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La contestazione degli studenti durante l’intervento di Anna Maria Bernini ad Atreju restituisce un quadro chiarissimo della comunicazione che il governo sceglie in ogni occasione in cui rischia il confronto con il Paese reale. Il fatto è ormai noto: la ministra dell’Università e della Ricerca ha liquidato la contestazione di un gruppo di studenti contro il semestre filtro come una mossa da “poveri comunisti“, un adagio coniato da Silvio Berlusconi nel 2009 dalla piazza di Cinisello Balsamo (Milano) e che ancora oggi esercita un indiscusso fascino nella retorica dei reduci del Cav.

Come Bernini, anche le redazioni fedeli al centrodestra hanno colto l’occasione per puntare il dito contro i “poveri comunisti”, arrivando a pubblicare attente analisi sulla storia dei singoli soggetti. Mediamente si tratta di giovani di 19 anni. Un tratto distintivo della classe politica attualmente in carica è una comunicazione ridotta alla semplicità più schietta, certamente, ma – lo ribadiamo – orientata soprattutto al rifiuto del contraddittorio, spesso messo nelle mani di portavoce e militanti più giovani dalle poltrone dei talk o alla cornetta degli interventi radiofonici. Quando il Paese reale si presenta per chiedere il conto, quindi, ecco che la comunicazione si fa feroce: c’è lo sbeffeggio, c’è l’insulto e c’è l’arroganza.

La comunicazione ai tempi di Bernini

Il 10 dicembre la rivista di agitazione L’Idiot, in un editoriale dal titolo Il grottesco che governa, ci ha regalato una lettura illuminante. Il focus è tutto sulla “politica” che “si ricodifica come spettacolo”, in cui “il decoro istituzionale è trattato come un orpello”. Gli esempi portati alla luce dall’autrice sono inevitabilmente Donald TrumpJavier Milei.

Ciò che L’Idiot definisce è presente in altre figure della politica contemporanea. Senza spostarci necessariamente oltreoceano scomodando il tycoon e il rocker con la motosega, l’Italia è oggi quel Paese in cui il contegno e l’educazione vengono recintati nel mondo del radical chic e della sinistra intellettuale dimenticando, forse con dolo o forse no, che dovrebbero invece essere propri del mondo della comunicazione non ostile. Ci basti osservare quanto accade sui social e nelle occasioni pubbliche.

Abbiamo Stefano Bandecchi che apostrofa come “quattro drogati facinorosi” gli attivisti che contestano le sue dichiarazioni sui bambini morti a Gaza, l’invito di Matteo Salvini a “non rompere i co***oni” rivolto a Francesca AlbaneseAugusta Montaruli che abbaia nervosamente in diretta tv per interrompere l’interlocutore e altri esempi che allungherebbero inutilmente il nostro approfondimento. Torniamo a L’Idiot.

L’autrice ci porta in Francia, nel 1896, quando a Parigi andò in scena la prima di uno spettacolo di Alfred Jarry, Ubu Roi, un “tiranno panciuto, infantile, avido e scatologico” la cui prima parola sul palco fu “Merdre!”. Un turpiloquio sgrammaticato “per mostrare che il potere, spogliato del decoro, è prosaico e rapace, infantile nelle pulsioni e teatrale nei gesti”. Un buffone che non si rende conto di essere un buffone, nel senso più letterario del termine.

Il Nerone di Petrolini, oggi

Nel 1930 Alessandro Blasetti portava sul grande schermo Nerone, l’adattamento in un unico atto scritto dall’attore Ettore Petrolini nel 1917. Vi mostriamo una scena.

Facciamo caso alla battuta: “Lo vedi all’urtimo come è il popolo? Quando si abitua a dire che sei bravo, pure che non fai gnente, sei sempre bravo!”. La classe politica di oggi piace perché il suo linguaggio è disimpegnato. Perché ha inventato lo spauracchio della dittatura del politicamente corretto, ne ha imboccato gli elettori e ora tutto ciò che richiama al decoro, al contegno e soprattutto al diritto (e qui parliamo di minoranze come il mondo LGBTQIA+, le persone con disabilità che Milei disprezza ed esautora, le donne vittime di violenza, gli studenti e i lavoratori) viene risputato fuori come il retaggio di una dittatura comunista, o peggio ancora come un tentativo di censura.

Per questo motivo persone poco alfabetizzate sul mondo digitale, la politica, la geopolitica, i diritti e l’uguaglianza si sentono legittimate a minimizzare le contestazioni sulla politica estera, sul lavoro e sulle scelte del governo. Un esempio è l’assist offerto in tutta leggerezza da un consigliere leghista dopo il femminicidio di Giulia Cecchettin, quando la sorella Elena è stata tacciata di satanismo per una felpa di cui lo stesso consigliere ignorava la storia e il significato. Il popolino dei social non aveva bisogno di approfondire: un rappresentante aveva sentenziato, ciò bastava a etichettare la sorella della vittima come figlia di Lucifero.

Gli effetti sulla stampa

Tra i “poveri comunisti” sui quali Bernini ha puntato il suo occhio di bue ad Atreju c’era Leonardo Dimola. Lui, come altri, fanno parte dell’Unione degli Universitari (Udu) e di Sinistra Universitaria (Su), e alle loro pagine social spesso rimettono le loro rimostranze contro le scelte del governo attualmente in carica. Ad alcuni quotidiani ciò non piace, per questo sulle loro pagine è presente un atto di delegittimazione – talvolta ad personam, specie nei confronti di Dimola – in cui gli studenti vengono indicati anche dalla stessa Bernini come “piccoli Landini e piccoli Schlein”, con la ministra che invita partiti e sindacati (Pd e Cgil, in questo caso) a non usare “armi improprie” come nel caso degli studenti per fare opposizione.

Il risultato è un bersaglio stampato sulla pelle di chi protesta, che la politica e la stampa compiacente depersonalizzano per liquidarli come pedine delle forze di opposizione anziché come cittadine e cittadini nel diritto di prendere una posizione per tutelare il loro universo. E torniamo, così, a quanto abbiamo scritto all’inizio: quando il Paese reale protesta, la risposta è lo sbeffeggio.

La mediocrità normalizzata, una lezione di Chomsky

Se pensiamo che dietro la retorica del governo ci siano solo casualità, sbagliamo. Assodato che ogni personalità politica abbia una o uno spin doctor che cura la sua comunicazione, ciò che vediamo ogni giorno nelle battute sessiste di Donald Trump, nella violenza verbale di Milei, nel vittimismo totalitario di Netanyahu e nelle battute di Bernini risponde a regole ben precise.

Le ha teorizzate per noi e per il futuro Noam Chomsky, raccolte in dieci voci impiegate nel controllo sociale il cui minimo comune denominatore è la semplificazione. Ad esempio, al punto 1 si parla di distrazione controllata, inevitabilmente correlata al punto 2 che individua la creazione di un problema per poi offrirne la soluzione. Per dovere di cronaca, ricordiamo che il nome del linguista e filosofo statunitense è emerso tra gli eccellenti legati al caso Jeffrey Epstein. In questo approfondimento e nella vita prendiamo le distanze dai rapporti tra i due, limitandoci alla disciplina di cui Chomsky è ancora oggi un’autorevole ispirazione.

Il centrodestra, ad esempio, stimola la paura che ogni famiglia tradizionale dovrebbe avere per le famiglie omogenitoriali, certamente non allineate al nucleo di Betlemme e con il “rischio” (virgolette necessarie) che queste possano adottare e crescere figlie e figli. È un pericolo che non esiste, come ben sanno gli stessi governanti, ma che titilla l’insicurezza di un elettorato smarrito che trova nella retorica della tradizione la sicurezza di una vita sana.

Al punto 5 Chomsky riporta proprio la strategia della comunicazione da orientare come se si stesse parlando con dei bambini, usando l’aspetto emozionale al posto della riflessione (punto 6) per mantenere la gente nella mediocrità (7) che alla fine risulterà normalizzata (8). Ecco, quindi, che prendono piede il disprezzo per le minoranze e per i poveri, l’inazione di fronte alle contestazioni, la mancanza di uno spirito critico e tutti gli effetti collaterali di questi aspetti. Un contrario di un mondo al contrario, dove il “contrario” della maggioranza è nient’altro che un ribaltamento arbitrario utile soltanto a stimolare la creazione di un problema e alimentare, così, la legittimazione di una comunicazione aggressiva e pigramente parziale.

Fonti

  • Margherita (2025). Il grottesco che governa. L’Idiot.
  • A. Moccia (2025). Il peso delle parole e il rispetto delle istituzioni, una valutazione sull’intervento della Ministra Bernini ad Atreju. Geopop.
  • S. Hadzialic (2019). Chomsky’s just three out of ten strategies of manipulation – to understand it, within the Balkans, means to become media literate. Research Gate.

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