è stata voluta dall’Assemblea Generale delle Nazioni Unite con la risoluzione n. 54-134, che recita:
Per violenza si intende ogni atto di violenza fondata sul genere che abbia come risultato, o che possa probabilmente avere come risultato, un danno o una sofferenza fisica, sessuale o psicologica per le donne, incluse le minacce di tali atti, la coercizione o la privazione arbitraria della libertà, che avvenga nella vita pubblica o privata (art. 1 della Dichiarazione sull’eliminazione della violenza contro le donne).
La giornata anticipa 16 giorni di attivismo sulla violenza sulle donne per arrivare alla tappa del 10 dicembre, ovvero la Giornata mondiale per i diritti umani. È giusto anche ricordare che la risoluzione del ’99 è figlia di un lungo percorso. Potremmo dire che è un percorso lungo centinaia di anni, iniziato da protofemministe come Christine de Pizan o Chiara d’Assisi, dalle streghe o da Olympe de Gouges e Mary Wollstonecraft. Oppure si può farlo iniziare nel 1960, in quel ormai noto 25 novembre, quando tre attiviste politiche, le sorelle Mirabal, erano state assassinate per il loro attivismo.
La Giornata internazionale per eliminare la violenza contro le donne non è una giornata della memoria, perché non è qualcosa di concluso, finito e passato; è invece una giornata per la sensibilizzazione di una delle forme di violenza più diffuse al mondo, insieme a quella sui minori, sulle persone razzializzate e sugli animali non umani.
Perché proprio la data del 25 novembre?
Lo abbiamo anticipato, viene scelta la data del 25 novembre in memoria delle attiviste politiche Patria, Minerva e Maria Teresa Mirabal. La data viene scelta nel 1981, nel primo incontro femminista latino-americano e caraibico che si è svolto a Bogotá, in Colombia. Proprio in questi territori, la storia delle sorelle Mirabal era ancora molto sentita, perché ha cambiato per sempre la storia della Repubblica Dominicana.
Non si può infatti parlare delle “Mariposas” o della loro brutale morte senza nominare il contesto storico in cui sono nate, cresciute e hanno imparato a lottare: la dittatura di Rafael Leonidas Trujillo. Patria, Minerva e Maria Teresa avrebbero potuto proseguire la loro vita come le figlie di una famiglia benestante qualsiasi. Avrebbero potuto scegliere la loro facile felicità e lasciare il Paese in mano al dittatore. Tutto cambia nel 1949, quando Minerva viene invitata insieme al padre a una festa alla quale partecipa anche il dittatore Trujillo.
L’uomo ha già tutto, ha in mano il Paese, ma vuole anche ballare con Minerva. La ragazza aveva accettato, non poteva fare altrimenti, e il dittatore le sussurra: “Manderò i miei scagnozzi ogni giorno a casa sua, signorina, fino a quando non si innamorerà di me”.
Non fu l’unica festa alla quale Minerva venne invitata, ma in altre occasioni si concesse la libertà di respingerlo di fronte a tutti. Trujillo, offeso, iniziò a confiscare ogni loro avere e arrivò ad arrestare i genitori Mirabal e la stessa Minerva. Nel 1955 Minerva sposa un giovane studente di Giurisprudenza, attivamente coinvolto nei movimenti di opposizione al regime.
Sullo sfondo della disfatta dell’amore possessivo di Trujillo, sul finire degli anni ’50, le dittature dell’America Latina cadevano una dopo l’altra: da Pinilla in Colombia a Batista a Cuba, fino a Jiménez in Venezuela. I movimenti di sinistra scuotevano anche il regime della Repubblica Dominicana, che aveva aumentato la propria azione sanguinosa per reprimere l’opposizione. Tra quei movimenti c’è Agrupación 14 de Junio (abbreviato in 14J), a cui fanno capo Manolo Aurelio Tavárez e sua moglie Minerva Mirabal. Militano con loro anche la sorella Maria Teresa e il marito. Patria, invece, non è altrettanto attiva.
Las Mariposas
Vengono più volte arrestate e torturate le sorelle Mirabal. Minerva era solita dire:
Se dovessero uccidermi, le mie braccia usciranno dalla tomba e saranno più forti.
A gennaio del 1960 il movimento 14J venne scoperto e smantellato, le sorelle e i loro mariti furono incarcerati con l’accusa di minacciare la sicurezza dello Stato. Pochi mesi dopo le donne vengono scarcerate e il dittatore concesse loro i domiciliari con permesso di uscita per andare a messa e fare visita ai mariti in carcere. In teoria il Gruppo del 14 giugno (riferimento politico al tentativo fallito di insurrezione armata nel 1959) era stato smantellato tra arresti e uccisioni, ma in realtà la concessione di Trujillo gli si rivoltò contro. Sono proprio le tre sorelle Mirabal a rimettere in piedi il movimento. Le chiamano las Mariposas, le farfalle.
Il 25 novembre 1960 Minerva e Maria Teresa erano in viaggio verso casa, di ritorno dalla visita ai compagni e mariti in carcere. Con loro non c’erano i figli, che spesso accompagnavano le donne, ma la sorella Patria. La Jeep su cui viaggiano si ferma al posto di blocco, ma non chiede loro di mostrare i documenti. Alzano i fucili. È la polizia segreta, quella che da diverse settimane stava organizzando il piano per ucciderle e che aveva rimandato l’esecuzione fino al momento in cui non sarebbero stati presenti i bambini. Era proprio quello il giorno.
Le tre donne e l’autista che le accompagnava, Rufino de la Cruz, vennero portati verso un’abitazione e in questa vennero picchiate, alcuni parlano di violenze, e infine strangolate. I loro corpi vennero riposizionati sull’auto e infine questa venne gettata in un burrone per simulare un incidente. Le fiamme bruciarono i corpi, ma accesero anche le proteste nel Paese. Sei mesi dopo il brutale omicidio delle sorelle Mirabal, il dittatore Trujillo venne ucciso in un’imboscata a bordo della sua auto.
Anche la rabbia è rossa
Le scarpette sono rosse, non soltanto perché raccontano la violenza sulle donne che si conclude spesso nel sangue, ma anche perché la rabbia è rossa. Andare a ricercare l’origine della violenza sulle donne è più difficile di quanto si possa credere.
Gli studi di genere propongono riflessioni di natura biologica, antropologica, sociologica e anche psicologica, ma nessuno si sognerebbe mai di dire che la violenza è insita nel DNA maschile. Nessuno tranne il ministro della Giustizia Nordio, che alla Camera, dove il Ministero per la Famiglia insieme all’Osce hanno organizzato il convegno “Conferenza internazionale contro il femminicidio”, ha dichiarato che:
C’è una sedimentazione difficile da rimuovere perché si è formata in millenni di sopraffazione, di superiorità e quindi, anche se l’uomo oggi accetta e deve accettare questa assoluta parità formale e sostanziale nei confronti della donna, nel suo subconscio il suo codice genetico trova sempre una certa resistenza.
E anche se il ministro parla della necessità di intervenire con leggi penali, come la legge sul femminicidio (che arriva alla donna quando è già morta e certo non la salva), con la repressione e la prevenzione e intervenendo sull’educazione per rimuovere la “mentalità del maschio”; allo stesso tempo questo tipo di racconto è deresponsabilizzante. Perché se qualcosa come la violenza è nel DNA, c’è poco da fare.
L’educazione in questo contesto diventa solo una forzatura. Interviene a suo favore la ministra Roccella, che ci fa notare come non ci sia correlazione tra educazione sesso-affettiva e la diminuzione dei femminicidi o della violenza sulle donne. Dopotutto, quindi è inutile anche questa materia.
Noi tuttɜ (femminile sovraesteso e neutro voluto) ci domandiamo come sia possibile ancora oggi affrontare la tematica della violenza di genere utilizzando la dialettica del “not all men” o peggio ancora dell’uomo che è “violento per natura”, come a voler descrivere l’immaginario di preda e cacciatore. Ci domandiamo come sia possibile che ci chiedano di accettare la violenza sulle donne come qualcosa di inevitabile.
https://t.co/gY3NBI1gGv chiama a un cambiamento radicale nel modo in cui guardiamo alla violenza maschile contro le donne e invita a riconoscere le vere responsabilità e a porre fine alla colpevolizzazione delle donne.
👉https://t.co/kS0LQOkNjm pic.twitter.com/hIrMeBuVnY
— DiRe – Donne in Rete contro la violenza (@diredonneinrete) November 14, 2024
È per questo che dalle piazze si alza un grido, definito dal movimento Non Una Di Meno come “altissimo e feroce”. Perché se ci vogliono far passare come naturale la violenza, allora è altrettanto naturale la risposta alla violenza, fomentata dalla rabbia di subire un’ingiustizia atavica di una gerarchia tra i sessi.
Se domani tocca a me, voglio essere l’ultima
Di fronte al silenzio, alla normalizzazione, alla pretesa di deresponsabilizzazione, di fronte all’ingiustizia, montano la rabbia e la volontà ferrea di resistenza. Non importa se da vive o se da morte, come diceva anche Minerva Mirabal: “Le mie braccia usciranno dalla tomba e saranno più forti”.
E come dicevamo il 25 novembre 2023, dopo il femminicidio di Giulia Cecchettin, continuiamo a dire oggi che “se domani tocca a me, voglio essere l’ultima”*.
Se domani non rispondo alle tue chiamate, mamma.
Se non ti dico che non torno a cena.
Se domani, il taxi non appare.Forse sono avvolta nelle lenzuola di un hotel, su una strada o in un sacco nero (Mara, Micaela, Majo, Mariana).
Forse sono in una valigia o mi sono persa sulla spiaggia (Emily, Shirley).Non aver paura, mamma, se vedi che sono stata pugnalata (Luz Marina).
Non gridare quando vedi che mi hanno trascinata per i capelli (Arlette).Cara mamma, non piangere se scopri che mi hanno impalata (Lucía).
Ti diranno che sono stata io, che non ho urlato abbastanza, che era il modo in cui ero vestita, l’alcool nel sangue.
Ti diranno che era giusto, che ero da sola.Che il mio ex psicopatico aveva delle ragioni, che ero infedele, che ero una puttana.
Ti diranno che ho vissuto, mamma, che ho osato volare molto in alto in un mondo senza aria.Te lo giuro, mamma, sono morta combattendo.
Te lo giuro, mia cara mamma, ho urlato tanto forte quanto ho volato in alto.Ti ricorderai di me, mamma, saprai che sono stata io a rovinarlo quando avrai di fronte tutte le donne che urleranno il mio nome.
Perché lo so, mamma, tu non ti fermerai.
Ma, per carità, non legare mia sorella.
Non rinchiudere le mie cugine, non limitare le tue nipoti.
Non è colpa tua, mamma, non è stata nemmeno mia.Sono loro, saranno sempre loro.
Lotta per le vostre ali, quelle ali che mi hanno tagliato.
Lotta per loro, perché possano essere libere di volare più in alto di me.Combatti perché possano urlare più forte di me.
Perché possano vivere senza paura, mamma, proprio come ho vissuto io.
Mamma, non piangere le mie ceneri.Se domani sono io, se domani non torno, mamma, distruggi tutto.
Se domani tocca a me, voglio essere l’ultima.
*La poesia del 2011 è dell’artista e attivista peruviana Cristina Torre Cáceres.



