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Se si cerca la parola “femminicidio” su un motore di ricerca, è molto probabile che tra le notizie di cronaca nera compaia anche il titolo che vuole ricostruire la psiche dell’assassino. Della persona che ha perso la vita spesso non si conosce neanche il nome. Le vittime di femminicidio muoiono due volte: quando perdono la vita e quando vengono dimenticate e trasformate in numeri, storie di true crime o persino in storie di fantasmi e altre creature. Dopotutto, ai mostri non servono diritti.

Nel linguaggio giornalistico e nel dibattito pubblico, la vittima di femminicidio viene facilmente rimossa. Ne abbiamo degli esempi con casi di cronaca nera molto famosi, dove il delitto, il caso o il carnefice diventano più importanti della persona. Pensiamo al “delitto di Garlasco”, che dovrebbe ricordare Chiara Poggi, ma i protagonisti sono tutti gli altri: persino gli avvocati o la scatola di cereali ottengono più visibilità. Oppure pensiamo a Emanuele Ragnedda, descritto come “l’imprenditore del vino” o addirittura il “re del Vermentino”.

Il diritto di essere ricordate: le persone vittime di femminicidio

Le parole con le quali raccontiamo i femminicidi non sono parole neutre, ma portano con sé un bagaglio pesante. L’immagine cruda è quella di un peso formato da tutte le vittime di femminicidio, e non solo da quelle dell’ultimo anno o dell’ultimo mese, ma da tutte le donne uccise in quanto tali (categoria che comprende, senza dividere i fenomeni per comprenderli meglio, anche i trans*cidi e lesbicidi).

Dicevamo “le parole che hanno un peso”, come lo stesso termine “femminicidio”, che non sta per “femmine”. In quel caso qualcuno potrebbe dire che si può parlare anche di “maschicidio” e la risposta sarebbe sì, perché si baserebbe sul conteggio delle vittime di sesso assegnato alla nascita femminile e di sesso maschile.

Ma no, quando si parla di diritti negati e di storie (non di true crime), nomi e volti dimenticati, si sta parlando di femminicidio. Si chiama così perché definisce un tipo di delitto che avviene all’interno di relazioni che hanno l’odore stantio di una gerarchia tra i generi, dove l’uomo ha per natura il diritto sulla vita e sulla morte di tutto ciò che non è come lui e non si piega al suo volere e potere.

Oggi però con “femminicidio” intendiamo tutti i delitti che hanno come vittime persone di ogni genere, se quei delitti sono addebitabili alla stessa cultura del possesso o delle imposizioni dei ruoli di genere.

I numeri della violenza: quando le statistiche raccontano

Si parla spesso di numeri. Numeri di vittime, numeri della violenza, numeri da chiamare e quanto costa allo Stato la violenza di genere. Numeri spesso vuoti e che rischiano di non raccontare la realtà da cui emergono. Le statistiche raccontano un Paese che ancora non è capace di fare i conti.

Teniamo in mano molti numeri, ma non ci si rende conto di come questi siano collegati tra loro. Si tratta di storie, e quando c’è di mezzo la violenza, sono storie che non hanno mai un lieto fine. Anche se non si conclude con l’atto più estremo, il femminicidio, tutta la piramide della violenza (dal catcalling allo stalking fino all’abuso sessuale e all’omicidio) ha un impatto, e questo viene sistematicamente dimenticato.

Se prendiamo gli ultimi dati aggiornati del Viminale riferiti ai primi sei mesi del 2025 (dati pubblicati il 7 luglio):

su 156 omicidi (+1%) 52 sono di genere femminile (-4%), dei 67 omicidi compiuti in ambito familiare/affettivo (-7%), 45 sono vittime di genere femminile (-8%) e quelli compiuti da partner o ex partner sono 40 (+21%), di genere femminile sono 34 (+21%).

Le statistiche ci mostrano, in senso freddo, che gli omicidi sono aumentati di poco, ma sono diminuiti gli omicidi generici con vittime femminili. Quando si parla invece di femminicidi, ovvero omicidi compiuti con la volontà di uccidere una donna in quanto tale, questi segnano ancora un incremento. La fredda statistica ci racconta, in realtà, un Paese che fa ancora fatica a educare alla non violenza.

Una cultura che giustifica, uno Stato che non protegge

Il governo Meloni, è inutile negarlo, era stato percepito da molte donne come un possibile cambiamento sulla questione di genere. Vedere una donna, per la prima volta, in un ruolo così importante ha fatto credere a molte che finalmente si potesse parlare in maniera seria della “cultura dello stupro” in Italia.

Invece non è stato così e, oltre a una serie di dichiarazioni fatte nei soliti giorni in cui è richiesto (come l’8 marzo e il 25 novembre) Giorgia Meloni non ha preso nessuna forte posizione. Si è vantata però di alcune novità, molto criticate da tutta la base di esperti ed esperte che trattano quotidianamente la tematica di genere.

Un esempio di questo è la proposta di abolire il divieto di affissione di cartelloni pubblicitari sessisti, omofobi o basati su stereotipi di genere. Proprio in vista del 25 novembre, al quale manca ormai poco più di un mese, arriva la proposta di Fratelli d’Italia all’interno dell’emendamento al ddl Concorrenza del senatore Lucio Malan.

E può sembrare una piccolezza, quella di decriminalizzare l’utilizzo delle donne come oggetti, ma basta aprire un qualsiasi libro o articolo sulla violenza di genere per capire che quella è solo la base di una piramide e rischia di normalizzare la violenza e l’assenza di rispetto. Si tratta dell’ennesima dimostrazione di come il partito guidato da Giorgia Meloni, solo a parole, dica di voler difendere le donne, ma nei fatti scambi la “libertà di espressione” con la licenza di offendere, denigrare, discriminare e umiliare.

Se a tutto questo si aggiungono i fondi tagliati destinati alla prevenzione della violenza di genere, la riduzione dei fondi pubblici per gli screening oncologici ginecologici, lo spostamento del fondo per l’educazione sesso-affettiva a iniziative legate alla fertilità, la campagna a sostegno degli antiabortisti, l’introduzione di un reato di femminicidio che conta le vittime (ed esclude trans*cidi e lesbicidi), ma non le difende da vive queste persone… bhè il governo Meloni sta erodendo diritti già conquistati e impedendo la conquista di nuovi.

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