Dopo 18 anni il delitto di Garlasco si adatta al nuovo format imposto dalla società digitale: ospiti che sono rockstar, sondaggi di pessimo gusto, trend inseguiti da creator che offrono la loro opinione non richiesta e interventi pop. La morte di Chiara Poggi, quindi, diventa la carne da macello della polarizzazione, con utenti social che si conferiscono titoli mai acquisiti. Non benissimo, ma nemmeno bene.
Prologo
Alleggerire le lezioni, va bene. Ma l’analisi di un problema, magari di un problema non filosofico ma solo, diciamo, politico, è difficile; volerlo rendere troppo facile con espedienti frettolosi significa deformare il problema, inventarne un altro, compiere un falso suscitando nuove forme d’ignoranza anziché conoscenza. Come parlare del vestito che indossa Fischer piuttosto che delle sue mosse sulla scacchiera. E allora essere chiari vuol dire rinunciare a spiegare in modo coscienzioso il problema, girarci intorno, parlare d’altro? O limitarci a conclusioni dogmatiche?
– Vittoria Ronchey,
Figlioli miei, marxisti immaginari
Il 19 ottobre 2007 a Garlasco è già successo di tutto. Chiara Poggi, 26 anni, è stata assassinata il 13 agosto. Il 24 settembre Alberto Stasi è stato arrestato per la prima volta e rilasciato dopo quattro giorni per insufficienza di prove, su decisione del gip Giulia Pravon. Il 27 settembre Marco Demontis Muschitta ha riferito agli inquirenti che nel giorno del delitto, mentre percorreva la via Pavia, avrebbe visto una “ragazza bionda” a bordo di una bicicletta, con un “un piedistallo tipo da camino di colore grigio” stretto in una mano, uscire da via Pascoli. Nello stesso giorno Muschitta ha ritrattato dicendo di aver detto un mare di bugie.
Il 19 ottobre 2007 a Garlasco è già successo di tutto, dicevamo. Ne sa qualcosa lo scrittore Massimo Carlotto, che circa due mesi dopo il delitto subisce il costante bombardamento mediatico e accusa il colpo come se fosse quello di una pistola. Per questo sul Manifesto pubblica lo stato della nera italiana, non senza un certo ribollire di bile. Chi ha memoria ricorderà un’imitazione di Salvo Sottile in cui si parlava di “penne all’Avetrana e un bicchiere di Garlasco”, augurando ai telespettatori un “andate a morire ammazzati”. Sarah Scazzi verrà uccisa nell’estate 2009, ma la strada della nuova onda dell’intrattenimento crime è già in corso. Come dimostra il pezzo di Carlotto, appunto.
Massimo Carlotto ai tempi di Garlasco
“L’Italia è sempre di più un Paese corrotto e criminogeno, non c’è un solo settore della nostra società che non sia investito dal malaffare. Eppure tutto questo per la televisione non esiste pur occupandosi ampiamente di crimine”, scrive Carlotto sul Manifesto, dove ci ricorda che “in Italia ci si ammazza spesso e volentieri” probabilmente a causa della “fine dello stato sociale” con tutte le “insicurezze profonde” che ne conseguono.
Eppure “vengono accuratamente scelti casi che per le caratteristiche di mistero e/o orrore e morbosità possono «affascinare» l’opinione pubblica”, continua Carlotto, citando i fatti di cronaca degli ultimi venti anni da Cogne a Erba, passando per Erika e Omar. Lo scrittore punta il dito contro i talk show in cui la tribuna politica cede il posto a parti e controparti, dove gli avvocati degli indagati si scontrano con i difensori delle famiglie delle vittime, il tutto condito con la presenza di esperti che in diretta snocciolano i dettagli più tecnici dell’inchiesta.
Il tutto arriva al pubblico che vive i fatti di cronaca come un’esperienza collettiva e impara nuovi termini come giustizialismo e garantismo, con un coinvolgimento che assume i tratti del tifo da stadio e che – secondo Carlotto – delegittima la magistratura.
Ma nel caso di Garlasco, il grande circo mediatico ha alzato il tiro. Per la prima volta, in modo massiccio, ha chiesto alla gente della strada un giudizio sulla colpevolezza di Alberto Stasi e questa insensatezza ha creato un clima da tribunale popolare a cui nemmeno gli esperti hanno saputo sottrarsi. Ore di trasmissione per analizzare se la presunta «freddezza» del giovane indagato era o meno la maschera dietro cui si nascondeva un omicida. Anni di garantismo e civiltà giuridica spazzati via dalla necessità di spolpare l’osso anche quando la notizia segnava il passo. E gli effetti si sono visti nel momento dell’arresto di Stasi, quando la gente, di fronte alle telecamere, ha ringhiato come un fedele rottweiler.
E in questo 2025, con la riapertura delle indagini a carico di Andrea Sempio, abbiamo la prova che il peso dei media è addirittura aumentato, soprattutto se parliamo dei media sociali. La nascita e l’abuso dei format true crime ne sono la prova, se consideriamo l’assortimento di autrici e autori: professioniste e professionisti dell’informazione da una parte, intrattenitrici e intrattenitori dall’altra. Non parliamo per forza di cose di un confine netto e categorico tra le diverse personalità che oggi portano alla massa i loro approfondimenti pop sulla cronaca nera, ma di un confine necessario da tracciare tra la cronaca, l’infotainment e il grottesco.
I sondaggi: due esempi
A proposito di grottesco, lo scrivente non nasconde un sottile imbarazzo nel riportare come, in questo 2025, qualcuno abbia pensato di liquidare il caso Garlasco in un sondaggio in cui chi legge è invitata o invitato a scegliere chi sia l’assassino di Chiara Poggi. Le due opzioni sono rappresentate, ovviamente, dall’innocenza o no di Alberto Stasi in un caso; nell’altro tra le responsabilità di Stasi e Andrea Sempio.
È successo il 23 maggio 2025 su TorinoCronaca: secondo l’86% dei votanti Stasi è innocente, secondo il 14% è colpevole. Due mesi prima, pochi giorni dopo le prime notizie sull’apertura della nuova inchiesta a carico di Sempio, sulla copertina del settimanale Giallo spuntano i faccioni di Stasi, Chiara Poggi e Sempio accompagnati da un titolo inequivocabile: “Alberto Stasi o Andrea Sempio. Chi è il colpevole?“. Sì, parliamo dello stesso fatto di cronaca, di una vittima uccisa brutalmente nella propria casa mentre si trovava da sola, di un corpo abbandonato lungo una scala sotto il livello del suolo.
Quindi?
La spettacolarizzazione è nient’altro che una semplificazione che non ha alcuna attinenza con la cronaca, tanto meno con il giornalismo. Ed è cinismo. Non deve incantare la manifesta emozione di conduttrici e conduttori, di ospiti non direttamente coinvolte né coinvolti nella vicenda. Sì, esistono i sentimenti ma esiste anche l’egocentrismo.
Il delitto, così, diventa disimpegno, la già citata tribuna in cui i social conferiscono titoli non ufficiali, chi si sente giudice e chi pubblico ministero, chi si erge a legale di difesa e chi d’accusa. Tutto semplificato, anche la morte.
Era l’udienza del 14 maggio del 2014. Giada (Bocellari, nda) vedeva i due cammini paralleli del piano mediatico e di quello giudiziario correre velocemente l’uno verso l’altro fino a confondersi. In quel momento nell’aula, anziché aleggiare la gravità della Giustizia, sentiva velocemente propagarsi la sottile concitazione dello Spettacolo.
Ed è vero, verissimo, che l’intersezione tra spettacolo e giustizia crea un pericoloso precedente. Non è un caso nel titolo di uno studio pubblicato nel 2015 dall’Università degli Studi di Bari sulla rivista MeTis, che tratta la “spettacolarizzazione del tragico”, viene usata la frase “anestesia delle menti e delle coscienze”, nemmeno se in altre realtà si parla di “assuefazione”. E non è un caso se la formula più comunemente usata per descrivere questo stato di cose sia “bombardamento mediatico“. La diretta conseguenza di un bombardamento è la distruzione, il caos.
In questo caos trovano maggiore spazio le realtà pop, quelle dell’estetica del reel perfetto o della rissa nei talk e mai, proprio mai, quelle altre in cui la narrazione si fonda sull’oggettività, quelle in cui c’è più cura per la qualità della comunicazione che per la facciata, quelle in cui si fa divulgazione e approfondimento senza cercare lo scoop sull’improbabile passato torbido di Chiara Poggi, senza scomodare Satana né disseppellire salme, senza attribuire alla vittima presunte scoperte che potrebbero aver scatenato l’ira di una potenza decisa a metterla a tacere. Quelle realtà no, non possono fare gola a chi cerca il diavolo nei dettagli, l’engagement, di sostituirsi a periti, giudici, legali e pubblici ministeri. Troppo sottili e impegnativi per chi vuole ridurre il tutto a un sondaggio.
Fonti
- M. Carlotto (2007). Attrazioni criminali nella fabbrica del consenso. Il Manifesto.
- V. Ronchey (1975). Figlioli miei, marxisti immaginari. Pp. 59-60. Rizzoli.
- G. Bandera (2025). Delitto di Garlasco, 18 anni tra dubbi, suggestioni e testimoni scartati: il netturbino, la biondina in bici e il timido davanti a casa Poggi. Il Giorno.
- M. Bardesono (2025). Chi ha ucciso Chiara Poggi? Alberto Stasi è colpevole o innocente? CLICCA ED ESPRIMI IL TUO VOTO. TorinoCronaca.
- A.V. Olivieri (2025). Garlasco e il true crime all’italiana, dove nasce la passione infinita per la cronaca nera. Domani.
- G. Ambrosio (2022). Il garbuglio di Garlasco: Un perfetto colpevole e l’ostinata ricerca della verità. eBook, p. 91. Rubbettino Editore.
- AAVV (2015). La “spettacolarizzazione del tragico”: anestesia delle menti e delle coscienze. MeTis via Università degli Studi di Bari.
- M. Sferini (2020). Cronache d’estate: Lo “spettacolo” della morte: dalla tv alla realtà. La Sinistra Quotidiana.



