Alcune mostre non sono fatte per incorniciare l’arte, ma “mostrano” un aspetto della realtà. È il caso dei corridoi e delle sale bianche nelle quale vengono esposti gli abiti che indossavano le vittime al momento di un’aggressione sessuale. Ci sono gonne corte, divise da lavoro, tute da scii, costumi da bagno da bambine.
Così come un imprenditore non è colpevole di aver esposto in vetrina la propria merce, così nessuna vittima è responsabile di com’era vestita, del suo stato di alterazione o di un sorriso per aver subito un abuso. La radice della violenza è l’assenza di consenso.
Le radici culturali
Entrare nel termine “consenso” significa attraversare anche la storia che lo ha distorto, appesantito e infine trascinato fino a noi. Non è semplice perché ci costringe a guardare in faccia un passato disturbante, in cui le donne venivano considerate incapaci perfino di esprimere assenso. “Deboli di mente”, inferiori per intelletto, erano oggetti da tutelare più che soggetti da ascoltare. Per secoli l’onestà femminile non ha coinciso con la volontà e con il dichiarare il proprio consenso, ma con la verginità.
Si trattava di un bene da scambiare, una valuta familiare, così quando una violenza veniva commessa, l’offesa non ricadeva sulla donna, ma sul padre che deteneva quel bene, e se c’era consenso o meno lo decideva lui. Dopotutto gli “oggetti” non hanno la possibilità di dire sì o dire no.
È strano il nostro passato, perché nello stesso immaginario culturale occidentale che voleva le donne mute, silenziose, deboli di mente e di corpo, esistono figure femminili che incarnano completamente l’opposto. Da Lilith, trasformata da donna-demone portatrice di tempeste e morte a prima moglie di Adamo, ripudiata (anzi, che ha scelto di andarsene, ma il racconto è in mano all’uomo) per non essersi sottomessa.
Non nasce da una costola dell’uomo, come Eva, creata a sua immagine e somiglianza, ma dalla sua stessa sostanza: una sua pari per intelletto e capacità di articolare la propria volontà. Insieme a Eva, con la sua scelta disobbediente, in perenne contrapposizione a Maria, rappresentano personaggi archetipo di donne dotate di volontà e che spesso sono punite per averla esercitata.
Nel XXI secolo siamo ancora costrette a discutere di consenso, a dover spiegare che il no è sempre no, e che anche il sì, a volte, è un “no”. Bisogna spiegare che il consenso deve essere chiaro, esplicito, affermativo, ma anche ripetuto, attuale e senza ostacoli interpretativi, come una posizione di potere tra le parti. Il consenso non è complesso: è la nostra cultura a non saperlo e volerlo interpretare correttamente.
Cos’è il consenso?
Per capire che cos’è il consenso, bisogna partire dal termine. E il termine “consenso” è friabile, come un sasso levigato dagli agenti esterni, eroso nel tempo, alle volte faticosamente restaurato, mentre in altri casi del tutto distrutto. Lo possiamo definire un masso: qualcosa che pesa, che è consistente, che ha un suo senso imprescindibile. Il consenso, infatti, definisce l’accordo, l’adesione, ma anche la comunanza di condizioni morali, qualcosa che non dovrebbe essere messo in discussione.
Eppure il consenso evolve, e lo fa in almeno due modi: uno è quello artificiale, quindi operato attraverso norme sociali, propaganda, legge o educazione; l’altro modo è quello spontaneo, potremmo dire “naturale”, e dettato da un discorso morale più ampio, come la ricaduta di un evento che ha portato alla discussione e al dibattito.
Di base, per consenso si intende l’accordo o l’approvazione volontaria informata tra individui. Il termine stesso indica quindi che tra le parti coinvolte ci deve essere assenso, ovvero assenza di coercizione od oppressione e una chiara comprensione di ciò a cui si sta dando il proprio consenso.
Linguaggio di genere
È evidente che il termine non è vuoto né da intendere in maniera positiva o negativa a priori. Dipende dallo sguardo con il quale ci si approccia a “consenso” come parola, come nel caso del linguaggio studiato dalla filosofia di genere.
Il linguaggio stesso non è neutro, ma può essere uno strumento di oppressione e allo stesso tempo il luogo nel quale questa ha origine.
I fatti di cronaca che raccontano la violenza di genere sono uno degli esempi di come il termine e il suo significato siano permeati in realtà di ambiguità. La percezione del consenso finisce spesso per essere distorta o influenzata da altri fattori.
Quando il “no” viene negato e la volontà dell’altro individuo superata, la società va incontro a due tipi di sconfitta: una del linguaggio, perché esplicita il fallimento della comunicazione, e l’altra è il fallimento della società nei suoi esercizi, processi di formazione e modellazione.
Il consenso nella Convenzione di Istanbul
La Convenzione di Istanbul, ovvero la Convenzione sulla prevenzione e la lotta alla violenza contro le donne e la violenza domestica, è uno strumento salvavita. È il primo di questa tipologia a livello internazionale e ha l’obiettivo di incentivare gli Stati a impostare un quadro giuridico per la prevenzione e la protezione delle donne contro la violenza di genere.
La Convenzione di Istanbul è oggi un punto di riferimento e, grazie alla sua applicazione, dal 2011 a oggi, sono state portate avanti campagne di sensibilizzazione, finanziamenti ai rifugi, sono stati assicurati servizi e supporto alle vittime e gli Stati sono stati obbligati a discutere e a riformare le loro leggi, come quelle sullo stupro e il femminicidio.
Cosa dice la Convenzione di Istanbul sul consenso? Ne dà una definizione simile a quella in discussione il 25 novembre 2025 all’interno del ddl Stupro, rimandato proprio per ridiscutere i termini.
All’articolo 36 il consenso è inteso come:
dato volontariamente, quale libera manifestazione della volontà della persona e deve essere valutato tenendo conto della situazione e del contesto.
Le cattive interpretazioni del sì e del no
Ci sono degli aspetti del consenso sessuale che possono essere definiti variabili e altri invece che sono invariabili. Variabile, ad esempio, è il contesto e anche l’interpretazione della comunicazione. Non smetteremo mai di dire che “no significa no”, ma anche “sì significa no” a seconda del contesto.
Poi ci sono degli elementi non discutibili come:
- i soggetti devono avere l’età legale in cui possono dare il consenso sessuale (non meno di 14 anni);
- i soggetti non devono trovarsi in uno stato alterato o in circostanze coercitive.
La comunicazione verbale, il dire il sì o il no, è fondamentale, ma anche la comunicazione non verbale fa parte della “comunicazione del consenso” nel rapporto sessuale. In nessun caso uno sguardo, il silenzio, essere addormentata come Biancaneve nel bosco, il luogo, l’abbigliamento, avere una relazione stabile con una persona o aver già avuto un qualsiasi tipo di rapporto, anche non sessuale, rappresenta un “sì”.



