Viviamo sotto al dominio di un certo “standard di bellezza online”. Bello, grazioso, carino, sublime, ma anche meraviglioso e superbo. Cos’è il “bello” e chi decide cosa e chi può essere inserito in questa categoria? L’idea di bellezza è stata storicamente e artisticamente collegata a quella di “buono” o “onesto”; ma nell’era dei social, il “bello” è drammaticamente teso tra provocazione e consumismo. La bellezza può essere di rottura o gabbia stretta nella quale far entrare a forza corpi e identità.
In passato la bellezza ha sempre avuto bisogno di un corpo materiale, mentre nell’era digitale il corpo reale è superfluo: si può modellare anche in uno spazio virtuale. Così, mentre ci interroghiamo se capitalismo e patriarcato sono l’uno figlio dell’altro o danzano insieme come partner in crime, il controllo è passato all’Algoritmo. Un terzo attore che, mentre il capitalismo trasforma la bellezza in merce e il patriarcato stabilisce chi è desiderabile e rispettabile, produce uno standard. Non è un’ideologia e non è un sistema economico: è un dispositivo tecnico che media, seleziona, amplifica o silenzia.
Lo standard di bellezza online
La bellezza non è democratica. Da sempre chi può permettersi la cura di sé ha più probabilità di rientrare in un standard di bellezza. Questo è variato nel tempo e nello spazio, ma è difficile non pensare al processo di standardizzazione della bellezza come raggiungibile più o meno facilmente attraverso la cura e l’investimento in sé. Kim Kardashian ha lanciato una fascia per il volto, da utilizzare di notte, per levigare, tirare, dare la sensazione di lifting. Skims non ha inventato la guaina modellante: questa esiste da diversi secoli. Sono facilmente recuperabili online le riviste di moda e salute, ma anche le pubblicità sui quotidiani che raccontano di cinturini, cinghie, bende, nastri e maschere per levigare il viso. C’era anche la loro versione economica: utilizzare gli asciugamani presenti in casa, ma mai efficaci quanto quel prodotto venduto e ben pubblicizzato dalle star dell’epoca.
Gli scarsi risultati non hanno scoraggiato decenni di produzione di accessori concorrenti o con scopi simili. Tale sistema di domanda-offerta si è ripresentato anche nell’era dei social, trovando terreno fertile con il violento avvento degli influencer. C’è però una dimensione di classe che non possiamo dimenticare di raccontare e che i social hanno in parte fatto finta di “risolvere”.
I filtri di Instagram, Snapchat e TikTok hanno permesso l’accesso al filtro della bellezza a molte più persone per la loro gratuità. Ma, come abbiamo imparato a nostre spese: se qualcosa è gratis è perché la merce siamo noi. Le conseguenze vanno dalle truffe, al catfish, fino alla dismorfia.
Fenomeni che si ripercuotono soprattutto sui più giovani. Nell’ultima indagine di ActionAid, che indaga la violenza tra adolescenti, è emerso che:
- 8 giovani su 10 si sentono a disagio per il loro corpo;
- 6 adolescenti su 10 subiscono provocazioni legate al peso, all’altezza, al colore della pelle, ai capelli ecc.
La pressione estetica esercitata dai social ha un impatto fortissimo sulla vita di ragazzi e ragazze. Per quanto ci sia ampia consapevolezza sul fatto che i corpi perfetti raccontati sui social siano ritoccati o irreali, ben 7 giovani su 10 vogliono cambiare il proprio aspetto per apparire all’altezza di quegli standard di bellezza online.
Maria Sole Piccioli, responsabile Education di ActionAid, spiega:
L’indagine dà una nuova conferma di come ragazze e ragazzi non solo ci parlino con grande consapevolezza di una società sessista e discriminante, ma anche di quanto il giudizio e gli stereotipi provochino disagio e malessere psicologico: un campanello d’allarme, considerata la loro fragilità in questa fase delicata di crescita e di scoperta.
Il filtro reale: il caso del chirurgo delle star
Alle persone comuni vengono vendute le guaine modellanti e la skin care coreana, mentre chi ha i soldi compra una sorta di upgrade estetico. Un caso noto è quello di Kris Jenner. La matriarca della famiglia Kardashian ha fatto quello che altre star non avevano ancora fatto: ha dato il nome del chirurgo che sta applicando i filtri di Instagram sui volti dei vip. Il suo nome è Steven Levine, il suo obiettivo è rendere tutte belle, ma con il suo sguardo.
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Così si ripete quel meccanismo per il quale la bellezza è prima di tutto un dispositivo al servizio di capitalismo e patriarcato, che fa sentire insicure anche le donne più belle, ricche e potenti. Tutte concentrate sulle insicurezze del proprio corpo, sulle idee di invecchiare, di ingrassare, di perdere la freschezza del viso.
Si va a creare una sorta di template di freschezza e giovinezza, nel quale tutte e tutti siamo uguali. La bellezza non ci identifica più come individui con le proprie caratteristiche, ma diventa una visione unica.
Il futuro della bellezza
Immaginando un futuro negli spazi digitali, che già abitiamo per ore ogni giorno, non avremo più bisogno di correggere cicatrici o rughe. Sceglieremo un avatar, con pelle digitale che non invecchia, non ingrassa e non si ammala. Può sembrare una forma di libertà, un accesso completo a ciò che vorremmo essere, ma anche questa idea è sottoposta a una nuova standardizzazione.
Il rischio è perdersi, perché nell’avatar non esistono limiti biologici e può essere sempre “perfetto”. Il controllo però non svanisce: dal busto ottocentesco al filtro di TikTok, fino al corpo reso identico a uno standard di bellezza online deciso da qualcun altro, come l’Algoritmo.
La bellezza è una costruzione sociale, ma può essere decostruita. È nelle crepe che si intravedono i corpi non conformi che rivendicano spazio, come le estetiche queer che si rifiutano di entrare negli stampini. Serve alfabetizzazione digitale, politiche di regolamentazione delle piattaforme e serve un’educazione all’immagine che non riduca le persone al loro apparire. Servono narrazioni differenti, capaci di restituire alle “imperfezioni” la dignità di rappresentare la pluralità.



