Il 17 novembre 2022 l’espressione serial killer è ricomparsa nella cronaca italiana. I fantasmi del passato erano ancora lì, dal mostro di Foligno alle belve di Vercelli, da Roberto Succo a Gianfranco Stevanin. Nomi che si credevano archiviati in un’epoca in cui gli omicidi seriali in Italia facevano il verso ai “colleghi” statunitensi, tutti destinati a prendere polvere negli archivi dei tribunali o a diventare sceneggiature per intriganti documentari true crime o nuovi libri-inchiesta. In quel 17 novembre 2022, però, abbiamo sentito nuovamente il ticchettio frenetico delle macchine da scrivere degli uffici delle redazioni, pareti intrise di fumo e riverberi di telefoni che squillano.
A Roma, nel quartiere Prati, erano morte tre donne. Xianrong Li e Jung Xia Yang in via Augusto Riboty 28, poi Marta Castano Torres in un seminterrato di via Durazzo 38. Tre donne in tre ore. In un attimo era scattata la caccia all’uomo mentre tra i laptop delle redazioni, tra i WhatsApp piovuti sulle utenze di giornaliste e giornalisti, sussurrava un’espressione quasi atavica: serial killer. A Roma c’era un serial killer in libertà, ma solo per 48 ore.
Il suo nome, Giandavide De Pau (51 anni) era già noto alle autorità. Oggi il processo a suo carico è ancora in corso, ma chi ha memoria ricorderà un dettaglio inquietante. Venne fuori, ad esempio, che in una chat intercorsa tra De Pau e un altro utente celato sotto lo pseudonimo Dobermann il killer scrisse: “Faccio come Donato Bilancia almeno vado una volta a riposarmi per qualcosa che ho fatto”.
Donato Bilancia terrorizzò la Liguria e il basso Piemonte tra il 1997 e il 1998 quando uccise 17 persone, alcune delle quali erano prostitute. E anche le vittime de Pau erano prostitute, escort contattate via Internet. “Bilancia no, dai”, gli aveva risposto Dobermann. Quindi la risposta di De Pau: “Non come lui a caso, ma mirati”.
Rifletteva Ilaria Sacchettoni sul Corriere della Sera:
Quando De Pau lo evoca Bilancia è morto da quasi due anni, stroncato dal Covid nel carcere di Padova dove stava scontando tredici ergastoli, cinque dei quali per aver trucidato prostitute. De Pau lo vive come un maestro da uguagliare e forse superare.
Un copycat, nella sostanza: De Pau avrebbe subito e assimilato il fascino criminale di Bilancia per poi porlo in essere, con i suoi effetti più devastanti. Del fascino del male abbiamo parlato a più riprese, ma nell’approfondimento di oggi ci soffermiamo sugli effetti di questo fenomeno amplificato, in questi tempi, da una maggiore interconnessione e una più importante presenza di materiali che popolano piattaforme, social ed eventi.
Il fascino dei serial killer
“Quello che era una volta una categoria di nicchia è ormai diventata la cultura pop“: lo sottolinea Vatsa Singh su The Gazelle, ed è una verità di cui abbiamo parlato nel nostro approfondimento sul true crime, un universo che per forza di cose dobbiamo distinguere dalla cronaca nera e per il quale dobbiamo parlare di proselitismo. Del piacere provato per tutto ciò che è oscuro parlò il noto psichiatra svizzero Carl Gustav Jung nel suo L’albero filosofico (1978):
Non si diventa illuminati perché ci s’immagina qualcosa di chiaro, ma perché si rende cosciente l’oscuro. Ma questo è scomodo e quindi impopolare.
Fatte queste necessarie e urgenti premesse, facciamo presente che il fenomeno delle fanbase dei serial killer è tutt’altro che attuale. Un esempio lo troviamo in Doreen Lioy, che si innamorò del serial killer Richard Ramirez (16 vittime torturate, stuprate e uccise) al punto di sposarlo. Doreen lo definiva “gentile, divertente, affascinante”. A proposito delle sue condanne, la donna sosteneva che “secondo me, c’erano molte più prove per condannare OJ. Simpson“.
Non è andata diversamente a Ted Bundy: la sua ammiratrice Carol Ann Boone si trasferì da Washington alla Florida per stargli vicino durante i processi. I due si sposarono ed ebbero una figlia. Fenomeni, questi, che possiamo raccogliere nel termine ibristofilia.
Innamorarsi di un serial killer: cos’è l’ibristofilia
Scrive la dottoressa Martina Penazzo su Scienze Forensi:
L’ibristofilia rappresenta la tendenza a provare attrazione sessuale e mentale di tipo morboso verso persone che hanno commesso crimini di varia natura.
Il termine è stato coniato dallo psicologo e sessuologo neozelandese John Money nel 1986. Penazzo scrive che si tratta di “un fenomeno maggiormente femminile” e a tal proposito la scrittrice Sheila Isenberg nel suo Women who love men who kill (1991, Simon & Schuster) individuò quattro motivazioni dietro questa extra ordinaria passione. Le riportiamo dal testo di Penazzo:
- Poiché mosse da un desiderio di accudimento e dal desiderio che una persona dipenda da loro. In altre parole, tale bisogno può essere ricondotto alla Sindrome della crocerossina, ovvero a quella dinamica psicologica che porta la persona a sentirsi gratificata nel vedere l’altro “salvo” per merito dei suoi sacrifici e del suo aiuto;
- Per ricreare, consapevolmente o meno, la relazione che avevano durante l’infanzia con il padre;
- Per un desiderio autolesionista di sottoporsi alla sofferenza e allo stigma sociale;
- Poiché attratte da uomini il cui crimine ha reso famosi.
È certamente comodo restituire questa prevalenza di donne appassionate come una prova di una stereotipata debolezza di genere – narrazione che appartiene esclusivamente a chi sceglie la semplificazione in ogni disciplina – per questo è d’uopo ricordare come ciò sia dovuto a una prevalenza di serial killer maschi. Dal 1900 al 2010 abbiamo il 91% di assassini seriali di genere maschile. Lo dimostra uno studio condotto nel 2015 dalla Radford University e la Florida Gulf Coast University.
Non mancano, infatti, i fenomeni di ibristofilia tra gli uomini. Nel 2019, infatti, il sociologo Mark Pettigrew nel suo studio Aggressive hybristophilia in men and the affect of a female serial killer ha parlato di “scarsa base letteraria sull’ibristofilia” e ha citato l’esempio di tre uomini affascinati da una serial killer a sfondo sessuale. Leggiamo l’abstract:
Una serial killer donna a sfondo sessuale ha reclutato l’aiuto di tre complici maschi per aiutarla nei suoi crimini ed evitare di essere scoperta dalla polizia. Gli uomini rimasero affascinati dall’assassina, cadendo ‘sotto il suo incantesimo’, e la aiutarono volentieri, a vari livelli, a localizzare e smaltire le vittime.
I pericoli della glorificazione
Va detto che la glorificazione non è da intendersi esclusivamente come la pratica di ergere l’assassina o l’assassino a mito. Possiamo declinare la parola anche alla tendenza che oggi è comune nei talk e sui social. Il delitto di Garlasco, ad esempio, lo vediamo tradotto irreversibilmente a oggetto di spettacolo e rissa faziosa nei talk show, una realtà che non vede – o non ancora – l’elevazione dell’indagato Andrea Sempio o del condannato Alberto Stasi a personalità carismatiche che bucano lo schermo. Gli stessi, nei fatti, non si distinguono per il loro carisma.
Piuttosto il media bombing che ogni giorno passa per la tv sposta continuamente il focus della vicenda, relegato allo sfondo: l’uccisione di Chiara Poggi è presentata come meno interessante e subisce l’ombra degli interventi televisivi dell’avvocato Massimo Lovati (sempre in scena nonostante la revoca del mandato) e degli scontri tra le parti, i periti e gli ex consulenti come nel caso dell’ex comandante Luciano Garofano.
Lo stesso accadde per il delitto di Avetrana. Dopo il ritrovamento del corpo della 15enne Sarah Scazzi, reso possibile dalla confessione di Michele Misseri, quest’ultimo divenne l’argomento principale dei talk con Quarto Grado in prima linea. Misseri divenne “zio Michele” soprattutto per inviate e inviati che inevitabilmente sfondavano quella linea di confine tra la deontologia e il rispetto del singolo. Del ricordo di Sarah Scazzi restò e resta tutt’oggi solo una lieve sfumatura evanescente, proprio come accade per Chiara Poggi. È, tutto questo, una glorificazione tacita che già presenta i suoi rischi: la vittima silenziata.
In termini di rischi della glorificazione abbiamo parlato all’inizio di questo approfondimento con l’esempio di Giandavide De Pau, sedicente copycat di Donato Bilancia che il killer delle escort di Roma intendeva emulare. Gli effetti della glorificazione, però, interessano anche gli individui che non uccidono: si pensi alle serie tv Romanzo Criminale, Gomorra e Suburra, o al meno recente biopic Vallanzasca – Gli angeli del male. I “cattivi” protagonisti di queste opere, ispirati o meno a storie di criminali realmente esistiti o esistenti, sono personaggi da romanzo caricati di carisma e attitudine pulp.
La “colpa” non è delle opere, ma della sensibilità del pubblico. Un esempio arriva da Carmine Monaco, l’attore che nella serie Gomorra abbiamo visto nei panni di ‘o Track. In un video pubblicato sui social Monaco si scagliava contro un ragazzo che “armato di pistola è andato in una scuola vestito come il mio personaggio”. Nel suo filmato l’attore non usava mezzi termini: “Strunz, vai lavorare. Credimi”, e specificava che “non vi deve nemmeno sfiorare l’idea di ricopiare quei gesti”. Quindi invitava le persone in ascolto: “Prendete il senso buono della cosa, non guardate a chisti strunz che fanno queste cose”.
Fonti
- I. Sacchettoni (2023). Il killer di Prati Giandavide De Pau prima dei 3 delitti: «Ammazzerò come Bilancia, ma più mirato». Corriere della Sera.
- L. Danesi (2024). Donato Bilancia, il serial killer che terrorizzò la Liguria e il basso Piemonte. UniD.
- V. Singh (2019). Our obsession with serial killers. The Gazelle.
- C.G. Jung (1978). L’albero filosofico. eBook, par. 335 (Bollati Boringhieri, 2021).
- M. Ginsburg (1996). Stalker’s bride. SFGate.
- A. McDermott (1997). The night stalker’s wife. Cnn.
- M. Penazzo (2023). Ibristofilia: quando il fascino del male diventa ossessione. Scienze Forensi.
- R. Saporiti (2015). Sono 4.068 i serial killer che hanno terrorizzato il mondo nell’ultimo secolo. Tutti i numeri degli assassini seriali. Il Sole 24 Ore.



