Recentemente i Linkin Park hanno fatto rimuovere un video diffuso attraverso canali istituzionali statunitensi in cui veniva utilizzata una loro canzone senza autorizzazione.
Il contenuto, pubblicato dalla Casa Bianca, era accompagnato dal brano “Somewhere I Belong”, usato come sottofondo a un messaggio politico-istituzionale.
La band ha chiesto la rimozione del video chiarendo di non aver mai concesso il permesso per quell’utilizzo e di non voler essere associata a quel tipo di comunicazione.
Il video è stato quindi eliminato, ma ha riaperto una questione che va ben oltre il singolo episodio: l’uso della musica pop e rock in contesti politici senza il consenso degli artisti e, soprattutto, senza tener conto del significato delle opere coinvolte.
Non si tratta di un caso isolato né di una semplice disputa sul copyright. È l’ennesima manifestazione di una dinamica ormai ricorrente, in cui la musica viene usata come strumento simbolico dalla politica, spesso piegandone il senso originario e costringendo chi l’ha scritta a intervenire pubblicamente per prendere le distanze.
Un fenomeno ricorrente negli Stati Uniti
Negli Stati Uniti questo tipo di scontro è ormai quasi sistematico. Da anni numerosi artisti chiedono pubblicamente a politici e campagne elettorali, soprattutto di area conservatrice, di smettere di usare le loro canzoni durante comizi ed eventi.
Uno dei casi più noti resta quello di Bruce Springsteen, che già negli anni Ottanta prese le distanze dall’uso di “Born in the U.S.A.” da parte di Ronald Reagan.
Una canzone spesso scambiata per un inno patriottico, ma che racconta in realtà una storia di disillusione e marginalità. Springsteen spiegò più volte che quel brano era stato completamente frainteso e strumentalizzato.

I Linkin Park con la nuova cantante Emily Armstrong
Negli anni più recenti, soprattutto durante e dopo la presidenza Trump, i casi si sono moltiplicati. Neil Young ha fatto causa per l’uso di “Rockin’ in the Free World”, dichiarando che quelle canzoni erano “in diretto contrasto con le politiche” del presidente.
Adele ha chiesto che “Rolling in the Deep” e “Skyfall” non venissero più usate ai comizi, mentre i Queen, tramite Brian May, hanno espresso una “forte disapprovazione” per l’uso di “We Are the Champions”.
Tra le prese di posizione più nette c’è anche quella di Eminem, che nel 2023 ha inviato una diffida formale al candidato repubblicano Vivek Ramaswamy per l’uso di “Lose Yourself”. Un brano che racconta la pressione sociale e il riscatto individuale, ma che l’artista non ha mai voluto associare a un messaggio politico di quel tipo.
In tutti questi casi il punto non è tanto la violazione del copyright, quanto il rifiuto di un endorsement implicito: la musica, usata in un comizio, comunica appartenenza e, in qualche modo, legittimazione.
I casi italiani
In Italia il fenomeno è meno sistematico e raramente arriva alle vie legali, ma non per questo è assente. Negli ultimi anni diversi artisti hanno reagito pubblicamente all’uso delle loro canzoni in contesti politici, in particolare legati alla Lega.
Nel 2022 La Rappresentante di Lista ha contestato l’uso della canzone “Ciao Ciao” durante un comizio di Matteo Salvini. La risposta del gruppo è stata durissima: Salvini è stato definito “un becero abusatore di hit”, con un chiaro invito a non associare la loro musica a un messaggio politico che non sentivano come proprio.
Un altro caso significativo riguarda Luciano Ligabue, insieme a Stefano Accorsi e al produttore Domenico Procacci. I tre hanno chiesto alla Lega di rimuovere un video elettorale che utilizzava un brano tratto da “Radiofreccia”, il film simbolo dell’immaginario rock italiano degli anni Novanta.

Domenico Procacci, Stefano Accorsi e Luciano Ligabue
“Giù le mani da Radiofreccia” è stato il messaggio implicito, rilanciato anche pubblicamente, per sottolineare come quell’opera non potesse essere piegata a fini propagandistici.
Anche qui, più che di una battaglia legale, si è trattato di una presa di posizione culturale per difendere il senso di un’opera e impedirne l’uso strumentale.
Un problema tipicamente di destra
Guardando l’insieme dei casi, emerge un dato difficile da ignorare: le richieste di rimozione arrivano quasi sempre da artisti che si dissociano da iniziative politiche conservatrici o sovraniste.
È raro, se non assente, il fenomeno opposto: artisti dichiaratamente di destra che chiedono a politici di sinistra di smettere di usare le loro canzoni.
Una possibile spiegazione sta nell’uso che viene fatto della musica. Molti partiti di destra attingono a un repertorio nato come critica al potere, come racconto di marginalità, disagio sociale, conflitto. Canzoni che portano con sé un’aura di ribellione, anche quando quella ribellione è rivolta contro il sistema che quei partiti, spesso, rappresentano o governano.
Il risultato è un cortocircuito nel quale il potere utilizza il linguaggio dell’anti-potere, svuotandolo del suo significato originario.
Il paradosso culturale
La musica pop e rock, soprattutto quella mainstream, nasce storicamente in contesti di frattura generazionale, sociale e politica. È un linguaggio che mette in discussione, più che confermare.
Quando viene usato come semplice colonna sonora identitaria, ignorando testi e contesto, diventa qualcosa di diverso, più vicino a un simbolo decorativo.
Ed è proprio in quel momento che molti artisti intervengono. Non per rivendicare una purezza ideologica, ma per evitare che il loro lavoro venga trasformato in qualcosa che non riconoscono.
Una domanda scomoda
La domanda più scomoda allora non è perché certi artisti chiedano di non essere associati a una parte politica, ma perché quella parte politica senta il bisogno di appropriarsi di linguaggi, simboli e opere che non le appartengono.
La risposta (forse) non sta in una presunta egemonia culturale né in una mancanza di creatività dall’altra parte, ma nel ruolo che l’arte ha storicamente assunto nella cultura popolare contemporanea. Rock, pop e rap nascono come strumenti di rottura, di critica, di messa in discussione dell’ordine esistente. Sono linguaggi che funzionano quando raccontano il conflitto, non quando lo neutralizzano.
Quando la politica prova a usarli come semplici amplificatori emotivi, ignorandone il contenuto e il contesto, finisce per svuotarli di senso. È in quel vuoto che nasce lo scontro: non sul diritto di usare una canzone, ma sul diritto di riscriverne il significato.
Gli artisti che intervengono non difendono solo la propria immagine, ma l’idea che un’opera non sia un jingle, che una canzone non sia un contenitore neutro, che la cultura non possa essere piegata a qualsiasi messaggio senza conseguenze.
Per questo casi come quelli raccontati sono segnali, e non incidenti isolati. Indicano che quando la politica tenta di impossessarsi dell’arte senza comprenderla, l’arte finisce per ribellarsi. E ricordare che il significato, una volta scritto, non è sempre riscrivibile a proprio piacere.



