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Il 25 novembre, nella Giornata internazionale per l’eliminazione della violenza contro le donne, è saltato il patto sul Ddl consenso. L’accordo era stato raggiunto tramite una trattativa che aveva coinvolto direttamente Elly Schlein e Giorgia Meloni. L’auspicio di tutti, che avevano approvato all’unanimità il testo alla Camera, era quello di approvare il ddl senza modifiche e lanciare un messaggio nella giornata internazionale.

Il testo era stato presentato a febbraio 2024 da diverse firme, tra cui quella di Laura Boldrini. Lo scorso 19 novembre alla Camera era stato approvato grazie al famoso accordo bipartisan ed era così iniziato l’esame in Commissione Giustizia al Senato. Nel pomeriggio di martedì 25 novembre i partiti di maggioranza hanno chiesto ulteriori approfondimenti, un passaggio che ha bloccato l’iter, o per meglio dire lo ha “rimandato”, per valutare eventuali correzioni.

Il motivo sarebbero alcuni dubbi riguardo al comma che disciplina i casi di “minore gravità”, ma anche il senso del termine “attuale”. Si tratta però di una rottura non solo del patto storico, ma anche con la società che aveva visto nella confluenza di energie da parte dei diversi partiti di governo la possibilità di realizzare qualcosa di più concreto sul tema della violenza contro le donne.

Ddl stupro: come cambiava il codice penale

Il testo approvato riscrive parti dell’articolo 609-bis del codice penale. Il testo originale recita:

Chiunque, con violenza o minaccia o mediante abuso di autorità, costringe taluno a compiere o subire atti sessuali è punito con la reclusione da sei a dodici anni. Alla stessa pena soggiace chi induce taluno a compiere o subire atti sessuali: 1) abusando delle condizioni di inferiorità fisica o psichica della persona offesa al momento del fatto; 2) traendo in inganno la persona offesa per essersi il colpevole sostituito ad altra persona. Nei casi di minore gravità la pena è diminuita in misura non eccedente i due terzi.

La modifica sarebbe stata la seguente:

Chiunque compie o fa compiere o subire atti sessuali a un’altra persona senza il consenso libero e attuale di quest’ultima è punito con la reclusione da sei a dodici anni.

La necessità di definire il “consenso” all’interno dell’articolo 609-bis arriva anche sotto la pressione internazionale. La Convenzione di Istanbul, infatti, definisce lo stupro come “un atto compiuto senza il consenso della persona”.

Sono diversi, però, i dubbi dei tecnici, come i vari giuristi che hanno sollevato critiche sul concetto di “consenso libero e attuale”. Per esempio Susanna Donatella Campione, relatrice del disegno di legge sul reato di femminicidio e senatrice di Fratelli d’Italia, si domanda come si possa provare l’attualità del consenso. Altro dubbio riguarda i casi di “minore gravità del reato”. Questo aspetto sarebbe rimasto identico all’articolo 609-bis già in vigore.

I dubbi sono leciti e anche riconosciuti dalle opposizioni, che però ricordano come questo testo sia stato approvato unanimemente alla Camera dopo un lungo lavoro, e che, se il testo era migliorabile, poteva essere fin da subito preso in considerazione.

Il tradimento al consenso

La ministra Eugenia Roccella, seduta alla Camera in attesa del voto per il reato di femminicidio, aveva dichiarato che quel giorno, il 25 novembre, stavano facendo la storia. Quando è giunta la notizia dello stop al Ddl consenso, la ministra si è chiusa in un silenzio che ad alcuni è apparso di vergogna, ad altri invece di complicità.

La notizia è arrivata durante l’approvazione del reato di femminicidio. La prima a intervenire è stata Debora Serracchiani del Partito Democratico, che ha commentato lo stop al Ddl consenso parlando di un comportamento inaccettabile. Le ha fatto eco Maria Elena Boschi, di Italia Viva, che ha ricordato come la sospensione dell’esame in Commissione Bilancio, con il rinvio del voto senza una data, segni un vero e proprio tradimento dell’impegno di tutte le forze politiche.

Sul dietrofront è intervenuta anche la segretaria Elly Schlein, che ha dichiarato di aver sentito la presidente Giorgia Meloni e di aver spinto per far rispettare l’accordo. Nel suo commento si annida il dubbio sul reale motivo del blocco: “Auspico che anche la premier faccia rispettare quell’accordo, perché sarebbe grave se sulla pelle delle donne si facessero rese dei conti post-elettorali all’interno della maggioranza”.

Cosa è successo al Senato?

Il testo presentato e approvato alla Camera ha segnato una rottura nella maggioranza in Senato. La Commissione Giustizia, che avrebbe dovuto dare il via libera al Ddl stupro, ha invece chiesto un supplemento di valutazione sul testo con un ciclo di audizioni. Vengono contestate le definizioni di “consenso libero e attuale” e i “casi di minore gravità”.

Le opposizioni (PD, M5S, AVS e IV) hanno abbandonato i lavori in segno di protesta e denunciato, per usare le parole di Devis Dori (AVS), che quanto accaduto sia “un fatto gravissimo”.

Tutto sembrava andare per il meglio, dall’accordo tra Schlein e Meloni fino alla soddisfazione personale della seconda carica dello Stato, il presidente del Senato Ignazio La Russa, che in Conferenza dei capigruppo si era detto favorevole a riportare subito il testo in aula proprio per il valore simbolico del 25 novembre. La risposta, che vuole apparire rassicurante, la dà la presidente della Commissione Giustizia Giulia Buongiorno, in quota Lega. Spiega di non voler far passare l’idea che si voglia affossare la legge.

E aggiunge:

Il provvedimento è arrivato oggi in Commissione: ho verificato se ci fosse unanimità nel rinunciare agli emendamenti, ma non c’era. Il centrodestra chiede correzioni alla luce di alcune audizioni. Ci sarà un ciclo mirato, breve. La norma è importantissima e va fatta.

Giorgia Meloni sapeva dello stop al ddl consenso?

È difficile dire con certezza se Giorgia Meloni sapesse del blocco che il Ddl consenso avrebbe trovato lungo l’iter di approvazione in Senato. Ci sono degli indizi che lasciano pensare di sì. Per esempio, sui social ha manifestato soddisfazione per il via libera al reato di femminicidio, menzionando la coesione della politica.

Eppure, come fa notare Luciana Cimino, penna de Il Manifesto, durante l’intervista della premier nella mattinata con l’agenzia LaPresse, Meloni aveva citato una serie di iniziative per il 25 novembre, come i provvedimenti del governo contro la violenza sulle donne e addirittura la corsa dei 5 km che si era svolta domenica scorsa a Roma, ma non la revisione del principio del consenso in discussione al Senato. Nell’intervista ribadisce però i punti fermi della destra: la famiglia come luogo primario dell’educazione e il favore sull’educazione al rispetto al posto dell’educazione sesso-affettiva, quest’ultima accusata di essere veicolo della diffusione delle cosiddette (male) “teorie gender”.

Ci sono poi alcuni senatori di Fratelli d’Italia che hanno risposto alla richiesta di chiarimenti da parte di Pagella Politica. Tra questi uno, in anonimo, dichiara che l’accordo tra Schlein e Meloni sia stato gonfiato dalla stampa e che, a parer suo:

non c’era un accordo definitivo sul testo e infatti le questioni sono emerse ora. Appunto, per noi ci sono diversi problemi, soprattutto sull’aspetto probatorio. Non possiamo approvare un testo così delicato in velocità senza fare approfondimenti.

Se non c’è consenso è stupro

La legge sul consenso era più importante del reato di femminicidio. Il reato di femminicidio, infatti, permette di intervenire solo quando una donna è già morta: non la salva e non la protegge. Il Ddl consenso faceva qualcosa di diverso, cioè iniziava a percorrere la strada giusta. Come spiega la femminista, giurista e presidente di SeNonOraQuando di Torino, Laura Onofri Grisetti:

Il tema del consenso parla alla repressione. L’ostilità dei maschi al cambiamento di prospettiva nei processi per stupro è nota, anche se non sempre dichiarata. Perché va a toccare le radici profonde del patriarcato. Dice agli uomini: a partire dal processo penale è tutta la vostra cultura che deve trasformarsi. Il sì al rapporto sessuale deve essere sempre netto e il silenzio non è mai un sì. Un assoluto rovesciamento del paradigma. Non è un caso, infatti, che si tratti di una legge costruita da donne.

Mentre l’uccisione di una donna in quanto donna è ormai chiaro essere un orrendo crimine, il “consenso” è, sia nei termini che nella pratica, qualcosa di molto più sfumato e difficile da cogliere nelle sue sfaccettature. È giusto mettere in dubbio “attuale” nella definizione di consenso del Ddl stupro, ma sarebbe altrettanto fondamentale far notare che anche “libero” è di difficile interpretazione.

Judith Butler, nell’opera Bodies That Matter, mette in dubbio che il consenso sia sempre un’indicazione diretta di autentico desiderio e che possa invece essere influenzato da norme culturali, aspettative sociali e strutture di potere che complicano la comprensione del consenso non solo per l’altro, ma anche per sé. L’asimmetria di potere tra uomini e donne, la pressione a conformarsi alle norme di genere, l’oggettivazione del corpo e l’assenza di educazione sesso-affettiva sono tutti fattori che ci allontanano dalla definizione corretta di consenso.

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