“Così, figlia mia, io rivendico la tua libertà nell’unico modo a mia disposizione!” (Tito Livio, Ab urbe condita, III, 48)
Quello di Virginia è solo uno dei tanti casi di femminicidio della storia romana. I numeri sono equiparabili ad alcune delle annate peggiori dell’ultimo decennio italiano: una donna ogni 2-3 giorni. Virginia era una giovane di famiglia plebea, fidanzata di un tribuno e per questo si negò più volte al corteggiamento del decemviro Appio Claudio. Lui ne era ossessionato: doveva essere sua a ogni costo. Così cercò prima di farla passare per una semplice schiava di sua proprietà e poi di rapirla. Fu il tribunale a concedere Virginia al suo aguzzino. Si trattava di una “schiavitù provvisoria” in attesa della fine del processo per riconoscere la paternità romana della ragazza.
Il padre, chiamato a testimoniare, dichiarò: “Mia figlia, Appio, l’ho promessa a Icilio e non a te, e l’ho allevata per le nozze, non per lo stupro”. Riuscito ad allontanarsi con la figlia verso il Tempio di Venere Cloacina, la uccise per rivendicarne la libertà “nell’unico modo a mia disposizione”.
Appare evidente anche dall’esempio storico dei nostri antenati che l’omicidio di una donna in quanto donna, in quel caso oggetto di passaggio di proprietà da padre a marito, ha bisogno di altre parole per essere descritto. Gli omicidi femminili invadono la cronaca storica del nostro Paese, ripercorrendone i secoli senza però raccontare un’evoluzione.
Così come la donna moriva nel XVI secolo in seguito a una violenza perpetrata da un uomo, così accade anche oggi. La motivazione è la stessa, persino il modo in cui avviene è lo stesso, tanto che oggi decliniamo formule come “omicidio passionale” e quindi, se gli ingredienti sono uguali, il risultato della ricetta non è diverso. A cambiare non è tanto l’omicidio di genere, ma la nostra percezione sul fenomeno. I termini come “femmicidio” e “femminicidio” raccontano proprio questo.
Differenze tra femmicidio e femminicidio
Il termine femminicidio non è ricerca linguistica voluta da qualche femminista seduta a una grande scrivania e non è neanche una forzatura della lingua italiana dietro il quale si vuole nascondere una qualche guerra tra i generi. Femmicidio e femminicidio come li conosciamo oggi derivano da due diverse fasi di sviluppo del termine, uno di matrice anglosassone e l’altro sudamericano.
Le due autrici femministe che hanno utilizzato per prime i termini per descrivere il fenomeno della “donna uccisa in quanto donna” si sono addirittura date battaglia per la maternità della parola. Il risultato è che a vincere è stato il termine “femminicidio”, quello proveniente dal Sudamerica grazie alla maggiore complessità che si porta dietro (grazie anche all’analisi dietro episodi come quello delle sorelle Mirabal).
Cosa significa femmicidio
Femmicidio è l’adattamento dell’inglese femicide (composto da “feme”, donna o moglie, e il suffisso -cide). Era già in uso nell’Ottocento per identificare proprio l’uccisione di una donna (così come indicato nel Law Lexicon di J.J.S. Wharton del 1848).
Nel tempo il termine è stato valorizzato dai movimenti femministi statunitensi, che lo hanno portato a significare “l’uccisione di una donna in quanto donna da parte di un uomo”. A farsi portavoce del cambiamento è stata la criminologa Diana Russell. In un articolo del 1992 scrive che “il femmicidio è l’uccisione misogina di donne da parte di uomini”. Una definizione ritoccata nel 2001, con il ben più noto significato di “uccisione di donne da parte di uomini perché sono donne” (in Femicide in global perspective).
Inoltre è tra le prime a legare il femmicidio a un problema politico:
Dobbiamo renderci conto che molti omicidi sono in realtà femminicidi. Dobbiamo riconoscere la politica sessuale dell’omicidio. Dai roghi delle streghe in passato, alla più recente usanza diffusa dell’infanticidio femminile in molte società, fino all’uccisione di donne per “onore”, ci rendiamo conto che il femminicidio esiste da molto tempo. Ma poiché coinvolge solo donne, non esisteva un termine per definirlo prima che il termine femmicidio venisse coniato.
Russell si è scontrata simbolicamente e linguisticamente con Marcela Lagarde, nota antropologa e femminista radicale, che nel 2004 in Messico promosse un avanzamento del termine “femmicidio” in quello che ancora oggi utilizziamo maggiormente, ovvero “femminicidio”.
Cosa si intende per femminicidio
Femminicidio (dallo spagnolo feminicidio) nasce nel 2004 come traduzione del termine femicide introdotto da Russell, ma nel 2006 è proprio Lagarde a ridefinirlo. All’uccisione di donna in quanto donna aggiunge un contesto geografico e politico, ovvero l’impunità dei crimini. Così femminicidio prende il significato di:
insieme dei comportamenti violenti che non necessariamente causano la morte della donna, ma tendono all’annientamento fisico e psicologico.
Femminicidio è una parola bagaglio, che si porta dietro molti altri significati e sviluppi. Non racconta soltanto il gesto criminale, l’atto in sé della violenza senza possibilità di ritorno; quando leggiamo o parliamo di femminicidio, ci viene ormai naturale percepire tutto un sistema di valori tossici che ha avvelenato la società alla base e ha permesso a un sistema marcio di svilupparsi sulla pelle di troppe persone, non solo quelle iscrivibili in “uomo” e “donna”.
Con femminicidio raccontiamo vicende di persone, ma anche sostrato culturale e potere politico. Con femminicidio, infine, descriviamo l’arco narrativo della lunga storia del patriarcato e della violenza sulle donne.
La percezione del femminicidio in Italia
Il primo utilizzo in Italia di “femminicidio” non descrive un fatto giuridicamente rilevante come l’omicidio, ma si tratta di una creazione letteraria. Nell’Ottocento infatti lo troviamo all’interno di un commento di Augusto Franchetti alla Giacinta, commedia in cinque atti (1888) di Luigi Capuana:
Così finisce la commedia, che dovrebbe dirsi dramma, se oramai non fosse più facile bandir la morte dal codice penale che dal teatro comico. Il lieto fine, come criterio di tal maniera d’arte, è cosa da porsi tra le ciarpe vecchie. Augier, Dumas, Ferrari, Meilhac e Halevy…, chi non ha un qualche omicidio (che è per lo più un femminicidio) sulla coscienza, getti lui la prima pietra.
In questo caso il termine “femminicidio” fa riferimento alla perdita della verginità di una ragazza. Era poi tanto diverso? Fino al 1981, al “no” di Franca Viola, in Italia esisteva la pratica del matrimonio riparatore che prevedeva l’estinzione del reato di violenza sessuale se l’abusatore, anche di una minorenne, decideva di sposare la vittima. La perdita della verginità, soprattutto in un contesto di violenza, cuciva sul corpo nuovi termini come svergognata, sgualdrina, poco di buono, puttana…
La prima volta che “femminicidio” viene usato in maniera corretta, cioè in relazione a una cronaca di un delitto, è il 1923 ed è “il più truce delitto chiamato femminicidio commesso da un certo Pietro di Vicchio Fiorentino” (Vita e Pensiero – vol. 9, 1923). Sono per la maggior parte dei casi utilizzi sparsi e non consapevoli. Almeno fino al 1977, quando influenzata dai movimenti femministi Maria Adele Teodori inizia a inserirlo nei suoi pezzi. Nei decenni successivi “femminicidio” entra nel linguaggio, ma viene spesso utilizzato per descrivere episodi esterni, con un non troppo velato razzismo che distingue “noi” da un “loro” bestiale.
Nel 2006 il termine viene utilizzato quattro volte, ma messo tra virgolette quasi come se queste potessero proteggere il lettore da una verità scomoda; fino al 2009 viene utilizzato al massimo 10 volte, poi nel 2010 viene utilizzato 22 volte, nel 2011 viene utilizzato 31 volte e nel 2012 arriva a 276 volte e da allora non si è più fermato. È ormai un termine di uso comune. Oggi non si tratta più di una sola parola, ma di un rovesciamento di prospettiva utile a capire ciò che ci circonda.
Zittire le critiche
Ci sono due tipi di critiche che arrivano al termine femminicidio e all’utilizzo che oggi ne facciamo. La più banale è quella di voler rinchiudere il reato di omicidio in una guerra tra generi. L’appunto più comune è quello della non necessarietà di un termine specifico e che si dovrebbe invece parlare di “umanicidio”. Si tratta, come dicevamo, di un’osservazione piuttosto banale perché la nostra lingua prevede già parole specifiche che raccontano i rapporti tra l’uccisore e la vittima o caratteristiche della vittima. Ad esempio:
- fratricidio, specifico per l’uccisione di un fratello o di una sorella;
- sororicidio, l’uccisione della sorella;
- matricidio, l’uccisione della madre;
- parricidio, l’uccisione del padre;
- uxoricidio, l’uccisione della moglie o della compagna;
- infanticidio, l’uccisione di un neonato;
- feticidio, l’uccisione del nascituro prima o durante il parto (equiparabile giuridicamente all’infanticidio).
Alla luce delle diverse caratteristiche che raccontano queste parole, è evidente che anche l’utilizzo di femminicidio è regolato tanto dalla lingua italiana quanto dal buon senso.
La controversia del termine maschicidio
Quindi anche maschicidio esiste? Se lo chiede un ragazzo sulla pagina Treccani. In data 18 settembre domanda: “Il maschicidio, sempre più frequente ultimamente, sarebbe un valido termine da aggiungere?”. La risposta dell’enciclopedia italiana è caustica:
Maschicidio prevederebbe, a causa della sessualizzazione del termine, di inquadrare il fenomeno per il quale è una donna a uccidere un uomo trattato come un oggetto nella vita quotidiana perché debole affettivamente, sottomesso e ricattato psicologicamente ed economicamente subalterno. Non vediamo, nella realtà sociale d’oggi, una situazione del genere. Per questo motivo non circola una parola come maschicidio e a tutt’oggi la comunità dei parlanti non ne sente la mancanza.
Prendendo in buona fede la domanda del ragazzo (e non con l’intento di sminuire o negare la violenza delle donne sugli uomini) potremmo dire che è vero che ci sono donne che uccidono uomini, come è vero che ci sono donne in ambiti relazionali che sottopongono l’uomo a vessazioni e sottomissioni psicologiche e fisiche. La differenza sta nei numeri, ancora una volta quei freddi simboli ai quali però possiamo ricondurre delle vite.
La maggior parte delle donne uccise in Italia (restiamo nel contesto binario per via della lettura dei dati ufficiali, che non comprendono i transicidi) deve la perdita della vita alla mano maschile, un parente o qualcuno con cui aveva, aveva avuto o avrebbe voluto avere una relazione. Alla base del termine femminicidio, che non è il contrario di maschicidio, c’è l’uccisione della donna in quanto donna. Alla base di quello che possiamo iniziare ad analizzare come “maschicidio” vi è spesso una motivazione relazionale-familiare fatta di dinamiche conflittuali e, anche in questo caso, la mano dietro è molto spesso quella maschile.
Gli ultimi studi, come il più recente dell’Associazione Italiana di Psicologia e Criminologia, parlano di “maschicidio silente” per indicare come all’interno dell’ambiente familiare l’80% delle vittime sia un uomo. Nella settimana presa in riferimento, quella dal 14 al 20 agosto 2025:
- si sono registrati un totale di 8 eventi delittuosi;
- che hanno coinvolto 12 vittime e 8 presunti autori;
- le vittime sono per il 66,5% uomini (8 su 12, il restante donna);
- gli autori sono nell’88% uomini (7 su 8).
È quindi una tragedia, un dramma quasi esclusivamente maschile, ma tanto dal lato delle vittime quanto dal lato di chi impugna l’arma. Nello studio si legge che è una “guerra tra uomini che uccidono uomini”, non di violenza generica, ma di un pattern specifico e dominante dove la minaccia viene da vicino ed è quasi sempre un parente o un conoscente. La morte non arriva dalla strada, ma dal circolo della fiducia tradita, dove i conflitti sono degenerati. Ricorda sì il femminicidio, ma nelle dinamiche e non nel volto dietro al gesto.



