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Nei giorni scorsi l’89enne Giulio Rapetti, conosciuto da tutti come Mogol, durante un evento a favore della Croce Rossa Internazionale, si è schierato contro la misoginia presente nella musica “di oggi”.

Ha spiegato che “molti giovani ascoltano brani che parlano di droga, violenza contro le donne e istigazione al crimine”, definendo questi contenuti “un problema enorme”. Allo stesso tempo, ha rivendicato che le sue canzoni “non hanno mai insultato nessuno” e che “la musica non deve educare”.

Non ha negato che il linguaggio possa avere un impatto, ma ha spostato la responsabilità altrove, distinguendo implicitamente la produzione “colta” da quella “pericolosa”.

Il punto è che questa convinzione non riguarda solo Mogol. È una percezione culturale molto diffusa: certi testi vengono considerati arte, altri vengono accusati di favorire violenza e possesso. La distinzione spesso non nasce da ciò che viene detto, ma da chi lo dice, da come lo dice e da cosa ci aspettiamo che la musica rappresenti.

Così, ciò che appartiene al passato o a un canone riconosciuto tende a essere giudicato meno duramente, anche quando normalizza la stessa idea di dominio, gelosia e proprietà del corpo femminile.

Misoginia normalizzata: dai Beatles al pop globale

L’idea che la donna sia “posseduta” non nasce con la trap. Fa parte da decenni del linguaggio della musica più ascoltata.

Nel pop considerato “educato”, i Beatles hanno scritto frasi come “I’d rather see you dead, little girl, than to be with another man” in Run for Your Life: una gelosia che arriva al desiderio di morte. Non è marginale, è un messaggio diretto: meglio ucciderla che vederla con un altro. Nessuno ha mai chiesto di censurare i Beatles per questo.

La stessa logica attraversa generi e decenni. In Blurred Lines, Robin Thicke insiste che “I know you want it”, trasformando la volontà femminile in un dettaglio da interpretare, e non da rispettare. Una delle canzoni più vendute del XXI secolo si è basata sull’idea che il consenso sia “sottinteso”.

Anche l’immaginario femminile che sembra emancipatorio può rafforzare stereotipi: in Blank Space, Taylor Swift ironizza sulla donna “pazza e possessiva” che “può distruggerti col sorriso”. L’intento è satirico, ma l’immagine resta la stessa che da decenni assolve gli uomini gelosi e punisce le donne emotive.

Questi brani non vengono percepiti come problematici quanto la trap. Più che a ciò che dicono, la percezione pubblica reagisce a cosa rappresentano: una cultura già legittimata contro una cultura identificata come marginale e deviata. Così, la violenza smette di essere un tema e diventa un pretesto per giudicare chi la esprime, non cosa significa.

Quando l’arte diventa eccezione

Nel commentare le canzoni contemporanee, Mogol ha sostenuto che i suoi testi non avrebbero mai offeso nessuno. Eppure, nella storia della musica italiana, l’oggettificazione o la riduzione di una donna a proprietà non è rara né limitata a un genere.

Se si sposta lo sguardo sull’Italia, il quadro non è molto diverso, solo più stratificato. Per decenni la canzone leggera ha raccontato i rapporti tra uomini e donne con un linguaggio che oggi appare problematico, anche quando non c’era alcuna intenzione esplicita di offendere.

È il caso di molti testi scritti da Mogol: canzoni diventate parte del patrimonio affettivo collettivo, che però spesso mettono in scena donne ingenue, da proteggere o da giudicare, e uomini che decidono, interpretano, spiegano.

Basterebbe rileggere La canzone del sole: quell’immagine della “cantina buia” e delle “corse” con “l’eco dei tuoi no” oggi viene riletta da molte studiose, come Carolina Capria, come il ricordo nostalgico di un uomo adulto che romanticizza una situazione in cui una ragazzina diceva “no” e lui non ha mai messo davvero al centro il suo punto di vista.

Lucio Battisti e Mogol

Fonte: https://www.facebook.com/photo/?fbid=996618475354121&set=pb.100050179342929.-2207520000
Mogol e Lucio Battisti nel 1970, durante il loro viaggio a cavallo da Milano a Roma

Negli anni Ottanta e Novanta la dinamica del possesso e del desiderio maschile che travolge il consenso torna in forme diverse. In Ti pretendo, Raf scrive “Io non ti voglio, ti pretendo”, trasformando il rifiuto esplicito in diritto dell’uomo a insistere finché l’altra cede.

In Te la tiri gli 883 mettono alla berlina una ragazza che balla “in un modo che non c’entra niente perché vuoi soltanto arrapare la gente”, colpevole di sentirsi bella e di mostrarsi, mentre l’unica legittimità nel definire la sua bellezza resta allo sguardo maschile.

Marco Masini, in Bella stronza, costruisce un racconto in cui la rabbia e la frustrazione dell’uomo abbandonato scaricano sulla donna la responsabilità anche dei suoi scatti violenti: lei è “stronza” perché arriva a chiamare la volante “solo perché avevo perso la pazienza, la speranza”, come se fosse lei a esagerare e non lui a superare un limite.

Con l’arrivo di rap e trap la misoginia smette spesso di essere implicita e si fa letterale. Nei testi di molti rapper italiani compaiono minacce esplicite, fantasie di stupro di gruppo, immagini di controllo e possesso (“se la tipa non vuol farlo se la scopano i miei, gli va male perché dopo se la scopano in sei”, “vorrei prenderla da dietro come in Assassin’s Creed”, “serve una mazza e scalpello […] per abbatterla”), fino agli insulti diretti, alla riduzione della donna a “bitch” ordinabile “come su Deliveroo”.

In parallelo, l’analisi accademica su rap e trap italiani mostra come il corpo femminile venga continuamente usato come oggetto, merce, metafora di potere, mentre la violenza verbale e fisica resta una delle cifre stilistiche del genere.

Questo non significa che tutta la musica italiana sia misogina, né che non esistano canzoni – anche rap e trap – che raccontano relazioni in modo più complesso, o artiste che rovesciano i ruoli e criticano apertamente questa cultura.

Ma proprio il contrasto tra la normalità con cui abbiamo interiorizzato certi versi storici e l’aggressività esplicita di molti brani contemporanei rende evidente il punto: non siamo di fronte a eccezioni isolatissime, bensì a un filo rosso che attraversa decenni di canzone italiana, dal lento romantico alla hit trap, e che mette spesso al centro lo stesso schema: lui desidera, decide, pretende; lei è oggetto di quel desiderio, da conquistare, giudicare o punire.

La trap come capro espiatorio

La trap attira critiche per gli stessi motivi per cui i suoi predecessori non le hanno ricevute: rappresenta un mondo che la società preferirebbe non vedere e che spesso non dà il giusto risalto a giornate (ed eventi) organizzati ad hoc per aprire gli occhi e smuovere le coscienze.

Non parla soltanto di possesso, ma anche di status economico, criminalità, frustrazione di classe, e lo fa senza filtri. La misoginia in questi testi non è elegante: è diretta, esplicita, a volte brutale. Proprio per questo viene percepita come più pericolosa.

Una indagine di Libreriamo ha mostrato che quasi 6 canzoni su 10 contengono espressioni violente contro le donne, e che oltre la metà presenta una disparità di genere evidente, con il maschile dominante e le ragazze ridotte a oggetti sessuali.

È un dato rilevante, ma non basta a spiegare il successo del genere. Come ha osservato lo psicologo Matteo Lancini, “prima di giudicare i testi, dovremmo chiederci perché piacciono”. Non c’è prova scientifica della relazione causa-effetto tra ascolto e violenza, e diverse ricerche hanno mostrato che la musica non modifica il comportamento se non in contesti già fragili.

Per questo gli studi pediatri citati nell’ultimo anno invitano a non trasformare la censura in panico morale: la musica non crea violenza, semmai la espone. E quando la società non sa riconoscerla altrove, la attribuisce al genere più semplice da colpire.

Non possiamo però aspettarci che siano adolescenti e preadolescenti a filtrare da soli questi messaggi. Se la musica porta in superficie ciò che la società non sa affrontare, allora la risposta non può essere individuale.

Servono strumenti collettivi: educazione affettiva nelle scuole, percorsi di alfabetizzazione digitale che insegnino a riconoscere manipolazioni e stereotipi, e un’industria culturale disposta a interrogarsi non solo sui contenuti, ma sui modelli economici che premiano ciò che genera scandalo e conflitto.

Non si tratta di chiedere agli artisti di “educare”, ma di riconoscere che nessun mercato è neutro quando monetizza l’immaginario del possesso e della violenza.

Censura o cultura? La risposta che non semplifica

La richiesta di censurare la trap nasce dal timore che i ragazzi imitino ciò che ascoltano. Ma questo presuppone che i giovani non siano in grado di distinguere tra rappresentazione e realtà. Un’idea che tradisce sfiducia, non tutela. Se la violenza culturale passa attraverso canzoni, serie tv, pubblicità e politica, rimuovere i testi non elimina il problema: lo rende invisibile.

La differenza la fa ciò che una società sa insegnare, non ciò che decide di vietare. È qui che l’educazione affettiva, il linguaggio digitale e la comprensione del consenso diventano strumenti reali.

Non perché la musica debba educare, ma perché un cittadino consapevole non ha bisogno di censura per capire quando una narrazione è tossica. Non serve proteggere gli adulti del futuro dalla musica: serve metterli in condizione di capirla.

La violenza non nasce dalla musica e non scompare quando smette di essere cantata. Scompare quando smette di essere riconosciuta come normale. La musica, come altre forme d’espressione, ne eredita il linguaggio e lo rimette in circolo, ma non fa altro che rendere visibile il problema.

Ed è proprio questa visibilità, se non accompagnata da strumenti culturali, a trasformare i brani in terreno fertile per normalizzare ciò che nel solo 2024 in Italia ha causato la morte di 113 donne.

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