Negli ultimi giorni il governo spagnolo ha legato esplicitamente calcio e responsabilità politica, con il primo ministro Pedro Sánchez che ha chiesto l’espulsione di Israele dalle competizioni internazionali “finché non cesserà la barbarie”, affermando che lo stesso principio adottato per la Russia dopo l’invasione dell’Ucraina dovrebbe valere anche qui.
Sul piano strettamente calcistico, il portavoce socialista al Congresso Patxi López ha aperto a un’opzione senza precedenti: valutare l’autoesclusione della Spagna dai Mondiali 2026 qualora Israele fosse ammesso al torneo.
Va però chiarito il contesto sportivo: Israele è oggi terza nel Gruppo I europeo di qualificazione (dietro Norvegia e Italia). Col format UEFA attuale passa solo la prima, mentre la seconda va agli spareggi: la qualificazione è dunque possibile ma in salita.
La minaccia di boicottaggio assume quindi un valore politico e simbolico che prescinde dall’esito sportivo immediato, usandolo anzi come leva di pressione internazionale (in continuità con altre scelte recenti, dalla Vuelta a Eurovision).
Il precedente storico: il Sudafrica e l’apartheid
Guardando però al passato, il caso Sudafrica è il paradigma di quando lo sport ha colmato un vuoto politico. La federazione calcistica sudafricana fu sospesa da FIFA negli anni ’60 e definitivamente espulsa nel 1976, nel contesto del boicottaggio internazionale contro l’apartheid (il rientro arriverà solo nel 1992).
Il boicottaggio sportivo non fu episodico ma una strategia coordinata: campagne della Anti-Apartheid Movement portarono l’esclusione dalle Olimpiadi di Tokyo 1964 e, progressivamente, dall’insieme delle grandi federazioni internazionali.
Nel 1985 l’Assemblea generale adottò la International Convention against Apartheid in Sports, strumento giuridico che impegnava gli Stati a prevenire e sanzionare ogni contatto sportivo con selezioni basate sulla segregazione.
Il risultato fu un isolamento pressoché totale dello sport sudafricano: la leva sportiva divenne così parte della pressione internazionale che accompagnò (e accelerò) l’erosione del regime.Il calcio e lo sport non “seguirono” quindi la politica, ma la anticiparono, trasformandosi in un dispositivo di responsabilizzazione quando le diplomazie erano ancora lente o ambigue.
Il laboratorio politico della Democrazia Corinthiana
All’inizio degli anni ’80, mentre il Brasile era ancora sotto dittatura militare, il Corinthians divenne il simbolo di una forma inedita di autogestione e partecipazione democratica, un fenomeno passato alla storia come “Democracia Corinthiana”, nato attorno a figure carismatiche come quella di Sócrates.
La squadra introdusse un principio rivoluzionario: tutte le decisioni – dalla scelta degli allenamenti agli orari di ritiro, dalle questioni tattiche alla vita del club – venivano prese tramite votazione interna, coinvolgendo calciatori, staff tecnico e persino i dipendenti della società.
Un esperimento di democrazia diretta applicato a un contesto calcistico, che trasformò il Corinthians in un collettivo politico oltre che sportivo.
Il culmine arrivò nel 1983–1984, quando il club sostenne apertamente la campagna “Diretas Já”, che chiedeva elezioni presidenziali dirette dopo vent’anni di dittatura. I giocatori scesero in campo con lo slogan “Dia 15 Vote”, incoraggiando la popolazione a partecipare al referendum costituzionale.
Pur non avendo successo politico (l’emendamento venne respinto in Parlamento) la Democrazia Corinthiana rimase un laboratorio sociale unico, dimostrando che una squadra di calcio poteva farsi veicolo di istanze popolari e catalizzatore di energie democratiche in un Paese attraversato da censura, repressione e corruzione.
Gli esempi contemporanei: la Russia e Israele
Gli ultimi anni hanno dimostrato come il calcio continui a riempire i vuoti lasciati dalla politica internazionale. Il primo caso evidente è quello della Russia dopo l’invasione dell’Ucraina: nel febbraio 2022, nel giro di pochi giorni, la FIFA e la UEFA sospesero le squadre russe da tutte le competizioni internazionali.
Una reazione sportiva ben più rapida e radicale rispetto a molte delle prime sanzioni politiche, arrivate in modo più graduale. Diversi club europei interruppero rapporti commerciali e sponsorship con marchi legati a Mosca, mostrando come il calcio sapesse muoversi con una prontezza che i governi faticavano a trovare.
Il secondo terreno, oggi più caldo, è quello dell’invasione israeliana in Palestina. Dopo l’escalation a Gaza, il calcio è diventato strumento di contestazione e pressione: le curve di club storicamente politicizzate hanno esposto migliaia di bandiere palestinesi durante le partite, supplendo al silenzio o alla cautela dei governi.
Passando poi alla presa di posizione spagnola, che mostra come, ancora una volta, sia il calcio a muoversi laddove la diplomazia resta prudente.
Calcio e femminismo
Un ulteriore fronte riguarda la lotta per i diritti delle donne nello sport. Emblematico è il caso della nazionale femminile spagnola campione del mondo 2023: dopo lo scandalo Rubiales, le giocatrici imposero un cambiamento radicale nelle strutture federali.
In quel momento la politica restò defilata, ma la pressione esercitata dalle atlete (sostenute da un movimento solidale internazionale) costrinse la federazione a riforme interne e alla rimozione di figure compromesse.
Episodi che mostrano come il calcio non solo rifletta tensioni sociali e geopolitiche, ma possa anche creare uno spazio in cui, di fronte alle lentezze della diplomazia o all’ambiguità della politica, si producono atti concreti di protesta, isolamento e pressione.
Le tifoserie come attori politici e sociali
Accanto alle istituzioni sportive e ai governi, un ruolo fondamentale nel trasformare il calcio in veicolo politico è quello delle le tifoserie organizzate. Le curve non sono solo luoghi di tifo, ma spesso si trasformano in spazi di opposizione, solidarietà e protesta.
In più occasioni i tifosi hanno riempito lo stadio di bandiere palestinesi, anche a costo di sanzioni UEFA: un gesto che va oltre il simbolismo, con una curva che diventa megafono di una comunità che si riconosce in cause di giustizia globale.
Un esempio ne è il Rayo Vallecano, squadra popolare di Madrid la cui tifoseria, i Bukaneros, è storicamente legata a battaglie sociali e antifasciste (dalla difesa dei lavoratori dei quartieri periferici fino al sostegno a migranti e rifugiati).
In Italia, le curve sono state per decenni “l’ultima forma di protesta giovanile organizzata”. Gruppi ultras, nati come movimento duro e puro negli anni ’70, hanno poi subito infiltrazioni malavitose e pressioni societarie, ma hanno continuato a rappresentare un luogo di espressione politica, spesso di contrapposizione rispetto al potere istituzionale.
La loro influenza è stata tale da condizionare la gestione di club e presidenti, o di momenti di piazza in cui la voce degli ultras ha avuto un peso politico reale.
Ci sono poi gli aspetti positivi meno raccontati: raccolte fondi, iniziative benefiche, sostegno a comunità locali in difficoltà. Questo lato solidale delle curve mostra come il calcio popolare possa farsi spazio civico, capace di attivare risorse sociali laddove la politica non interviene.
Le tifoserie, in questo senso, incarnano una contraddizione: sono al tempo stesso parte integrante dello spettacolo calcistico e attori che, in determinate circostanze, rompono la cornice del “solo calcio”, trasformando lo stadio in una piazza politica.
Un calcio all’esitazione
La storia insegna quindi che il calcio non è mai rimasto indifferente di fronte a grandi crisi sociali e politiche. Anzi, in più di un’occasione è stato proprio il pallone a farsi carico di un compito che sarebbe spettato alla politica.
Quando i governi hanno esitato, le federazioni hanno imposto sanzioni. Quando le istituzioni sono rimaste in silenzio, le tifoserie hanno trasformato gli spalti in piazze di protesta. Quando le strutture ufficiali hanno ignorato discriminazioni e abusi, sono state le giocatrici e i giocatori a imporre il cambiamento.
Il calcio diventa così una forma di supplenza politica: non si limita a riflettere i conflitti della società, ma li interpreta, li amplifica e talvolta li anticipa. È un ruolo che non gli spetterebbe per natura, ma che, per la sua capacità di mobilitare masse e simboli, finisce per assumere inevitabilmente.
L’idea che il pallone sia solo evasione, intrattenimento o “oppio dei popoli” non regge più. La realtà è che, in un mondo in cui la politica spesso abdica, il calcio continua a essere un’arena di responsabilità collettiva, in cui si gioca non soltanto la vittoria di una squadra, ma anche la credibilità di intere società di fronte alla storia.



