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Ci sono nomi di paesi che, da soli, bastano a evocare un intero immaginario. Garlasco è uno di questi. Non pensiamo più a un comune della Lomellina, ma a una villetta, una scala verso una cantina, una bicicletta dimenticata. Pensiamo a un delitto che ha squarciato la normalità. È come se quella parola, da anni, non indicasse più un luogo sulla mappa, ma una storia – o meglio, una serie interminabile di storie, processi, contro-processi, nuove ipotesi, speciali televisivi, podcast, interventi di esperti veri o presunti.

La domanda da porci oggi, a quasi vent’anni di distanza, non è più “che cosa è successo a Garlasco?” ma “che cosa è successo a noi con Garlasco?”. Perché siamo ancora qui, a riaprire idealmente la porta di quella cantina ogni volta che spunta un nuovo dettaglio, una nuova perizia, un nuovo indagato? Perché questo caso, come pochi altri, è diventato un’ossessione collettiva?

La normalità spezzata della provincia

Una parte della risposta sta nella sua cornice. Garlasco è provincia, è quotidianità: case, famiglie, ragazzi che studiano, un contesto che non ha nulla di eccezionale. A far paura è proprio il fatto che l’orrore non sia accaduto in un ambiente marginale o criminale.

Garlasco è un non-luogo, uno spazio liminale, una Twin Peaks nelle cui ombre si nasconde il peggiore dei segreti e dove la vittima sacrificale è una ragazza che aveva tutta una vita davanti.

È interessante notare come alcuni delitti siano immediatamente associabili ai piccoli comuni dove sono avvenuti. Il delitto di Cogne, Garlasco, Avetrana, e non il delitto di Samuele Lorenzi, di Chiara Poggi, di Sarah Scazzi. Quasi come se l’intero paese sia morto assieme alla sua vittima più riconoscibile.

Siamo costretti ad accettare la possibilità che qualcosa di irrimediabile accada dentro l’idea di normalità in cui troviamo conforto. L’omicidio non irrompe in un mondo già segnato dal degrado o dalla violenza visibile: spacca in due la superficie dello specchio in cui ci riflettiamo ogni giorno.

Dal processo al romanzo giudiziario infinito

L’altra parte della risposta è il modo in cui questo delitto è stato raccontato. Il caso Garlasco non ha avuto solo un percorso giudiziario complicato; ha avuto anche, in parallelo, una lunghissima vita mediatica.

Assoluzioni, condanne, ricorsi, sentenze annullate, nuove perizie, riaperture di indagini: ogni passaggio è stato trasformato in capitolo, ogni udienza in puntata, ogni documento in occasione per cercare ultime notizie.

Non abbiamo assistito a un processo, ma a un romanzo giudiziario in tempo reale, che la tv e i giornali hanno montato come una serie: “nelle puntate precedenti”, “il nuovo colpo di scena”, “la verità definitiva (forse)”.

Da quella diretta infinita che seguì i tentativi di salvataggio di Alfredino Rampi a Vermicino non siamo più tornati indietro. E l’annuncio in diretta televisiva del ritrovamento del corpo di Sarah Scazzi mentre la madre era in studio ha rappresentato una sorta di spannung.

La cronaca nera scivola così nell’isteria di massa, il dolore diventa spettacolo, il lutto si consuma davanti alle telecamere. Da allora, l’idea che un delitto possa essere anche un grande evento mediatico non ci ha più abbandonati: insieme agli altri, Garlasco è rimasto uno dei casi-simbolo di questo meccanismo.

Il processo mediatico e i detective da divano

Dentro questo dispositivo, il processo mediatico funziona come un rito. Studi televisivi che ricordano aule di tribunale, conduttori che gestiscono il dibattito come se distribuissero la parola in un’udienza, opinionisti che si assegnano ruoli di pubblico ministero o difensore; e poi criminologi di professione e improvvisati, grafici, ricostruzioni tridimensionali, plastici.

Il linguaggio del diritto viene tradotto in linguaggio televisivo: più semplice, più emotivo, più narrativo. Così finiamo per avere due verità parallele: quella delle sentenze, scritta in formule asciutte e fredde, e quella “percepita”, costruita giorno dopo giorno da talk show, reportage, podcast true crime, discussioni online.

In questo spazio, lo spettatore smette di essere solo spettatore. Il caso Garlasco – come altri prima e dopo di esso – ha alimentato il gioco collettivo del “fare i detective dal divano”. Ci si appassiona agli orari, ai tabulati, ai percorsi, alle contraddizioni; si commentano gesti, sguardi, frasi estrapolate da interviste di vent’anni fa; si consumano ore di approfondimenti e poi si approda sui social, a scambiarsi teorie. È un modo per sentirsi coinvolti, competenti, parte attiva della storia.

Un po’ come quel “Who killed Laura Palmer?” che ha attraversato gli anni Novanta con Twin Peaks: una domanda che non è solo un giallo da risolvere, ma un pretesto per esplorare il lato oscuro di una comunità. Solo che qui non siamo in una serie. Non ci sono sceneggiatori, e non c’è un finale pensato per noi.

Paure contemporanee

In mezzo, però, qualcosa si perde. Più ci concentriamo sulle ipotesi, sulle incongruenze, sui dettagli investigativi, più rischiamo di dimenticare ciò che c’è sotto: un contesto di relazioni, una famiglia, una comunità, una violenza che irrompe nello spazio che teoricamente dovrebbe essere il più sicuro di tutti, quello di casa.

Il caso Garlasco diventa allora un contenitore in cui proiettiamo molte delle nostre paure contemporanee: il timore della violenza domestica, il sospetto verso le istituzioni, la sfiducia nei confronti delle perizie “scientifiche”, la sensazione che la verità ci sfugga sempre un po’ e che qualcuno, da qualche parte, sappia più di noi o ci stia nascondendo qualcosa.

Forse, quindi, il caso Garlasco continua a tormentarci perché parla di noi, dentro di noi. Ci rimanda l’immagine di come consumiamo la cronaca nera, di come la trasformiamo in narrazione, di come confondiamo la voglia di capire con il bisogno di intrattenerci. Da un lato ci indigniamo per gli eccessi della spettacolarizzazione; dall’altro, continuiamo a seguire ogni rilancio, ogni approfondimento, ogni “nuova rivelazione”. Siamo spettatori critici, ma pur sempre spettatori.

Ricordare cosa c’è al centro

Ed è qui che, dopo questa lunga analisi, conviene fermarsi un momento. Al centro di tutto questo – dei processi, dei talk show, delle docuserie, delle nostre discussioni infinite – c’è una cosa che rischiamo di dare quasi per scontata: è morta una ragazza. Una persona in carne e ossa, con una vita che non c’è più, una famiglia segnata per sempre, relazioni spezzate, un prima e un dopo. Tutto il resto – i plastici, le perizie, i format, i dibattiti, perfino questo stesso articolo – sono, in misura diversa, forme di speculazione su quel sangue versato.

Continuare a parlarne può avere un senso, se serve a interrogarci sul nostro modo di fare informazione, sulla giustizia, sulla violenza che attraversa le relazioni, sulla responsabilità dei media e anche nostra, come pubblico. Ma forse dovremmo tenere a mente, ogni volta, una distinzione minima e fondamentale: quella tra il bisogno legittimo di capire e l’attrazione morbosa che ci porta a restare incollati a una storia, solo perché non riusciamo a staccare lo sguardo dalla ferita.

A Garlasco, alla fine, è stata uccisa una ragazza. Il resto siamo noi che sbirciamo oltre la porta di quella cantina. Noi che, da anni, ci muoviamo intorno a quel vuoto.

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