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Ogni giorno milioni di persone aprono un’app di musica in streaming per ascoltare le proprie canzoni o playlist preferite. È diventato un gesto automatico, come accendere la radio un tempo.

Per molti, la musica è ormai sinonimo di Spotify, Apple Music o YouTube, con un catalogo teoricamente infinito e disponibile ovunque. Ma dietro questa apparente democratizzazione dell’ascolto c’è un’industria miliardaria che continua a crescere e che però distribuisce i guadagni in modo profondamente squilibrato.

Il pubblico paga abbonamenti o contribuisce con la pubblicità, le piattaforme accumulano utili e le etichette rafforzano il loro potere, mentre agli artisti – quelli che la musica la creano davvero – arrivano percentuali minime.

Musica in streaming: un mercato globale in crescita costante

Secondo il Global Music Report 2025 dell’IFPI (International Federation of the Phonographic Industry), i ricavi della musica registrata nel 2024 hanno toccato i 29,6 miliardi di dollari, con una crescita del 4,8% rispetto all’anno precedente.

È il decimo anno consecutivo di aumento, segno che l’industria ha trovato nel digitale un motore stabile dopo il crollo dovuto alla pirateria negli anni Duemila. Lo streaming da solo vale ormai oltre 20 miliardi, pari al 69% del totale: una quota impressionante, se si considera che fino a poco più di dieci anni fa il mercato era dominato ancora dai CD.

Le aree più dinamiche sono Medio Oriente e Nord Africa (+22,8%), Africa subsahariana (+22,6%) e America Latina (+22,5%), regioni dove lo streaming ha attecchito in modo rapidissimo. L’Europa resta il secondo mercato al mondo e nel 2024 ha registrato +8,3%, con i tre Paesi principali – Regno Unito, Germania e Francia – tutti in crescita.

In Italia, i dati della FIMI confermano la tendenza: nel primo semestre del 2025 i ricavi hanno superato i 208 milioni di euro, in aumento del 9,7%. Numeri che raccontano un settore in salute, trainato quasi esclusivamente dall’ascolto digitale.

Come funziona lo streaming

Il meccanismo alla base dello streaming non prevede una “paga per stream” fissa, come spesso si crede. Le piattaforme raccolgono i ricavi mensili (abbonamenti e pubblicità) in un unico “royalty pool”.

Da questo fondo trattengono una quota e girano il resto ai titolari dei diritti, cioè etichette discografiche ed editori musicali. La ripartizione avviene in base al modello “pro-rata”: se un brano rappresenta l’1% di tutti gli stream generati in un mese, riceverà l’1% del fondo complessivo. Un po’ come avviene con l’8 per mille.

Questo sistema favorisce chi ha già grandi volumi di ascolto. Non importa se un singolo utente ascolta solo artisti di nicchia: la sua quota di abbonamento andrà comunque in maggioranza a finanziare le star globali che dominano le classifiche.

Alcuni servizi hanno iniziato a sperimentare modelli alternativi, detti “user-centric” o “artist-centric”, dove i ricavi di ciascun abbonato vanno direttamente agli artisti che quell’utente ha ascoltato. Ma si tratta ancora di progetti pilota, adottati solo da realtà come Deezer e con risultati da verificare nel medio periodo.

Le piattaforme: modelli e differenze

Tra le piattaforme più utilizzate, Spotify resta la regina. Nel 2024 ha distribuito oltre 10 miliardi di dollari in royalties, pari a più del 60% dei suoi ricavi, ma ha comunque registrato un utile netto superiore al miliardo di euro. Questo significa che il modello è ormai sostenibile per l’azienda, che continua a investire in algoritmi di raccomandazione e contenuti esclusivi.

Apple Music e Amazon Music fanno parte di ecosistemi più ampi: i loro abbonamenti spesso sono integrati in pacchetti con altri servizi (iCloud, Prime) e non hanno l’esigenza di generare profitti immediati, perché funzionano come strumenti di fidelizzazione.

YouTube Music ha dalla sua la forza del colosso Google e una base di utenti che già utilizza la piattaforma video come principale fonte di musica gratuita.

Esistono poi realtà di nicchia. Tidal, ad esempio, ha puntato fin dall’inizio sulla qualità audio e sull’immagine di piattaforma “amica degli artisti”, anche se non è mai riuscita a scalfire il dominio dei grandi player.

Bandcamp, invece, si è ritagliata un ruolo particolare: non funziona con abbonamenti, ma permette ai musicisti di vendere direttamente la propria musica e il merchandising, trattenendo solo una commissione ridotta. Per questo è spesso citata come la piattaforma più equa per gli artisti indipendenti.

Uno studio comparativo sui compensi ha evidenziato differenze notevoli tra le piattaforme. Bandcamp è considerata tra le più eque perché permette agli artisti di trattenere fino all’82% del prezzo di vendita di un brano o di un album, senza vincolare i ricavi a un numero di stream.

Spotify, pur essendo leader del mercato, riconosce in media fra 0,003 e 0,005 dollari per stream, collocandosi nelle fasce basse per remunerazione diretta.

Come detto, Deezer ha introdotto un modello “artist-centric” che ridistribuisce meglio i flussi, ma le cifre restano simili a quelle di Spotify. YouTube, nonostante il bacino enorme, paga in proporzione molto meno: intorno a 0,0007 dollari per stream, cioè quattro o cinque volte in meno rispetto a Spotify.

Questo quadro rende evidente che non tutti i click hanno lo stesso valore e che, a seconda della piattaforma scelta, l’impatto sul reddito degli artisti cambia radicalmente.

La catena del valore: chi guadagna davvero

I soldi che arrivano dalle piattaforme non finiscono direttamente nelle tasche dei musicisti. La parte più consistente va a chi detiene i diritti dei master, cioè le etichette discografiche.

Le tre major – Universal, Sony e Warner – controllano insieme oltre il 70% del mercato globale e quindi la maggior parte dei flussi economici. Gli editori, che gestiscono i diritti d’autore sulle composizioni, hanno visto crescere i ricavi (+13,4% negli Stati Uniti nel 2024), ma la loro quota resta comunque inferiore a quella delle registrazioni.

Gli artisti, in questo meccanismo, sono l’ultimo anello della catena. Chi è legato a una major riceve una percentuale fissata dal contratto, spesso dopo che l’etichetta ha recuperato gli anticipi investiti in produzione e promozione.

Gli indipendenti che pubblicano tramite distributori digitali hanno margini più alti, ma non dispongono delle stesse risorse per emergere in un mercato saturo, dove ogni settimana escono oltre un milione di nuove tracce.

Etica ed equità in un sistema sbilanciato

Il risultato è un’industria che genera ricavi miliardari ma non premia in modo equo chi crea la musica. Gli artisti di punta riescono a guadagnare cifre consistenti: Spotify ha dichiarato che quasi 1.500 musicisti hanno superato il milione di dollari di incassi annui nel 2024. Ma si tratta di una minoranza. Per la stragrande maggioranza, lo streaming porta entrate modeste, spesso insufficienti a sostenere una carriera.

Le nuove policy anti-frode – pensate per combattere il fenomeno delle riproduzioni artificiali generate da bot – e i modelli “artist-centric” mirano a riequilibrare il sistema. Tuttavia, il rischio è che si finisca per rafforzare ulteriormente chi è già grande e penalizzare ancora di più i piccoli.

Alcune associazioni di artisti ed etichette indipendenti europee (come IMPALA – Independent Music Companies Association – che rappresenta oltre 5.000 etichette indipendenti in Europa, o WIN – Worldwide Independent Network-  che riunisce associazioni di indie labels a livello globale) hanno criticato l’introduzione di soglie minime di ascolto, che escludono dal riparto le tracce meno popolari.

L’etica dello streaming, dunque, non è solo una questione di pagamenti: riguarda anche l’accesso, la visibilità, le possibilità concrete di emergere. Se il sistema continua a favorire solo chi ha già potere e catalogo, la promessa di democratizzazione rischia di restare vuota.

Streaming e responsabilità sociale

Negli ultimi anni il dibattito sull’etica dello streaming non si è però limitato alla distribuzione dei ricavi. C’è anche un tema di responsabilità negli investimenti e nelle scelte politiche delle piattaforme.

Spotify, ad esempio, è stata criticata da artisti e utenti per il sostegno finanziario a società legate alla difesa di Israele durante l’invasione di Gaza. I Massive Attack hanno chiesto a Universal di rimuovere il loro catalogo dalla piattaforma, citando gli investimenti del ceo Daniel Ek nella società di difesa Helsing (oltre 700 milioni di dollari).

Parallelamente, la campagna internazionale No Music for Genocide ha raccolto l’adesione di più di 400 artisti ed etichette che hanno scelto di bloccare la diffusione della propria musica in Israele in segno di protesta contro l’invasione di Gaza.

Anche se l’impatto numerico di queste iniziative è stato limitato, ha comunque dimostrato come l’industria musicale non possa essere separata da questioni di giustizia e diritti umani, e come le scelte di investimento delle piattaforme possano influenzare la percezione del loro ruolo etico oltre l’ambito strettamente economico.

Un futuro più sostenibile

Lo streaming ha salvato l’industria musicale dal collasso della pirateria e oggi ne rappresenta il motore principale. Ha di sicuro reso la musica più accessibile che mai, trasformando il modo in cui ascoltiamo, condividiamo e scopriamo nuovi artisti.

Ma ha anche cristallizzato squilibri profondi: le piattaforme e le etichette incassano miliardi, mentre gli artisti, soprattutto quelli indipendenti, ricevono una frazione minima del valore che generano.

Per il pubblico, conoscere questi meccanismi significa guardare con più consapevolezza al gesto quotidiano di premere “play”. Dietro ogni canzone ascoltata non c’è solo un algoritmo che suggerisce, ma anche un sistema economico che decide chi viene premiato e chi resta invisibile.

E in un’industria che si regge sulla creatività, ignorare questa sproporzione significa accettare che la musica resti, ancora una volta, più un business che un’arte.

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