Dal 2026 il 4 ottobre, giorno di San Francesco d’Assisi, patrono d’Italia, tornerà ad essere festa nazionale. La proposta di legge, approvata in via definitiva dal Senato, ha avuto un sostegno bipartisan con 247 voti a favore, 8 astenuti e 2 contrari.
A promuoverla è stato il gruppo di Noi Moderati, raccogliendo l’appoggio convinto di tutto l’arco parlamentare in occasione dell’ottavo centenario della morte del santo, che cadrà proprio nel 2026.
Il provvedimento
Composto da tre articoli, il provvedimento stabilisce che il 4 ottobre diventi a tutti gli effetti giorno festivo, con orario pienamente non lavorativo e con il divieto di compiere determinati atti giuridici.
La premier Giorgia Meloni ha parlato di “gioia e soddisfazione” per il ritorno della festività, sottolineando come San Francesco sia “un Santo amato da tutto il popolo italiano e in cui il popolo italiano si riconosce”. Un valore simbolico e identitario che va oltre le appartenenze politiche, tanto da essere stato sostenuto quasi all’unanimità.
Nel 2026 la data cadrà di domenica, dunque il primo impatto concreto sarà nel 2027, quando gli uffici e le scuole resteranno chiusi e scatteranno le regole su stipendi, straordinari e indennità.
Quanto costa una festa nazionale?
Se sul piano politico la reintroduzione ha messo tutti d’accordo, ma il tema economico resta più controverso. Le stime parlano chiaro: una festività nazionale in più costa circa 2 miliardi di euro di PIL in termini di produzione persa, secondo le stime di diversi economisti. Una cifra imponente in un Paese che già cresce meno dei suoi vicini europei e che fatica a recuperare competitività.
Sul fronte delle finanze pubbliche, il Governo ha stimato un onere aggiuntivo di 10,7 milioni di euro l’anno a partire dal 2027, destinati a coprire le retribuzioni extra di settori come sanità, difesa, sicurezza e soccorso pubblico, chiamati comunque a garantire servizi essenziali anche nei giorni festivi.
La cifra, pur modesta se paragonata al bilancio statale, è stata considerata sufficiente a bloccare proposte simili: l’emendamento per introdurre anche il 19 marzo (San Giuseppe) è stato respinto proprio per evitare ulteriori spese.
Le imprese, invece, dovranno fare i conti con una giornata di produzione in meno o con il pagamento degli straordinari maggiorati a chi lavorerà. I sindacati salutano la novità come un riconoscimento importante per i lavoratori, che avranno diritto a un giorno pagato o a una maggiorazione.
Ma le associazioni datoriali mettono in guardia: l’Italia è già tra i Paesi europei con più festività riconosciute e ogni ulteriore stop rischia di pesare su produttività e competitività.
Il bilancio è quindi duplice: da un lato, un guadagno certo per i lavoratori; dall’altro, un costo diffuso e meno evidente che ricade sull’economia complessiva.
La voce dei cittadini
Anche sui social il dibattito si è acceso. Nei thread di Reddit dedicati alla notizia, molti utenti hanno accolto la novità con ironia o scetticismo. Un medico scrive: “Da statale: WOOOOO. Da medico reperibile nelle festività: meh, almeno pagano di più”.
Altri si interrogano sugli aspetti pratici: cosa succederà ai contratti collettivi che già prevedono giornate aggiuntive per le ex festività soppresse? Verranno ridotte?
Non manca chi evidenzia la contraddizione con il principio di laicità: “Alla faccia dello Stato laico… sarei curioso quanto costa solo di stipendi pubblici questa mossa”. Commenti che fotografano bene il clima: tra entusiasmo, disincanto e dubbi operativi, la misura divide soprattutto per il suo significato economico e civile più che religioso.
Stato laico e festività religiose
La questione più delicata riguarda il rapporto tra una festa religiosa e la laicità dello Stato. Non è la prima volta che l’Italia affronta il tema: nel 1977 furono abolite diverse festività religiose – Epifania, San Giuseppe, Ascensione, Corpus Domini, Santi Pietro e Paolo – per motivi economici, anche se in seguito l’Epifania fu ripristinata.
Il nuovo Concordato del 1984 sancì una ridefinizione del calendario, prevedendo che i lavoratori avessero ferie compensative per le feste soppresse. Ma sul piano culturale il dibattito resta aperto.
Gli atei e agnostici razionalisti (UAAR) hanno parlato di “salto indietro” rispetto alla laicità, ricordando che ogni nuova festività comporta oneri per lo Stato e che sarebbe più opportuno valorizzare ricorrenze civili.
Una posizione simile a quella espressa da alcuni utenti su Quora, che vedono nelle feste religiose un retaggio di propaganda cattolica, da sostituire con ricorrenze universali come la Giornata della donna.
Altri osservatori invitano a considerare queste giornate come parte della tradizione e della cultura nazionale, con un significato che non è più soltanto confessionale. L’ex ministro Rocco Buttiglione ricorda che “il Natale è una festività civile, oltre che religiosa: fa parte della cultura degli italiani e ognuno le attribuisce un significato diverso”.
Un approccio che trova eco anche in chi sottolinea come molte feste cristiane abbiano radici più antiche, pagane o legate ai cicli della natura: Ferragosto come festa di Augusto, Natale come rielaborazione del Sol Invictus, Pasqua come festa della primavera.
Laicità, dunque, non significa cancellazione della tradizione, ma capacità di distinguere il piano religioso da quello civile. E la reintroduzione del 4 ottobre si colloca esattamente in questa zona grigia: festa di un santo, ma anche simbolo nazionale e universale di pace, fratellanza, dialogo e tutela dell’ambiente.
Tra simbolo e realtà
La scelta del Parlamento di riportare nel calendario civile il 4 ottobre riflette una tensione tipica della storia italiana: il continuo equilibrio tra identità religiosa e principi laici, tra valore simbolico e costi concreti.
Sul piano pratico, la nuova festività porterà benefici a lavoratori e famiglie, ma avrà costi per imprese e Stato.
Sul piano culturale, rappresenta un ritorno a un passato di cui molti sentono la mancanza, ma che altri considerano anacronistico.
Sul piano etico, infine, interroga il senso stesso della laicità, che non significa assenza di tradizioni ma garanzia che nessuna appartenenza religiosa determini i diritti dei cittadini.
Il 4 ottobre diventa così un banco di prova per l’Italia: se riuscirà a conciliare simbolo e concretezza, memoria e modernità, la festa di San Francesco potrà essere non solo un giorno di riposo, ma anche un’occasione per riflettere su chi siamo e su cosa ci unisce.



