Skip to main content

C’è chi ancora deve rendersene conto, chi ne usufruisce con successo, chi crede che in realtà non servano a tanto perché insufficienti. È il welfare materno, ovvero tutta quella vasta gamma di iniziative utili a creare “benessere” per le mamme. Quando si parla di welfare materno in Italia si fa riferimento a un insieme articolato di misure che accompagnano la maternità dalla gravidanza ai primi anni di vita dei figli. In questo concetto rientrano trasferimenti economici, agevolazioni fiscali, strumenti legati all’ISEE, regole sui congedi e tutele del lavoro, oltre ai servizi per l’infanzia e alle misure di conciliazione tra tempi di vita e tempi professionali.

Il welfare materno opera quindi su due livelli distinti ma strettamente collegati. Da un lato, sostiene il reddito delle famiglie in una fase in cui le spese aumentano rapidamente. Dall’altro, interviene sulle condizioni di permanenza nel mercato del lavoro, cercando di ridurre il rischio che la nascita di un figlio si traduca in dimissioni, part-time involontari o carriere interrotte, soprattutto per le madri.

Negli ultimi anni questo sistema si è ampliato e riorganizzato, anche attraverso l’assegno unico e una progressiva integrazione dei bonus esistenti. Le novità introdotte con la Legge di Bilancio 2026 si inseriscono in questo percorso, rafforzando alcune misure già esistenti e introducendo correttivi sul fronte del lavoro, dei congedi e del sostegno abitativo. Anche se, rispetto agli altri paesi europei, restano misure ridotte e spesso poco utili a fare la differenza.

Natalità in calo e quadro demografico: i dati di riferimento

Il punto di partenza resta il quadro demografico. Secondo i dati ISTAT relativi al 2024, in Italia sono nati 369 mila bambini, circa 5 mila in meno rispetto al 2023. Nello stesso anno, il tasso di fecondità è sceso a 1,19 figli per donna, il valore più basso registrato negli ultimi quindici anni.

Alla diminuzione delle nascite si affianca una trasformazione della struttura familiare. Oggi, il 52% delle famiglie italiane con figli ha un solo figlio, un dato in linea con quello europeo: secondo le stime richiamate nella fonte, il 49,8% delle famiglie con figli nell’Unione europea si ferma al figlio unico.

Questi numeri aiutano a leggere il contesto in cui si colloca il welfare materno: famiglie più piccole, percorsi genitoriali spesso concentrati su un solo figlio e una crescente attenzione al costo economico e organizzativo della genitorialità.

Quanto può valere una nascita nel primo anno di vita

Accanto al calo delle nascite, la dotazione di sostegni economici si è ampliata. Secondo una stima elaborata da BonusX, nel primo anno di vita di un bambino una nuova nascita può valere fino a 3.540 euro di aiuti pubblici, considerando le principali misure oggi disponibili.

Nel calcolo rientrano il bonus nuovi nati da 1.000 euro una tantum, le componenti dell’Assegno Unico (circa 170 euro al mese in media, variabili in base all’ISEE) e il bonus asilo nido, che può raggiungere almeno 1.500 euro l’anno, oltre a eventuali contributi regionali e comunali.

Il punto critico non è tanto l’assenza di risorse quanto la capacità di intercettarle: il valore complessivo dipende dai requisiti, dalle soglie ISEE e dalla corretta attivazione delle misure. In questo senso, il welfare materno italiano appare più strutturato di quanto spesso emerga nel dibattito pubblico, ma resta fortemente condizionato dalla complessità amministrativa.

Bonus mamme lavoratrici: il rafforzamento nella Manovra 2026

Una delle principali novità introdotte dalla Legge di Bilancio 2026 riguarda il bonus mamme lavoratrici, che viene rafforzato sia nell’importo sia nella platea.

L’assegno passa da 40 a 60 euro mensili, mantenendo la caratteristica di non concorrere alla formazione del reddito e quindi di essere esentasse. Come precisato nella fonte sulla Manovra, il bonus resta destinato alle madri lavoratrici dipendenti, sia a tempo determinato sia indeterminato, alle libere professioniste e alle lavoratrici autonome, con un ISEE non superiore a 40.000 euro annui.

Il requisito familiare resta centrale: il bonus è riconosciuto alle madri con almeno due figli ed è valido fino al compimento del decimo anno di età del più piccolo. Per chi ha tre o più figli, la durata si estende fino al compimento dei 18 anni del figlio più giovane.

L’accesso avviene tramite domanda telematica all’INPS, utilizzando SPID, CIE o CNS. La copertura finanziaria indicata nella fonte è pari a 630 milioni di euro, segnale di un intervento strutturale e non episodico.

Resta la perplessità sul restringere l’accesso solo ha chi almeno due figli. Un punto interrogativo a cui non è stata data una reale risposta.

Lavoro e conciliazione: decontribuzione, part-time e affiancamento

Oltre al sostegno diretto al reddito, la Manovra 2026 interviene sul versante delle condizioni di lavoro. È prevista una decontribuzione totale fino a 8.000 euro per i datori di lavoro privati che assumono donne madri di almeno tre figli minorenni, prive di un impiego regolarmente retribuito da almeno sei mesi. Per questa misura sono stanziati 225 milioni di euro.

Sul piano organizzativo, viene riconosciuta una priorità nella trasformazione del contratto da tempo pieno a tempo parziale ai genitori con almeno tre figli conviventi, fino al decimo anno di età del più piccolo, senza limiti in presenza di figli disabili.

Sempre in ottica di conciliazione, la normativa consente di prolungare i contratti di sostituzione in caso di congedo, prevedendo un periodo di affiancamento della lavoratrice o del lavoratore sostituito, entro il primo anno di vita del bambino.

Congedi parentali: più tempo e maggiore copertura

Un altro capitolo centrale del welfare materno riguarda i congedi. La Legge di Bilancio 2026 rafforza il congedo parentale facoltativo, portando la retribuzione all’80% dello stipendio per tre mesi successivi al congedo obbligatorio.

Cambia anche il perimetro temporale: il congedo parentale potrà essere richiesto fino ai 14 anni di età del figlio, anziché fino ai 12. Inoltre, in caso di malattia dei figli tra i 3 e i 14 anni, ciascun genitore potrà assentarsi dal lavoro per 10 giorni l’anno, raddoppiando il limite precedente.

Queste modifiche incidono direttamente sulla possibilità di gestire imprevisti e carichi di cura senza dover ricorrere a soluzioni informali o rinunce lavorative.

Welfare materno oggi: tra misure economiche e nodi irrisolti

Alla luce delle misure introdotte o rafforzate con la Legge di Bilancio 2026, il welfare materno italiano appare più articolato rispetto al passato. Il rafforzamento del bonus mamme lavoratrici, l’estensione dei congedi, gli interventi sulla conciliazione e i fondi dedicati a scuola e servizi socio-educativi ampliano il perimetro degli strumenti disponibili.

Restano però alcune criticità strutturali evidenziate dai dati. Le dimissioni legate alla maternità, la discontinuità lavorativa e la forte disuguaglianza territoriale nell’offerta di servizi continuano a incidere sulle scelte delle famiglie. In molti casi, il problema non è l’assenza di una singola misura, ma la difficoltà di integrare bonus, servizi e regole del lavoro in un sistema coerente e facilmente accessibile.

In questo quadro, il welfare materno si conferma come uno dei terreni centrali su cui si gioca il futuro demografico e occupazionale del Paese: un ambito in cui le risorse economiche, pur rilevanti, devono essere accompagnate da politiche capaci di ridurre le disuguaglianze territoriali e di sostenere in modo continuativo chi sceglie di diventare genitore.

Autore