Alla fine è successo: dopo settimane di tensioni crescenti, gli Stati Uniti hanno attaccato il Venezuela in modo diretto e convenzionale. A dicembre la Cia aveva effettuato raid mirati contro imbarcazioni e infrastrutture portuali, ufficialmente per contrastare il traffico di droga verso il territorio americano. A gennaio Washington ha alzato la posta in gioco e provocato esplosioni e morti civili a Caracas con un attacco su larga scala.
Di più: tutto è sembrato apparecchiato per l’annunciato cambio di regime. Tant’è vero che lo stesso Donald Trump, tramite il suo social Truth invece che darne notizia attraverso il Dipartimento di Stato, ha annunciato che il presidente venezuelano Nicolas Maduro e sua moglie sono stati arrestati e portati fuori dal Paese. E che sono stati incriminati a New York. Non solo: il Segretario di Stato Marco Rubio ha detto che il capo di Stato bolivarista sarà processato negli Usa. Ma perché tutto questo?
Gli attacchi Usa in Venezuela: come ci siamo arrivati
Come per l’ampiamente prevedibile guerra in Ucraina, noi occidentali ci siamo nuovamente destati da un lungo torpore in cui sognavamo che le armi non sparassero più e le nazioni fossero tutte sorelle in amore. Ma gli imperi fanno un altro mestiere: fanno la guerra per restare al mondo. Figurarsi la superpotenza globale, nonostante i proclami trumpiani di “porre fine a tutti i conflitti” e di volersi ritirare in un nazionalismo isolazionista. Niente di più inapplicabile, visto che gli Usa sono nel mondo per restarci e non possono ritirarsi dall’esercitare la propria egemonia mondiale.
Un indizio illuminante dell’attacco al Venezuela risiede nel nuovo chiacchieratissimo documento di sicurezza nazionale Nss (National Security Strategy) voluto dall’amministrazione Trump. La carta ha certificato la volontà statunitense di tornare a una sorta di dottrina Monroe aggiornata, cioè a riprendere il pieno controllo del proprio “cortile di casa” che comprende anche le altre Americhe (centrale e meridionale).
Gli apparati americani hanno sfruttato gli oppositori interni di Maduro e avvertito l’alleata Colombia di schierare l’esercito al confine per intervenire in caso esploda il caos. L’illusione degli Usa è che l’operazione funga da “esempio” ai Paesi sudamericani che scelgano di approfondire i loro legami con la Cina in funzione antiamericana. Perché ora? Perché gli Stati Uniti attraversano un momento di profonda stanchezza imperiale, come già Roma e Londra nei secoli passati prima di loro. E infatti tentato di chiudere la guerra in Ucraina facendo concessioni alla Russia, delegano a noi europei gran parte della difesa del continente e provano a trattare con Pechino accordi per prendere tempo prima dello scontro finale.
Cosa c’entra la globalizzazione
Il nucleo dell’egemonia americana risiede nel controllo saldo dei mari e dei suoi stretti (da Taiwan a Panama, passando per Malacca e Suez). Essenza della globalizzazione, della quale noi riusciamo a comprendere soltanto la declinante ideologia liberista invece che la sua reale natura militare.
Ebbene, il Venezuela rappresentava da tempo una seria minaccia alla tenuta della globalizzazione. Per questo motivo Donald Trump è tornato alla Casa Bianca e, rispetto al suo primo mandato, ha incontrato il favore della maggior parte degli apparati federali, cioè dei veri artefici della politica estera statunitense. Inclusa la necessità di soffocare la carica di ribellione di Caracas, spina puntata nel fianco della nazione a stelle strisce dall’altro lato del Mar dei Caraibi.
Trump contro Maduro, le tappe
Già durante la prima presidenza, Trump tentò di rovesciare il regime nel Paese latinoamericano. Nel 2020 Maduro fu formalmente accusato nel distretto meridionale di New York di “narcoterrorismo”, cospirazione per l’importazione di cocaina e accuse correlate.
L’amministrazione Trump offrì una ricompensa di 15 milioni di dollari per l’arresto del leader venezuelano, poi aumentata a 25 milioni negli ultimi giorni dell’amministrazione Biden e infine a 50 milioni nell’agosto 2025. Trump dichiarò il Cartel de los Soles come organizzazione terroristica straniera, indicando in Maduro il leader del gruppo criminale. Propaganda dura e pura.
Ritornato alla Casa Bianca, Trump revocò subito le licenze petrolifere al Venezuela, isolando economicamente il governo di Maduro. Poi fu il turno della militarizzazione delle acque caraibiche con un’imponente task force navale, inclusa la portaerei Gerald Ford, e oltre 15mila soldati. Tra settembre e novembre si sono verificati i primi scontri cinetici, con attacchi mirati della Marina statunitense contro imbarcazioni venezuelane definite “sospette”, spingendo Caracas a dichiarare lo stato di emergenza nazionale.
Il pretesto del narcotraffico
La situazione è precipitata nel dicembre appena trascorso con un ultimatum telefonico di Trump a Maduro, la chiusura unilaterale dello spazio aereo da parte degli Usa e il posizionamento tattico di forze speciali nelle basi vicine al Paese latino.
L’operazione americana condotta il 3 gennaio ha richiesto una pianificazione approfondita, ma finora il numero e la modalità degli attacchi segnalati suggeriscono un “obiettivo limitato”. Se il traffico di droga fosse davvero il motivo del blitz, gli Usa non avrebbero distrutto le “prove”, cioè le navi colpite nelle scorse settimane. Le avrebbero piuttosto esibite al mondo intero per dire: “Vedete, avevamo ragione”. E invece nulla, se non l’escalation.
Senza contare che quasi tutte le rotte del fentanyl, che sta decimando la gioventù statunitense, passano da Pacifico e Messico e non dai Caraibi.
Il vero obiettivo degli Usa è la Cina
Il massimo comune denominatore che governa gli avvenimenti del nostro tempo è soltanto uno: la competizione tra Stati Uniti e Cina. L’attacco al Venezuela non sfugge allo schema. Pechino è ampiamente penetrata nelle Americhe attraverso investimenti, capitali, infrastrutture (porti e autostrade), estrazioni energetiche e minerarie e tecnologie (che sono sempre duali, cioè anche militari). Niente di più allarmante per Washington, che ha deciso di intervenire dopo aver rilevato una maggiore proiezione cinese anche a Panama e in Messico.
L’escalation col Venezuela, che ha promesso una risposta, era già scritta nel triplice obiettivo strategico degli Usa:
- contrastare la penetrazione di Cina e Russia in un Paese affacciato su un mare comune;
- aumentare la pressione sul regime di Maduro, preparando il terreno a un cambio di regime che introduca un governo più remissivo (con tutte le incognite del caso);
- riagganciare al dollaro parte del mercato del petrolio globale, finito sotto lo yuan cinese.
Cosa c’entra il petrolio
Proprio su questo ultimo punto si inserisce un discorso interessante e perlopiù incompreso. Tutto è iniziato, o meglio ha registrato una decisiva accelerazione, con l’invasione russa dell’Ucraina. Isolando Mosca, gli Usa e i loro satelliti europei hanno spinto il governo di Vladimir Putin a rivolgere altrove l’enorme quantità di idrocarburi da esportare. Guarda caso, la Cina si è fatta trovare pronta ad accogliere petrolio e gas russi, oltre al grano e ad altre materie prime. Ma lo ha fatto a modo suo, pagando tutto a rate, con un notevole sconto sul prezzo e in moneta cinese.
Il risultato? Ponendosi al centro di una nuova rete di scambi che si vuole alternativa alla globalizzazione controllata dagli americani, Pechino ha di fatto creato un mercato del petrolio e mercantile parallelo, che sfugge al predominio del dollaro statunitense. E, dunque, alla potenza degli Usa.



