Non basta dire di aver fatto la pace, e neanche rinominare l’istituto per la pace USA in Donald Trump Institute of Peace, per mettere davvero fine a dei conflitti. Così come non basta ricevere il premio Nobel di un’altra persona o essere premiato con l’inventato quanto antiestetico Premio per la pace della FIFA. Non che a Donald Trump importi. Dice di aver contribuito a mettere fine o a rallentare una serie di conflitti in tutto il mondo, ma ha anche autorizzato almeno 529 attacchi aerei in oltre 240 località.
Questo interventismo più che americano è trumpiano. Non lo fa per la democrazia, tant’è che nella conferenza stampa tenuta dopo la cattura di Nicolás Maduro, non ha mai utilizzato questa stanca parola; non lo fa per combattere il narcotraffico o per la sua base elettorale, visto che l’ideologia MAGA è per l’inattivismo militare internazionale. Allora perché lo fa? È difficile rispondere a questa domanda senza pensare che sia per il puro piacere di generare caos.
Ci viene in soccorso il presidente degli Stati Uniti stesso, che è sempre piuttosto chiaro – anche se limpido come una pozzanghera – nelle sue risposte. In un’intervista al New York Times, ha chiarito che non ha bisogno del diritto internazionale. “Non ho intenzione di fare male a nessuno”, dice, ma ha anche sottolineato che il suo potere di comandante in capo è limitato solo dalla sua stessa moralità. Non il massimo, quindi.
Tra i colpi di testa di Trump e situazioni al limite, come Cina-Taiwan, Argentina, Iran o crisi e conflitti in Africa, il 2026 si prospetta un anno di violenza.
Premio per la pace, ma Trump fa la guerra
Donald Trump aveva promesso di limitare l’interventismo statunitense in politica estera. Una promessa che non è stata mantenuta nei fatti, ma sicuramente nella propaganda. Dalla nomina dell’istituto per la pace, fino ai tentativi di accaparrarsi il premio Nobel per la pace e il già citato Premio per la pace della FIFA. Le motivazioni, come per il premio FIFA, sono di aver portato la pace tra:
- Repubblica Democratica del Congo e Ruanda;
- Israele e Palestina;
- Israele e Iran;
- Armenia e Azerbaigian;
- India e Pakistan;
- Egitto ed Etiopia;
- Thailandia e Cambogia;
- Serbia e Kosovo.
Tutto bellissimo, fino a quando non si fanno due conti. L’accordo di pace dello scorso giugno tra RD Congo e Ruanda non ha messo fine all’uccisione di civili e sono nati nuovi scontri nelle regioni meridionali, causando milioni di sfollati. Tra Israele e Palestina non c’è nessun accordo di pace e il cessate il fuoco è servito soltanto a spegnere i riflettori sulla popolazione palestinese, che continua a soffrire la crisi umanitaria e la violenza dell’esercito israeliano. Tra Armenia e Azerbaigian più che accordo di pace è una resa obbligata, visto che l’Armenia non aveva più sostegno e ha dovuto riconoscere la vittoria.
Ma si potrebbe proseguire ancora, come lo scambio di missili tra Israele e Iran, che finisce per essere un accordo di pace puramente simbolico, così come tra India e Pakistan, sempre ai ferri corti, dove il cessate il fuoco è tutto nella testa di Trump. Tra Serbia e Kosovo non c’è stata alcuna guerra, ma Trump ha dichiarato di aver evitato lo scoppio di un conflitto, senza aver chiarito come, quando e perché. E la lista è ancora lunga.
Cosa abbia fatto per la pace, quindi, non è proprio chiarissimo. Certo è che nel suo primo anno di mandato la Casa Bianca ha ordinato di colpire: Yemen, Iraq, Iran, Somalia, Nigeria, Siria e Venezuela. Oltre che agitare la propria popolazione.
Sarà per questo che il comitato per il Nobel non ha voluto assegnare il premio Nobel per la pace a Donald Trump? Il profilo di un premio Nobel per la pace è quello di un leader che punta al disarmo, si batte per la democrazia e i diritti umani e lavora per creare un mondo più pacifico. Così, a occhio, non sembra la descrizione di una fotografia del Pantone 16-1448-TCX Burnt Orange (sì, è il colore della faccia di Donald Trump).
Minacce e bombardamenti, il 2025 degli Usa
Secondo Acled, un osservatore indipendente e imparziale dei conflitti, in un solo anno di presidenza Trump sono stati effettuati 573 attacchi aerei o con droni (658 prendendo in considerazione quelli in concorso con altri) rispetto ai 494 effettuati dalla precedente amministrazione in quattro anni.
Il primo attacco è stato quello allo Yemen, con obiettivo la milizia sciita filoiraniana degli Houthi. Poi ha puntato a Somalia e Iraq, colpendo almeno 111 volte per abbattere obiettivi jihadisti. A giugno 2025 hanno colpito, rispondendo a una richiesta israeliana, l’Iran e in particolare le centrali di sviluppo del programma atomico. Poi in Siria, attaccando l’Isis, e in Nigeria, sempre per attaccare l’Isis, anche se hanno colpito un villaggio dove, secondo le fonti locali, non c’erano gruppi jihadisti. E infine, ma non per importanza, il Venezuela, con obiettivo il narcotraffico, ma a questa favoletta non ci ha creduto veramente nessuno.
Altro che isolazionismo, altro che American first. L’America guarda fuori dal proprio cortile, sì per gli interessi americani, ma anche contro questi. Nessuna delle azioni compiute è senza effetti collaterali. Come in un bugiardino, anche la miglior prescrizione medica può nascondere una serie di effetti collaterali più o meno gravi, a seconda delle condizioni di partenza e dello stato di salute del Paese. E gli Stati Uniti non stanno bene. Ma, dopotutto, si ignorano spesso i segnali del corpo malato.
La giornalista Francesca Fornario ha scritto una “filastrocca”, che recita più o meno così.
In Venezuela c’è il narcotraffico, ma anche il petrolio.
In Iraq ci sono le armi chimiche, ma anche il petrolio.
In Afghanistan c’è il terrorismo, ma anche il petrolio.
In Siria c’è l’Isis, ma anche il petrolio.
In Iran c’è il regime cattivo, ma anche il petrolio.
In Nigeria c’è l’Isis, ma anche il petrolio.
A Gaza c’è Hamas, ma anche il gas.
E insomma qualcosa si trova anche per la Groenlandia. Si potrebbe dire che ci sono gli orsi polari cattivi, ma soprattutto ci sono petrolio e terre rare.
Molte strane coincidenze. Sarà forse colpa del petrolio che si trova sempre nel posto sbagliato?



