La violenza contro le donne è spesso raccontata dai media come un fatto individuale, una tragedia privata, un atto isolato. Quasi mai come ciò che in realtà è: una ferita sistemica, inflitta da strutture culturali, sociali e simboliche che controllano e disciplinano i corpi femminili.
Il 25 novembre, Giornata internazionale per l’eliminazione della violenza contro le donne, è un’occasione per riflettere su quanto queste strutture condizionino le vite di tutte e tutti, in ogni ambito: diritti, lavoro, disparità economiche, sessualità, salute riproduttiva.
Ma attraverso le sue rappresentazioni nei media, questa narrazione opprimente può essere ribaltata. E nel panorama dei videogiochi degli ultimi anni esiste un’opera capace di farlo con una potenza rara: 1000xRESIST (2024) di Sunset Visitor. Un videogioco che non spettacolarizza il trauma, non lo monetizza, non lo riduce a colpo di scena. Lo attraversa. Lo guarda in faccia. Lo resiste mille volte.
Il corpo controllato e abusato
In 1000xRESIST il corpo femminile è al tempo stesso risorsa, gabbia, territorio politico. La storia è ambientata mille anni dopo lo sterminio della specie umana a causa di una pandemia portata sulla terra da alieni giganti, gli Occupanti. L’unica sopravvissuta — Iris, un’adolescente misteriosamente immune alla malattia — è diventata l’ALLMOTHER: la matrice biologica di una società femminile composta interamente da suoi cloni che vivono in un bunker sotterraneo.
Ogni clone ha una specifica funzione assegnata alla nascita: in particolare, il gioco si concentra sulle vicende di Principal (il clone che supervisiona la società, contrassegnato dal colore rosso); Bang Bang Fire (il clone della difesa militare, di colore arancione); Knower (il clone a cui è affidata la conoscenza, di colore viola); Healer (il clone medico, di colore rosa); Fixer (il clone che ripara le infrastrutture, di colore verde); e infine Watcher (il clone predisposto all’osservazione, di colore blu), ovvero il personaggio che controlliamo all’inizio del gioco.
Nelle fasi del gioco ambientate ai giorni nostri, il corpo di Iris viene studiato, violato, trasformato in laboratorio per capirne l’immunità. Poi diviene icona, tempio, reliquia intoccabile, sacralizzata a forza in un sistema che la moltiplica e non la libera mai davvero.
In questo mondo, il corpo non appartiene mai del tutto a chi lo abita: è un mero involucro che esiste per svolgere una funzione sociale predefinita, una risorsa collettiva, un simbolo manipolato dal potere. Esattamente come nella realtà, quando il corpo femminile diventa oggetto di discussione e spesso ad avere l’ultima parola è un uomo.

Il trauma ereditato e il loop infinito
La popolazione di cloni non possiede una memoria propria: vive immersa nel trauma di un’altra, quello dell’ALLMOTHER. Le esperienze altrui confluiscono nella loro identità, senza filtri, senza possibilità di distanza critica, di rielaborazione.
Il trauma in 1000xRESIST è ereditato, ripetuto, normalizzato, come accade spesso nella violenza strutturale. L’identità viene frantumata, dispersa, riassemblata, in una miriade di corpi tutti uguali.
Nemmeno in questa società matriarcale la donna è veramente libera, quasi a suggerire l’idea che Iris, l’unica persona ad aver vissuto nel nostro tempo, non abbia conosciuto altro che sopraffazione e che il linguaggio del controllo sia l’unico che abbia imparato. E persino quando il regime dell’ALLMOTHER viene ribaltato, il modello di società che si instaura successivamente è ancora più opprimente, in un loop difficile da spezzare.

La memoria imposta e svuotata
La memoria in 1000xRESIST è la risorsa su cui viene costruita la nuova società, dopo l’estinzione dell’umanità. Ma è anche una gabbia da cui le protagoniste fanno fatica ad evadere, malgrado il loro desiderio di vedere il cielo.
Attraverso i rituali di “Comunione”, le Sorelle rivivono i ricordi di Iris: frammenti di vita familiare, il primo contatto con gli Occupanti, momenti di abuso inflitti e subiti. Una memoria orchestrata dal potere, manipolata per costruire un mito.
Watcher e Knower si interrogano sulla consapevolezza e sul consenso di Iris durante i primi contatti con gli Occupanti. È un dubbio che attraversa tutto il gioco: chi decide cosa ricordiamo? Chi controlla il racconto? Cos’è, davvero, la libertà?
La memoria diviene insieme prigione e arma politica, linfa di una società costruita sull’eco del dolore di una sola donna. Qualcosa a cui dobbiamo rinunciare, a un certo punto, per poter crescere davvero: “A volte, semplicemente non entri nello zaino”, viene ripetuto più volte nel corso del gioco. Un monito che ci invita a decidere cosa lasciarci alle spalle e cosa portare nel nostro futuro.
La santificazione e il culto della madre
Iris non è soltanto madre biologica: è madre-simbolo, icona fondante di una vera e propria religione caratterizzata persino da un Peccato Originale, compiuto dall’Antica Sorella. Iris non viene celebrata per ciò che è, ma per ciò che rappresenta: purezza virginale, sacrificio, abnegazione. Una santificazione passiva, che ricorda da vicino una delle forme più sottili di violenza di genere: l’idolatria come controllo.
La “donna pura”, la “madre martire”, la “figura sacra che rassicura”. Nella società di 1000xRESIST la sessualità è cancellata, sterilizzata, resa inutile — perché la riproduzione è affidata a macchine. Iris è madre senza aver scelto, è madre senza impulso vitale.
Eppure, nel paradosso più struggente, è proprio la madre di Iris, nella sua umanissima fragilità, a offrirci una delle lezioni più forti del gioco: per sopravvivere al dolore, alla paranoia, alla perdita, bisogna solo andare avanti. Una frase semplice, quasi sussurrata, che riassume il concetto di resilienza in maniera disarmante.

Resistere mille volte
Il titolo del videogioco non è casuale: resistere mille volte, resistere insieme, resistere alla storia che ci è stata imposta. Non tutte le Sorelle accettano il sistema: alcune si confrontano, discutono, si affezionano, sbagliano, lottano, in loro germoglia il seme della rivolta. La loro ribellione è emotiva prima ancora che politica: nasce dal desiderio di scrivere una storia nuova, separata dal trauma ereditato.
La resistenza in 1000xRESIST è profondamente legata al concetto di sorellanza, alla rete di rapporti umani che le protagoniste hanno creato tra loro. Un modo per sottrarsi all’ordine imposto, per recuperare agency, per ricostruire la propria identità. Il messaggio per il 25 novembre è potente: la violenza non è solo una forza che si subisce, ma anche un nemico contro cui lottare insieme.
La sopravvivenza come sforzo collettivo
Alla fine, 1000xRESIST è soprattutto un racconto di sopravvivenza: individuale, collettiva, simbolica. Sopravvivere al trauma, sopravvivere alla memoria falsificata, sopravvivere al culto, sopravvivere al controllo politico sul corpo.
È un sopravvivere ostinato, imperfetto, stremato — proprio come quello delle donne che resistono ogni giorno alla violenza sistemica, spesso in silenzio, quasi mai riconosciute.
E la sopravvivenza finale non appartiene a un’eroina immacolata, ma a una comunità che impara a liberarsi dall’oppressione del mito e a immaginare se stessa oltre il trauma.



