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Negli ultimi anni la scuola è uscita dalle sue mura. Non lo ha fatto per aprirsi al territorio, come spesso hanno auspicato pedagogisti o riformatori, ma per sbarcare sui social.

Da tempo ormai su piattaforme come TikTok e Instagram proliferano i cosiddetti TeachTokers, docenti che condividono frammenti della vita scolastica, spezzoni di lezione, dialoghi con gli studenti, momenti di forte impatto emotivo.

Un fenomeno che da un lato sembra avvicinare l’istruzione alle nuove generazioni, parlando il loro stesso linguaggio, dall’altro solleva interrogativi profondi: a chi serve davvero questa esposizione digitale? E quali conseguenze comporta per i minori coinvolti, spesso inconsapevolmente trasformati in contenuto?

Uno dei primi TeachTokers italiani

Il caso più noto in Italia è quello del professore Vincenzo Schettini, ideatore della pagina “La fisica che ci piace”. I suoi video, le spiegazioni accessibili e il linguaggio diretto hanno fatto di lui un personaggio seguitissimo, al punto da conquistare spazi in tv e contratti editoriali.

Un successo che mostra il potenziale della divulgazione online, ma che porta con sé anche un rischio: quello di trasformare la figura dell’insegnante in un brand, dove la notorietà personale rischia di contare più dell’efficacia didattica.

Non è un caso se parte della critica gli rimprovera un’eccessiva spettacolarizzazione del ruolo, con il dubbio che la ricerca di visibilità finisca per oscurare la funzione originaria dell’insegnamento.

Il caso del Maestro Gabriele

Ancora più controverso è il percorso del cosiddetto Maestro Gabriele, al secolo Gabriele Camelo. Dopo essere stato lungamente attenzionato da Dario Alì (formatore e divulgatore noto sui social come “crux.desperationis”), a giugno Il Fatto Quotidiano ha raccontato del crowdfunding da lui lanciato per portare tre studenti “disgraziatelli”, come li ha definiti, lungo la Via Francigena.

Un progetto che sulla carta univa pedagogia ed esperienza di vita, ma che prevedeva anche la produzione di contenuti social “on the road”, finanziati in parte proprio con le donazioni.

 

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Alcune famiglie si sono tirate indietro, temendo che i figli diventassero strumenti narrativi in un racconto più utile all’immagine del maestro che al loro percorso.

Lo stesso Camelo, in più occasioni, ha raccontato di utilizzare il rapporto con i bambini come forma di guarigione personale, per elaborare traumi del passato. Dichiarazioni che mettono in luce un nodo delicatissimo: quando l’aula e i suoi alunni diventano parte di un processo terapeutico individuale del docente, il confine tra cura e sfruttamento rischia di rompersi.

Il fenomeno nel mondo

Il problema non è però solo italiano. Un’inchiesta di Wired ha mostrato come negli Stati Uniti gli hashtag #teacher e #teachersoftiktok abbiano accumulato miliardi di visualizzazioni.

Migliaia di insegnanti caricano video di lezioni, discussioni in classe, attività quotidiane. A volte i volti degli studenti sono oscurati, altre volte no. In molti casi manca un consenso esplicito dei genitori, e le regole scolastiche sono vaghe o inesistenti.

Alcuni insegnanti intervistati hanno ammesso di aver rivisto le proprie scelte dopo essersi resi conto che i contenuti raggiungevano milioni di persone, molto oltre le intenzioni iniziali.

Anche i forum frequentati da docenti e genitori fotografano la tensione crescente. Su Reddit, un genitore ha raccontato di aver scoperto che l’insegnante assegnata al figlio pubblicava video quotidiani su TikTok durante le lezioni.

I bambini comparivano sfocati, ma le voci restavano riconoscibili. La domanda posta alla comunità era semplice e inquietante: come posso chiedere che mio figlio non venga filmato a scuola? Le risposte oscillavano tra il consiglio di parlarne direttamente con l’insegnante e l’invito a rivolgersi subito all’amministrazione.

Molti hanno però sottolineato un altro punto chiave: filmare in classe non è solo una violazione della privacy, ma anche un modo di sottrarre tempo e attenzione al compito principale dell’insegnante, cioè insegnare.

La normativa italiana

In Italia, la normativa è chiara: la pubblicazione di immagini o video di minori richiede il consenso esplicito dei genitori. Prima dei 14 anni, serve quello di entrambi. E anche quando il consenso esiste, l’uso dell’immagine non può ledere la dignità del minore né trasformarlo in oggetto di speculazione.

Eppure, quando si tratta di social personali dei docenti, la zona grigia è enorme. Le liberatorie firmate all’inizio dell’anno scolastico riguardano in genere l’uso istituzionale (sito web della scuola, giornali locali, canali ufficiali), non certo i profili TikTok individuali.

Eppure molti insegnanti agiscono come se il consenso fosse automaticamente esteso. È qui che le istituzioni scolastiche mostrano la loro assenza: senza regole specifiche, il confine tra uso legittimo e abuso si fa labile.

Il punto più problematico riguarda proprio i minori. Non è solo questione di privacy formale, ma di impatto psicologico e culturale. Un bambino ripreso mentre piange per l’addio a un insegnante, o mentre affronta un momento di fragilità, non può avere consapevolezza delle conseguenze di quella esposizione.

Eppure, per l’algoritmo, quelle lacrime diventano contenuto virale, carburante per like e condivisioni. Così l’esperienza educativa viene piegata alle logiche dell’engagement, con i minori ridotti a strumenti narrativi.

Non solo: normalizzare la presenza della telecamera in classe rischia di insegnare ai ragazzi che tutto è contenuto, che ogni momento della loro vita può (e deve) essere trasformato in spettacolo. È un messaggio tossico, che alimenta la stessa dipendenza da social di cui spesso accusiamo gli adolescenti.

Insegnante o influencer?

C’è poi la questione del conflitto di ruolo. Un insegnante è pagato dallo Stato per insegnare, non per fare contenuti virali. Registrare durante le ore di lezione significa usare tempo e spazi pubblici per fini personali. Possiamo davvero considerarlo compatibile con la funzione docente? E perché le dirigenze scolastiche lo permettono?

Il silenzio delle istituzioni in materia non è neutro: è un lasciar fare che legittima, che apre la strada a nuove forme di spettacolarizzazione. Tanto più che la consacrazione arriva spesso da altri attori: editori, festival, televisioni, che trasformano i TeachTokers in personaggi pubblici nella speranza di intercettarne il seguito.

Da quel momento, il baricentro del docente si sposta definitivamente: da insegnante a entertainer, da educatore a influencer.

Il problema, in fondo, è culturale. Viviamo in una società che premia la visibilità, che misura il valore sull’engagement, che spinge a trasformare ogni esperienza in contenuto. Gli insegnanti non sono immuni da questa pressione: anche loro possono cedere al richiamo dell’ego, al bisogno di riconoscimento, alla possibilità di monetizzare.

Ma quando questo accade dentro l’aula, il prezzo lo pagano i più fragili: i bambini, che non hanno scelto di essere ripresi; le famiglie, spesso inconsapevoli o poco informate; e la stessa scuola, che perde autorevolezza e missione educativa.

Non si tratta di demonizzare chi fa divulgazione online. È giusto riconoscere che alcuni docenti usano i social in modo utile, per spiegare meglio, per avvicinare gli studenti alla cultura.

Il punto non è il mezzo, ma l’uso che se ne fa. Serve distinguere tra la divulgazione che arricchisce e la spettacolarizzazione che sfrutta. E serve, soprattutto, che istituzioni e famiglie si assumano la responsabilità di fissare limiti chiari. Perché l’aula non è un set, e gli studenti non sono comparse.

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