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Tanti auguri a te, tanti auguri a te, tanti auguri a Pavel Durov… O forse no. Per i suoi 41 anni il creatore di Telegram non ha voluto festeggiare. Ha pubblicato invece un messaggio preoccupato sulla morte di Internet, accusando i Paesi un tempo liberi di aver imboccato la strada del controllo di massa digitale. Niente torta, ma una chiamata alle armi: “Siamo l’ultima generazione ad aver conosciuto la libertà. Se non agiamo ora, passeremo alla storia come quella che l’ha lasciata morire”.

Dietro la sua retorica apocalittica, tipica del personaggio, resta una verità difficile da ignorare: Internet sta cambiando forma. Non è più il luogo aperto e quasi anarchico degli inizi, ma una rete sorvegliata, colonizzata e sempre più simile a un’infrastruttura di potere. Un Internet più performante, ma anche più spaventoso.

Internet è morto e non ce ne siamo accorti

Cosa significa che Internet libero è morto? Significa che la promessa di un web orizzontale e democratico si è scontrata con la realtà di un sistema concentrato nelle mani di pochi soggetti privati.

Negli ultimi mesi abbiamo visto piattaforme come Meta e X (ex Twitter) allentare le restrizioni sul linguaggio d’odio e rinunciare al fact-checking. Mark Zuckerberg, per esempio, si è accodato a Elon Musk nel promuovere la cosiddetta libertà totale dei contenuti, denunciando le pressioni ricevute durante la pandemia da parte del governo Usa e la censura del “politicamente corretto”.

La nuova amministrazione Trump ha invece sostenuto questa svolta, parlando di liberazione del web e accusando apertamente tutti i Paesi con tasse, leggi e regolamenti sul digitale. Il bersaglio della minaccia non era esplicitato, ma chiaramente si trattava dell’Unione Europea. Questa infatti, nel corso degli ultimi anni, è riuscita a mettere su un impianto fatto di leggi che regolano l’intelligenza artificiale, i servizi digitali, il mercato online e i diritti degli utenti. Su questa scia anche il tanto discusso Chat Control per la tutela dei minori.

Proprio a inizio 2025 Mark Zuckerberg si era rivolto a Donald Trump per muovere guerra ai regolamenti europei. Un portavoce di Meta, intervistato da Wired, aveva dichiarato:

I partner di fact-checking spesso adottano prospettive che riflettono pregiudizi culturali e politici, il che li rende inadeguati per garantire una moderazione imparziale.

Un discorso che serviva a giustificare un passo indietro. Lo ha spiegato Federico Faloppa, sociolinguista e coordinatore della Rete nazionale per il contrasto ai discorsi d’odio:

L’eliminazione dei fact-checker rappresenta un passo indietro nella lotta alla disinformazione. Le community notes non bastano per garantire una moderazione efficace e imparziale.

Il risultato è che oggi il web sembra oscillare tra due estremi: il controllo algoritmico e il caos totale. In nome della libertà di parola le piattaforme hanno aperto anche al linguaggio d’odio, che non è senza conseguenze. Mentre i governi, che fino a ieri invocavano regole, sono tornati a sostenere il laissez-faire digitale.

Non deve apparirci strano, perché è perfettamente funzionale all’alleanza tra le Big Tech e il potere politico. Chi c’era dietro a Donald Trump durante la cerimonia di insediamento o chi ha finanziato la sua campagna elettorale? Tutti i più ricchi del mondo a monitorare il loro investimento.

Fake news, bolle e manipolazione di massa

L’assenza di moderazione non significa però libertà, alle volte è vero e proprio disorientamento programmato e programmabile. Le persone e il loro alter ego digitale vivono dentro a delle bolle (in inglese echo chambers) dove, come attori principali, decidono in che spazio stare, ma è poi l’algoritmo a proporre argomenti all’utente, diventando un filtro della realtà in base a interessi commerciali. Già nel 2019 il Censis descriveva la rete come una camera dell’eco in cui cerchiamo solo la conferma di ciò che già pensiamo.

Ma cosa succede quando questa bolla viene progettata deliberatamente? Quando la profilazione degli utenti serve a portarli lungo percorsi di radicalizzazione, di odio o semplice assuefazione? È in questi ambienti chiusi e bui, i “rabbit hole” (per usare il termine scelto dalle famiglie delle vittime delle teorie del complotto), che prosperano le cospirazioni, la misoginia, il razzismo, l’antisemitismo e l’omolesbobitransfobia. Sono spesso argomentazioni e teorie alimentate dall’alto, dalla politica e dai media e non da meno dal basso, attraverso troll e influencer.

La libertà di espressione tanto declamata si trasforma così in una trappola del linguaggio. Ci crediamo liberi, ma in realtà, attraverso like, cuoricini e retweet, diventiamo parte di un meccanismo di consenso e di dipendenza. Una trappola emozionale. Mentre crediamo di esercitare una scelta, siamo già dentro un esperimento di manipolazione di massa. Lo scopo può essere commerciale, come la targettizzazione del cliente a cui accettiamo volontariamente di sottostare perché siamo consapevoli di trovarci in una slot machine degli acquisti come Amazon, SHEIN o un altro store digitale, oppure lo scopo può essere politico.

Così il nostro tempo libero, la nostra attenzione e perfino la nostra rabbia diventano prodotti vendibili, e le Big Tech non sono più solo aziende, ma industrie dell’opinione che possono decidere cosa vediamo e come ci sentiamo.

ChatGPT, bias e propaganda: la macchina ideologica

Dopo i social network è arrivata l’intelligenza artificiale e con essa una forma ancora più sofisticata di influenza. Le IA non sono mai neutre (a parte esperimenti che nascono dal basso) ma apprendono dai dati che sono forniti e che spesso riflettono il potere dominante.

Cosa succede se uno Stato o una lobby investe milioni per addestrare la macchina alla propria versione della realtà? Dov’è il confine tra propaganda e programmazione? Facciamo un esempio.

Nel 2025 Israele ha lanciato il “Project 545”, una campagna da 145 milioni di dollari per ricostruire la propria immagine online dopo l’invasione di Gaza. Secondo documenti del Dipartimento di Giustizia americano, il ministero degli Esteri israeliano ha siglato un accordo con la società statunitense Clock Tower guidata da Brad Parscale, l’ex stratega delle elezioni del 2016 di Donald Trump.

L’obiettivo del progetto è manipolare fino all’80% dei contenuti destinati alla Generazione Z su TikTok, Instagram, YouTube e podcast. Come? Creando un racconto favorevole a Israele, cancellando il termine “genocidio” dal discorso pubblico, accusando tutti i contrari di essere antisemiti o puntando il dito contro Hamas.

Il progetto coinvolge anche le piattaforme di intelligenza artificiale come ChatGPT. Questo vuol dire che l’intelligenza artificiale non cercherà più le informazioni, comunque non neutre, nel proprio database o su Internet. Al momento in cui si chiede di Israele o del genocidio, saprà già come rispondere, e non sarà una risposta che riflette la realtà, ma solo una verità. E la verità può essere sempre manipolata. Diversi utenti su Reddit hanno segnalato nel corso dei mesi come ChatGPT crashi o tenda a eludere le risposte quando viene interrogato su Israele, Gaza e genocidio.

Tutto è fatto alla luce del sole, tanto che il primo ministro Benjamin Netanyahu ha definito i social “l’ottavo fronte di guerra” e ha confermato che la comunicazione digitale è oggi un’arma bellica. Proprio per questo una parte del progetto per ripulire l’immagine di Israele per il post-Gaza è passata attraverso anche il pagamento di influencer per la produzione di post con l’obiettivo di screditare le operazioni umanitarie come la Flotilla, la consegna di aiuti umanitari o persino la realtà di malnutrizione e fame nella Striscia.

@xaviaer Go to Gaza? BET… WALK WITH ME. #israel #jewishtiktok #walkwithme ♬ original sound – Xaviaer DuRousseau

Per fare gli auguri a uno come Durov, che nella vita ha già tutto, potremmo regalargli una frase: Internet libero non è mai esistito e non ha bisogno di essere liberato. Al contrario di noi.

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