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Il rapimento e la violenza sessuale di cui fu vittima Franca Viola fanno rumore ancora oggi. E ancora oggi, ogni 25 novembre, fa rumore il suo “no“, quando a 15 anni decise di lasciare il fidanzato Filippo Melodia a seguito del suo arresto, coinvolto in organizzazioni di stampo mafioso. Melodia, anch’egli figlio sano del patriarcato, non potè accettare il rifiuto di quel fiore appena sbocciato che già considerava di sua proprietà, per questo decise di rapirlastuprarla e far sì che la sventurata cedesse al ricatto della fuitina per poi sposarlo secondo la legge del matrimonio riparatore.

Nonostante la paura, le intimidazioni, le sevizie e le consuetudini dell’epoca, il castello di potere di Melodia crollò: Filippo fu arrestato e condannato, Franca tornò libera e cambiò la storia.

Perché sì, il suo coraggio portò all’abolizione della legge sul matrimonio riparatore, ma prima di fare ulteriori passi avanti nel nome dei diritti delle donne e del consenso si dovette attendere il massacro del Circeo e le conseguenti battaglie femministe: lo stupro cessò di essere considerato un reato contro la morale e fu riconosciuto come reato contro la persona. Perché ogni progresso nella giustizia porta con sé una scia di sangue, la morte di innocenti.

Il “no” di Franca Viola

La legge sul matrimonio riparatore

Per i delitti preveduti dal capo primo e dall’articolo 530, il matrimonio, che l’autore del reato contragga con la persona offesa, estingue il reato, anche riguardo a coloro che sono concorsi nel reato medesimo; e, se vi è stata condanna, ne cessano l’esecuzione e gli effetti penali.

Recitava così il testo dell’art. 544 del codice penale in materia di “causa speciale di estinzione del reato”. In poche parole il matrimonio tra il rapitore/stupratore e la sua vittima estingueva il reato del primo. Con il matrimonio riparatore la vittima evitava il disonore, l’etichetta di “svergognata”. Lo sapeva bene Filippo Melodia, alle 9 di quella mattina del 26 dicembre 1965 quando bussò insistentemente alla porta dei Viola. Lui considerava Franca, ancora 17enne, una sua proprietà.

Qualche anno prima, quando la ragazza aveva appena 15 anni, i due si erano fidanzati. Ma Filippo era il nipote del boss mafioso Vincenzo Rimi, era indagato per furto e per l’articolo 1 della legge 1423 del 27 dicembre 1956, che riguardava “misure di prevenzione nei confronti delle persone pericolose per la sicurezza e per la pubblica moralità”. Le sue infiltrazioni mafiose, dunque, portarono a un suo primo arresto. Per i Viola e per la stessa Franca i problemi di Filippo Melodia con la giustizia bastarono per rinunciare al fidanzamento. Seguirono minacceintimidazioni, dal vigneto distrutto al casolare bruciato, ma la famiglia della ragazza e la diretta interessata rimasero nelle loro posizioni.

Il rapimento e la condanna

Fino al 26 dicembre 1965, appunto, quando Filippo Melodia si presentò alla porta dei Viola con altri dodici amici. Quando fu loro aperta la porta il gruppo malmenò violentemente la madre della ragazza. Franca fu rapita insieme al fratellino di 8 anni, Mariano, e insieme furono rinchiusi in un casolare in campagna. Il piccolo fu liberato pochi giorni dopo, mentre la ragazza rimase nella morsa feroce del suo aguzzino e della sua banda.

Fu violentatapicchiataseviziata e tenuta prigioniera per 8 lunghi giorni fino al 2 gennaio 1966, quando la famiglia di Franca Viola e la polizia tesero una trappola a Melodia: fingendo di accettare il fatto compiuto, fu organizzato un falso incontro e per l’aguzzino – che abboccò all’amo insieme ai suoi complici – scattarono le manette. Il 17 dicembre 1967 Melodia fu condannato a 11 anni di carcere: un passo avanti contro la violenza di genere.

La legge dopo Franca Viola

La subordinazione della donna

Se analizziamo i dettagli, a portare Filippo Melodia a decidere il destino di Franca Viola fu proprio la negazione del consenso da parte della ragazza. Franca, a 15 anni, aveva scelto di non voler più un futuro con lui, e questo per Melodia era inaccettabile. Ma non solo per Melodia: quella mentalità era confortata da una legislazione che tutelava lo stato di subordinazione della donna ad angelo del focolare e ad elemento passivo della società e della famiglia.

Scrive Chiara Saraceno sulla rivista Il Mulino:

Troppo tenace e radicata era l’idea, documentata anche da Pasolini nel suo documentario Comizi d’amore del 1965, che l’onore di una donna stesse non solo nel suo sesso inteso come organo fisico, ma nel rapporto giuridico che aveva con l’uomo che ne faceva letteralmente uso, con o senza il suo consenso. Per questo si riteneva che l’onore di una donna fosse alla mercé del potere degli uomini, di tutti in quanto potenziali violentatori.

La donna, quindi, funzionava come l’usucapione: il suo utilizzo prolungato (evitiamo le virgolette, perché tale era) portava di diritto al possesso e a tutte le modalità d’uso, con l’aggravante del ricatto del disonore. Il rifiuto del matrimonio riparatore avrebbe marchiato per sempre la sua reputazione, elemento oltremodo presente nello spirito della società dell’epoca.

L’abrogazione della legge 544

Come abbiamo già riportato, Filippo Melodia era ben cosciente del fatto che la legge fosse dalla sua parte, per questo agì col ricatto proponendo ai Viola la “paciata” dopo il rapimento di Franca. E proprio sulla base della legge 544 sulla causa speciale di estinzione del reato tentò di difendersi.

Da questo obbligo all’obbedienza la donna – ora intesa come macro e non soltanto in riferimento a Franca Viola – fu sollevata nel 1981, quando la legge 442 del 5 agosto dispose la “abrogazione della rilevanza penale della causa d’onore“. Nessun matrimonio poteva più rappresentare una riparazione per i delitti commessi.

Il consenso

Come sottolinea la collega Giorgia Bonamoneta in un articolo pubblicato su Metropolitan Magazine nel 2022, tra consensoviolenza esiste un equilibrio precario a partire dall’art. 609-bis del codice penale riferito alla violenza sessuale, che viene intesa come l’atto in cui “con violenza o minaccia o mediante abuso di autorità costringa taluno a compiere o subire atti sessuali” e non come un atto perpetrato nonostante il negato consenso della vittima.

Sempre Bonamoneta fa notare che, secondo un’indagine Istat del 2019, “parte della responsabilità della violenza sessuale subita è della donna”. Nello specifico:

Il 39,3% della popolazione ritiene che una donna è in grado di sottrarsi a un rapporto sessuale se davvero non lo vuole. (…) Il 15,1% è dell’opinione che una donna che subisce violenza sessuale quando è ubriaca o sotto l’effetto di droghe sia almeno in parte corresponsabile.

La frase “se l’è cercata” è ancora sulla bocca di tutti, anche di fronte alle tragedie. Ce lo insegna la morte di Tiziana Cantone, che non diede mai il consenso alla divulgazione del video che immortalava il suo atto sessuale. Ce lo insegna il caso Asia Vitale, che dopo aver accettato di fare sesso di gruppo con coloro che di lì a pochi minuti sarebbero diventati i suoi aguzzini revocò tale consenso, invano. Oggi Asia Vitale subisce un processo mediatico di victim blaming da parte di chi non ha letto la sentenza che ha condannato i 7 giovani che quella sera erano con lei al Foro Italico di Palermo. A peggiorare la sua posizione, agli occhi dei social, di molte redazioni e di improvvisati content creator pigramente disinformati è il fatto che oggi la ragazza abbia un profilo su OnlyFans.

Ancora una volta, un “no” pronunciato per sottrarsi a un atto sessuale o a un abuso è inteso come un “sì” mascherato.

Il massacro del Circeo e la nuova legge sulla violenza sessuale

Come anticipato, fino a tempi non troppo remoti, la violenza sessuale veniva interpretata come reato contro la morale anziché contro la persona. Le cose cambiarono dopo il massacro del Circeo, quando la 17enne Donatella Colasanti e la 19enne Rosaria Lopez, a Roma, furono attirate da Angelo Izzo e Gianni Guido (che ora vive dietro una nuova identità e da uomo libero) con il pretesto di partecipare a una festa in una villa in riva al mare. Era il 29 settembre 1975.

Le due giovanissime furono torturate, violentate e massacrate, specialmente quando nella villa di San Felice Circeo (Latina) arrivò il terzo uomo, Andrea Ghira, mai catturato. Rosaria Lopez morì sotto la violenza dei tre, Donatella Colasanti si salvò fingendosi morta. Nonostante il branco si fosse presentato con nomi fittizi, Colasanti riuscì a portare alla loro identificazione. Guido e Izzo furono arrestati e condannati, e proprio il processo per i fatti del Circeo rappresentò un momento di rottura nella storia dei diritti delle donne.

Il mondo delle donne, già fortemente provato dalla storia di Franca Viola, ancora una volta vedeva minacciata la propria credibilità e il proprio diritto alla vita, alla dignità e alla tutela. In quel tempo la violenza sessuale era punita in base al codice Rocco, di retaggio fascista, a tutela “della libertà sessuale” come reato lesivo “della moralità pubblica e del buon costume“. Non contro la persona, dunque.

Ci vollero due eventi per cambiare questo stato di cose: il primo, inevitabilmente, fu il processo per i fatti del Circeo, il secondo il documentario Processo per Stupro trasmesso dalla Rai nel 1979 per portare sul piccolo schermo un dibattimento per un caso di violenza sessuale. Fiorella, la vittima, fu spesso indicata come responsabile di una battaglia per la parità dei diritti e dunque carnefice di se stessa. Così parlò l’avvocato che difendeva i quattro imputati:

Vi siete messe voi in questa situazione. E allora ognuno purtroppo raccoglie i frutti che ha seminato. Se questa ragazza si fosse stata a casa, se l’avessero tenuta presso il caminetto, non si sarebbe verificato niente.

Memorabile fu l’arringa dell’avvocata Tina Lagostena Bassi, che difendeva Fiorella:

Nessuno degli avvocati direbbe nel caso di quattro rapinatori che con la violenza entrano in una gioielleria e portano via le gioie, i beni patrimoniali da difendere, ebbene nessun avvocato si sognerebbe di cominciare la difesa, che comincia attraverso i primi suggerimenti dati agli imputati, di dire ai rapinatori: “Vabbè, dite che però il gioielliere ha un passato poco chiaro, dite che il gioielliere in fondo ha ricettato, ha commesso reati di ricettazione, dite che il gioielliere è un usuraio, che specula, che guadagna, che evade le tasse!”.

In aula, in poche parole, la difesa accusò Fiorella di essere stata l’istigatrice della violenza carnale subita, per questo Lagostena Bassi si pronunciò ribaltando le pedine, rimettendo le cose a posto. Dopo cinque governi, infine, nel 1996 il reato di violenza sessuale fu finalmente riferito alla persona e non più alla moralità pubblica.

Oggi a Franca Viola, in vista del 25 novembre, è stata conferita la cittadinanza onoraria dal Comune di Capo d’Orlando (Messina). Oggi la casa in cui viveva Donatella Colasanti, a Sezze (Latina), è diventata un centro antiviolenza.

Fonti

  • Art. 544 codice penale. Causa speciale di estinzione del reato. Studio Brocardi.
  • P. Busolo (2013). Franca Viola. Enciclopedia delle donne.
  • C. Saraceno (2019). 2 gennaio 1966: la liberazione di Franca Viola. Rivista Il Mulino.
  • A. Arcolaci (2024). Franca Viola, storia della donna che ha detto no al matrimonio riparatore (e alla mafia). Vanity Fair.
  • G. Bonamoneta (2022). Consenso e violenza: equilibrio precario del rifiuto. Metropolitan Magazine.
  • M. Missana (2023). Lo stupro: da delitto contro la moralità pubblica e il buon costume a delitto contro la persona. Donnexstrada.org.
  • A. Puglisi (2025). Capo d’Orlando: approvata dal Consiglio la cittadinanza onoraria a Franca Viola. 98zero.com.
  • Redazione (2020). Massacro del Circeo, la casa di Donatella Colasanti diventa centro antiviolenza. Il Messaggero.

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