Il consenso è oggetto di dibattito soltanto in tempi recenti, e diciamo “purtroppo”. Una parola che fa ancora ridere troppe persone, individui fossilizzati nell’idea che una donna piacente, disinibita, per carattere simpatica e disponibile ad ogni scambio cordiale debba per forza di cose diventare una partner sessuale anche per una singola occasione.
Perché, diciamolo, in un 2025 in cui la violenza di genere non è più un mistero dobbiamo ancora parlare di dibattito, perché una fetta di cittadinanza attiva e passiva vive ancora nel retaggio del ruolo della femmina, del bipede che non può godere dello stesso diritto del maschio in quanto è il maschio a godere del diritto di decidere per entrambi. Anche a letto, anche sul sedile ribaltato, anche nel casolare abbandonato e anche di fronte a un pugno di complici pronti a girare il loro snuff movie con i propri telefonini, bramosi di lanciare in rete l’atto di libidine non richiesto.
Il “no” della donna ha la stessa età della storia dell’essere umano, ma in termini di legge qualcosa si inizia ad intravedere negli anni ’60, di preciso nel 1965, quando scoppia il caso Franca Viola per prendere definitivamente forma nel 1975 con il massacro del Circeo. Ma c’è un’altra data: il 1979. L’Italia non è ancora pronta a ribaltare la narrazione sulla donna-oggetto. È vero, già da molti anni – restando in quel contesto – diversi stupratori pagano il loro conto con la giustizia, ma ciò che accade all’interno delle aule dei tribunali è ancora un mistero.
Per questo il 26 aprile 1979 la Rai rovescia tutto trasmettendo in seconda serata il documentario Processo per Stupro, un’opera rivoluzionaria firmata da Maria Grazia Belmonti, Anna Carini, Rony Daopoulos, Paola De Martiis, Annabella Miscuglio e Loredana Rotondo. Il documentario vincerà il premio Prix Italia nella categoria Documentaries lo stesso anno. Per dovere di cronaca va detto che prima del Processo per Stupro un altro processo per violenza sessuale viene trasmesso dalla Rai nel 1976, quando nel tribunale di Verona una 16enne cerca giustizia. Il documentario del 1979, tuttavia, avrà una maggiore eco mediatica.
Il caso Fiorella, 1977
Fonte: Corriere della Sera
È l’8 ottobre 1977. A pagina 11 del Corriere della Sera c’è un titolo: “Tre teppisti in una casa a Nettuno. Violentano una ragazza che cercava un lavoro”. I fatti risalgono alla sera prima, venerdì 7 ottobre, quando F.D.R. (18 anni) – che un anno dopo scopriremo chiamarsi Fiorella – arriva all’ospedale San Giovanni di Roma. Ai poliziotti della postazione interna del nosocomio racconta di essere stata segregata, picchiata, e violentata da un branco in un appartamento di Nettuno.
Qualche settimana prima Fiorella ha conosciuto Rocco Vallone (29 anni), al quale ha confidato di essere in cerca di un lavoro. Vallone, un nome già noto alle forze dell’ordine, le ha detto che potrebbe aiutarla e per questo motivo la invita a Monterotondo (Roma) per incontrare altri collaboratori con i quali è in corso di avvio un’attività di vendita di prodotti surgelati. La sera di venerdì 7 ottobre, quindi, Vallone passa a prendere la ragazza e si mettono in viaggio. Scrive il Corriere della Sera:
L’auto però non si dirige affatto verso Monterotondo bensì verso Nettuno. La ragazza, tuttavia, non si preoccupa poiché del suo accompagnatore si fida. Vallone, una volta giunto a Nettuno, parcheggia l’auto davanti al portone di uno stabile a invita F.D.R. a seguirlo. I due entrano in un appartamento dove si trovano già i complici di Vallone.
Il cambio di rotta nel bel mezzo di un tragitto è una dinamica ben nota. In quell’appartamento Fiorella si ritrova davanti a tre sconosciuti: Cesare Novelli, Claudio Vagnoni e Roberto Palumbo. Per ore la 18enne viene aggredita e violentata, e minacciata di morte qualora decidesse di parlare. A notte fonda la ragazza viene riaccompagnata a casa, e gli aguzzini rinnovano la minaccia. Fiorella, però, si presenta all’ospedale e racconta tutto. E fa i nomi. La sera stessa Vallone e Novelli vengono arrestati. Poche ore dopo toccherà a Vagnoni, mentre Palumbo si dà alla latitanza.
I quattro sono accusati di violenza carnale, sequestro di persona, percosse e minacce. In un primo momento gli indagati confermano le accuse, ma subito dopo ritrattano e dichiarano che Fiorella era consenziente e che con la ragazza avevano patuito una cifra di 200 mila lire per la sua “prestazione”. E proprio sul consenso di Fiorella, un anno dopo, si concentrerà il procedimento che si terrà presso il Tribunale di Latina e che verrà immortalato dalle telecamere Rai.
Un processo sul consenso: il documentario
Arriviamo al 1978. Otto mesi dopo la vicenda, Fiorella e i suoi stupratori si presentano al Tribunale di Latina. Tempo prima le attiviste della Casa delle Donne, nel corso del convegno internazionale Violenza contro le donne hanno fatto notare che troppo spesso i processi in cui il capo di imputazione è la violenza carnale vengono orientati verso la colpevolizzazione della vittima della quale vengono sviscerate le abitudini, il passato e messa in discussione l’attendibilità della sua versione.
Per questo l’avvocata Tina Lagostena Bassi, una figura di riferimento per le battaglie del movimento femminista di quegli anni, chiede che il processo si svolga a porte aperte. Così viene autorizzato l’ingresso delle telecamere. All’inizio del dibattimento gli imputati offrono 2 milioni di lire alla parte lesa, che quest’ultima rifiuta.
In questo modo il pubblico può farsi un’idea di ciò che avviene in aula. Fuori dal tribunale le madri degli imputati invocano la liberazione dei loro figli, che al loro cuore sono innocenti. All’interno del tribunale le cose non vanno diversamente: ciò che si consuma sotto l’adagio La legge è uguale per tutti è un ripetuto atto d’accusa nei confronti di Fiorella, dipinta come il frutto delle lotte femministe che rivendicano parità di dignità e diritti e che, per questo, raccolgono il frutto di ciò che hanno seminato.
L’arringa della difesa
Ciò che a Latina andrà in scena è uno scontro tra le arringhe dell’accusa e della difesa. Giorgio Zeppieri, l’avvocato degli imputati, dice:
Signori, una violenza carnale con fellatio può essere interrotta con un morsetto: passa immediatamente la voglia a chiunque di continuare e l’atto quindi mal si coniuga con l’ipotesi della violenza, anzi è incompatibile: tutti e quattro avrebbero incautamente abbandonato nella bocca della loro vittima il membro, parte che, per antonomasia, viene definita delicata.
E ancora:
Il possesso è stato esercitato dalla ragazza sui maschi, dalla femmina sui maschi: è lei che prende, è lei la parte attiva. Loro sono passivi, inermi. Abbandonati nelle fauci avide di costei.
Quindi:
Questa ragazza che non versa in floride condizioni economiche ha degli amici amanti: lo so, non c’è amore, non c’è innamoramento, c’è consuetudine al piacere, c’è amicizia dei sensi.
Infine:
E allora signor presidente che cosa abbiamo voluto, che cosa avete voluto? La parità di diritti? (…) Voi portavate la veste: perché avete voluto mettere i pantaloni? (…) Vi siete messe voi in questa situazione! Non l’abbiamo chiesto noi questo! E allora purtroppo ognuno raccoglie i frutti che ha seminato! Se questa ragazza si fosse stata a casa, l’avessero tenuta presso il caminetto, non si sarebbe verificato niente!
Per Zeppieri e per la difesa, quindi, Fiorella se l’è cercata sia perché quella sera non è rimasta “presso il caminetto”, sia perché figlia di un contesto storico in cui il movimento femminista rivendica una parità di dignità e diritti. Sarà questo, subito dopo, a fare da ispirazione all’arringa di Tina Lagostena Bassi.
L’arringa di Tina Lagostena Bassi
Nella sua arringa Tina Lagostena Bassi risponde in primo luogo a ciò che oggi definiamo victim blaming, in secondo luogo evidenzia il trattamento solitamente riservato alle vittime di stupro nelle aule dei tribunali.
Che cosa intendiamo quando chiediamo giustizia come donne? Che anche nelle aule dei tribunali e attraverso ciò che avviene nelle aule dei tribunali si modifichi quella che è la concezione socioculturale del nostro Paese, che si cominci a dare atto che la donna non è un oggetto.
Quindi:
E questa è una prassi costante: il processo alla donna. La vera imputata è la donna. E scusatemi la franchezza: se si fa così è solidarietà maschilista perché solo se la donna viene trasformata in un’imputata, solo così si ottiene che non si facciano denunce per violenza carnale.
Ancora:
A nome di Fiorella e a nome di tutte le donne, molte sono, questo io vi chiedo: giustizia. Rendete giustizia a Fiorella e attraverso la vostra sentenza voi renderete giustizia a tutte le donne: anche a quelle che vi sono più vicine, anche a quelle che per disgrazia loro sono vicine agli imputati.
Come anticipato, l’accusa e la stessa Fiorella rifiutano il risarcimento di due milioni di lire da parte degli imputati. La ragazza, piuttosto, chiede una lira simbolica che verrà devoluta alla Casa delle donne. In conclusione, Lagostena Bassi dice:
Certo: uno può dare un morsico e può rischiare la vita e l’avrebbe rischiata. E ognuna delle donne ricorda quello che è successo a chi ha cercato di ribellarsi alla violenza. Ed ecco che violenza vi è anche senza una reazione di questo tipo.
Rocco Vallone, Cesare Novelli e Claudio Vagnoni vengono condannati a un anno e otto mesi di reclusione, mentre per Roberto Palumbo i giudici stabiliscono due anni e quattro mesi. Tutti gli imputati non trascorreranno un giorno in carcere dal momento che viene loro concessa la libertà condizionale.
Le reazioni
Il documentario Processo per stupro andrà in onda in seconda serata il 26 aprile 1979 sulla Seconda Rete. Affidiamo ad un vecchio articolo pubblicato dal Corriere della Sera le reazioni di una fetta di pubblico, specialmente di genere maschile. Uno studente di 16 anni dice: “Mi sono vergognato di essere maschio, sono stato male, non riuscivo ad addormentarmi, non credevo che fuori dal film ci potesse essere una simile realtà”.
Non manca la presa di posizione nello stile di men’s lives matters. Ne è un esempio l’articolo del giornalista Alberto Bevilacqua sulla stessa pagina del Corriere:
L’azione femminista chieda giustizia per chiunque, uomo o donna, ne abbia bisogno; se questo può portare, come certamente porta, a una maggiore dignità femminile.
Il consenso prima e dopo
In quegli anni è ancora in vigore il codice Rocco, un retaggio fascista che inquadra la violenza carnale tra i reati contro la moralità pubblica e non contro la persona. Non è raro, quindi, che l’ago della bilancia durante i processi per violenza sessuale sia il consenso, lo stesso rivendicato da Angelo Izzo e Gianni Guido (che oggi, scontata la pena, ha una nuova identità) durante il processo per il massacro del Circeo. Bisognerà aspettare il 1996, dopo più di venti anni di lotta femminista, per arrivare all’abrogazione del Codice Rocco e a una nuova legge contro la violenza sessuale, finalmente riconosciuta come reato contro la persona.
Oggi il consenso è oggetto di un disegno di legge che ha messo d’accordo l’attuale governo presieduto da Giorgia Meloni e l’opposizione rappresentata da Elly Schlein. Dopo l’ok unanime arrivato dalla Camera, il ddl si è arenato in Senato.
A mettere in pausa i lavori è stata la maggioranza in Senato a causa di dubbi su alcuni punti presenti nel testo. Nello specifico le perplessità sono nate per le definizioni di “consenso libero e attuale” e “casi di minore gravità“, obiezioni sollevate dal centro sulle quali Giulia Buongiorno, presidente della Commissione Giustizia, ha spiegato:
Il provvedimento è arrivato oggi in Commissione: ho verificato se ci fosse unanimità nel rinunciare agli emendamenti, ma non c’era. Il centrodestra chiede correzioni alla luce di alcune audizioni. Ci sarà un ciclo mirato, breve. La norma è importantissima e va fatta.
Tutto ciò ha avuto luogo il 25 novembre, nella Giornata Internazionale per l’Eliminazione della Violenza contro le Donne.
Fonti
- Redazione (2016). Scheda tematica: processo per stupro. Time For Equality.
- Winners 1949-1998. Prix Italia.
- F. Visentin (2022). Verona, la prima volta di un processo per stupro a porte aperte: «Quei giorni segnarono una svolta». Corriere della Sera.
- Redazione (8 ott 1977) Violentano una ragazza che cercava lavoro, p.11. Corriere della Sera.
- Redazione (9 ott 1977). Violenza carnale: due già arrestati, p.15. Corriere della Sera.
- Redazione (9 ott 1977). Fingono di offrirle lavoro e la violentano in tre, p.14. La Stampa.
- G. Siviero (2018). Processo per stupro. Il Post.
- G. Borgese (28 apr 1979). E gli uomini che cosa ne pensano? C’è chi si vergogna di essere maschio. Corriere della Sera.
- S. Salvatici (2020). 26 aprile 1979: va in onda il “Processo per stupro”. Rivista Il Mulino.



