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Il boicottaggio dell’Eurovision 2026 è ufficiale: Spagna, Irlanda, Paesi Bassi e Slovenia non parteciperanno alla settantesima edizione del contest, in programma a Vienna dal 12 al 16 maggio.

La decisione è arrivata dopo la conferma della presenza di Israele in gara, approvata dall’assemblea generale dell’European Broadcasting Union senza procedere a un voto sulla possibile esclusione.

La scelta dei broadcaster di quattro Paesi segna un fatto che non ha precedenti nell’epoca moderna della manifestazione: tra questi c’è anche un membro dei Big Five, la Spagna, che oltre a non inviare alcun artista ha annunciato che non trasmetterà né semifinali né finale, rinunciando a uno dei mercati televisivi più rilevanti.

Secondo le stime diffuse, l’assenza dei quattro Paesi comporterà una perdita immediata di circa 9,8 milioni di spettatori rispetto alla finale 2025. Solo la Spagna rappresentava quasi sei milioni di telespettatori.

Un impatto numerico significativo, che arriva a pochi mesi da un’edizione già in equilibrio precario dopo le tensioni interne, le polemiche sul voto popolare e le contestazioni politiche legate alla situazione in Medio Oriente.

Le motivazioni del ritiro: “Evento non più culturalmente neutrale”

La decisione di sospendere la partecipazione è stata accompagnata da comunicazioni ufficiali dei broadcaster pubblici. Rtve, l’emittente spagnola, ha dichiarato di non poter condividere lo stesso palcoscenico con Kan, il network israeliano, definendo la situazione “incompatibile con i valori pubblici che sono fondamentali” per la propria missione.

La posizione olandese è stata analoga: Avrotros ha affermato che la partecipazione “non è conciliabile con i principi etici che guidano l’emittente” nelle attuali circostanze.

La radiotelevisione pubblica irlandese, Rte, ha rilasciato una dichiarazione che richiama direttamente la condizione delle popolazioni civili nella Striscia di Gaza, definendo la partecipazione “inaccettabile alla luce della perdita di vite umane e della crisi umanitaria”. Anche la Slovenia si è allineata al fronte dei ritiri. In tutti i comunicati ricorre il concetto di neutralità culturale non più sostenibile.

Il logo dell'Eurovision 2026

Fonte: Pinterest
Il logo ufficiale dell’Eurovision 2026, con il motto “United by Music”

Il contesto internazionale ha svolto un ruolo determinante. Il 4 dicembre, l’assemblea generale dell’Ebu ha approvato modifiche al regolamento di voto, riducendo il peso del televoto e reintroducendo le giurie tecniche nelle semifinali.

La misura arriva dopo due edizioni in cui il concorrente israeliano aveva recuperato posizioni decisive grazie al voto popolare. Tuttavia, le modifiche non sono state ritenute sufficienti a garantire imparzialità.

Il riferimento alle violazioni internazionali

Nel corso dell’ultimo anno, la Commissione indipendente d’inchiesta delle Nazioni Unite sui territori palestinesi ha pubblicato un rapporto in cui chiarisce la responsabilità dello Stato di Israele della nel genocidio in corso nella Striscia di Gaza.

Il documento ha evidenziato l’esistenza di quattro delle cinque condotte previste dalla Convenzione del 1948, attribuendo responsabilità dirette alle autorità politiche e militari. Un elemento che si trova alla base della valutazione di incompatibilità con la partecipazione a un evento culturale internazionale.

Nelle settimane precedenti all’annuncio dei ritiri, la relatrice speciale ONU Francesca Albanese ha sottolineato che l’assenza di interventi istituzionali di sospensione da parte di organismi sportivi e culturali ha contribuito alla normalizzazione della situazione. Le scelte dell’Eurovision hanno quindi assunto un peso politico dichiarato, anche in assenza di un pronunciamento espulsivo.

L’Italia resta, nonostante le contraddizioni

Tra i Paesi fondatori, l’Italia ha confermato la partecipazione insieme a Francia, Germania e Regno Unito. La Rai ha riferito che l’impegno a sostenere Eurovision “riflette la volontà di promuovere musica e cultura a livello internazionale” e di mantenere il contributo economico assicurato dai Big Five.

Ma il mantenimento della partecipazione si inserisce in un quadro complesso. L’Italia è uno dei Paesi che forniscono equipaggiamenti e componenti utilizzabili per uso militare a Israele, pur avendo condannato ufficialmente l’escalation del conflitto e le conseguenze sulla popolazione civile.

La Germania, che resta comunque favorevole alla presenza israeliana all’Eurovision, ha in alcuni momenti sospeso parzialmente l’esportazione di materiali impiegabili nella zona di conflitto, prima di annunciare successivi riesami caso per caso.

La scelta italiana riflette quindi l’adesione alla linea più cauta dell’Ebu e si discosta dalle posizioni di chi ha individuato nella partecipazione un sostegno implicito a Israele.

I precedenti storici

Il boicottaggio non rappresenta una novità assoluta nella storia del festival. Nel 1970, diversi Paesi decisero di non partecipare come forma di protesta contro le modalità di voto dell’edizione precedente, conclusa con quattro vincitori ex aequo.

Nei rapporti tra Grecia e Turchia, dagli anni ’70 in poi, la competizione fu più volte condizionata dalle tensioni regionali. Nel 2005 al Libano fu vietata la prima partecipazione a causa dell’assenza di trasmissione della performance israeliana. Nel 2022, la Russia è stata estromessa a seguito dell’invasione dell’Ucraina.

Nell’equilibrio del festival, eventi geopolitici rilevanti hanno storicamente portato a sospensioni, ritiri o interventi regolamentari, ma la differenza attuale risiede nella posizione di un membro dei Big Five, con un peso economico e simbolico superiore rispetto ai precedenti episodi.

Una frattura che supera la dimensione musicale

La partecipazione di Israele all’Eurovision non genera divisioni esclusivamente musicali. Il boicottaggio di quattro Paesi riduce lo scenario competitivo, impatta sui mercati televisivi e introduce l’elemento della responsabilità pubblica di fronte a operazioni militari e interventi documentati da organismi internazionali, nonostante in molti ancora provino a negare le evidenze.

Il motto ufficiale “United by music” non viene eliminato, ma perde la sua funzione di collante. La frattura tra chi considera l’evento come vetrina culturale e chi ne identifica la valenza politica si trasferisce nei numeri, nelle audience e nelle scelte editoriali delle emittenti che hanno deciso di non partecipare.

Il boicottaggio non modifica l’impianto del festival, ma introduce una responsabilità nuova. I Paesi che si ritirano non rivendicano una posizione estetica o di preferenza artistica, bensì dichiarano che non intendono collaborare a un evento in cui la neutralità culturale è compromessa.

La loro assenza non riguarda solo una platea ridotta, ma la legittimità dell’evento stesso. Dal 2026, l’Eurovision dovrà misurarsi con il fatto che l’ingresso sul palco non è più soltanto spettacolo, ma corresponsabilità rispetto al contesto in cui questo spettacolo viene messo in onda.

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