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Ogni guerra è una storia, e ogni storia di guerra è una battaglia per la verità. Il racconto che si fa di un conflitto è parte stessa di quel conflitto. Una realtà che ben comprendiamo oggi, con il confine tra propaganda e informazione che non è mai stato così sfumato. Giornalisti e analisti sono dunque chiamati primariamente a evidenziare la distinzione, a scremare, a individuare le fake news o la narrazione dei Paesi in scontro e ad andare alla fonte primaria delle notizie.

Considerazioni banali? Forse, ma evidentemente necessarie. Le immagini di un missile, il tweet di un soldato, un video diffuso da un governo: tutto contribuisce a costruire una realtà che non è mai completamente neutra. Eppure la responsabilità del racconto resta cruciale, perché da esso dipende la capacità di comprendere la guerra senza essere manipolati dalla macchina comunicativa.

Propaganda contro informazione

Che il controllo della narrazione di una guerra sia parte integrante della strategia di uno Stato è una verità innegabile almeno dalla Prima Guerra Mondiale. Con l’avvento e la diffusione globale di internet, milioni e milioni di persone in tutto il mondo sono diventate istantaneamente utenti, potenziali destinatari di informazioni immediatamente disponibili per la consultazione.

Per la prima volta nella storia dell’uomo il pubblico dei media è venuto a coincidere con la platea delle propagande, come mai riuscì neanche alla più efferata delle dittature. Nel vecchio millennio soltanto chi sceglieva di leggere un giornale o di informarsi in generale diventava possibile oggetto di disinformazione, soltanto le collettività assoggettate a un egemone erano preda della narrazione statale o parastatale.

I media odierni non solo ci forniscono informazioni, ma anche interpretazioni, costruendo una rappresentazione del mondo reale. Il solo punto di vista offerto da un video dato in pasto ai social suggerisce una visione singola della realtà, non la realtà. Non a caso si parla di ipermediatizzazione e di ambiente mediatico eteropolare.

Parole un po’ difficili per testimoniare quanto i mezzi di comunicazione si siano trasformati in un’arma, in una forza di fatto militare, in una componente fondamentale della cosiddetta guerra ibrida. L’esempio del conflitto mediorientale ne è un esempio lampante, con Israele che ha dovuto modificare alcune tattiche nella sua guerra a palestinesi e all’Iran a causa della roboante pressione dei media internazionali per il genocidio in corso nella Striscia di Gaza.

La mediatizzazione della guerra

Come teorizzato dallo studioso Stig Hjarvard nel suo The Dynamics of Mediatized Conflicts, la mediatizzazione costituisce quel “processo mediante il quale la società è sempre più sottomessa o diventa dipendente dai media e dalla loro logica. Questo processo è caratterizzato da una dualità in quanto i media sono diventati integrati nelle operazioni delle istituzioni sociali (famiglia, lavoro, politica, eccetera) acquisendo allo stesso tempo lo status di istituzione sociale a sé stante”.

Il fenomeno moderno della mediatizzazione dei conflitti ha conosciuto una svolta con le guerre in Iraq e Afghanistan e con la proliferazione dei media digitali, segnando l’interazione dei canali istituzionalizzati con le élite militari e politiche per ottenere l’accesso alle informazioni e la diffusione di contenuti studiati ad hoc a seconda del pubblico di riferimento.

Esempio: in questo particolare momento storico la narrazione occidentale della guerra in Ucraina segue posizioni diametralmente opposte se diretta a un europeo rispetto a un cittadino statunitense. Nel primo caso la Russia verrà sempre e comunque descritta come una minaccia esistenziale, per questioni di coesione interna e di mantenimento dello stato d’allerta nei territori della Nato.

Nel secondo la questione russo-ucraina verrà trattata come una vicenda lontana, un peso per il governo federale e per il popolo americano, che la retorica vuole benefattore ed esportatore della democrazia che potrebbe salvare le collettività del mondo. In tali condizioni, l’utente medio si accontenta di una tale rappresentazione dei fatti, cerca dati che confermino le sue sensazioni, senza creare il bisogno di approfondire come stanno davvero le cose da fonti d’informazione autorevoli e indipendenti.

Disinformazione e misinformazione

E qui s’inserisce un altro elemento decisivo per la narrazione contemporanea delle guerre: il ruolo di attori non professionisti della comunicazione, come militari o privati cittadini, che diffondono e talvolta fabbricano informazioni su un dato conflitto, in quello che rientra nel più ampio fenomeno di citizen journalism. Ma che molto più spesso sfocia della disinformazione e nella misinformazione. Con la seguente differenza:

  • la disinformazione è la diffusione di informazioni false o fuorvianti con l’intento deliberato di ingannare;
  • la misinformazione non è invece necessariamente volontaria, ma racconta comunque una verità non accurata e inattendibile i cui contenuti, diffusi frettolosamente, rischiano di essere accettati come veritieri perché difficili o impossibili da verificare.

La guerra raccontata sui social e tramite video “veloci”

Ogni soldato con uno smartphone può diventare un reporter improvvisato, ogni civile sotto le bombe può trasformarsi nella voce di un popolo, ogni propaganda può mascherarsi da testimonianza spontanea. Così, la guerra si frammenta in migliaia di micro-narrazioni che viaggiano veloci, spesso più veloci dei fatti stessi. Il più delle volte con l’intento di ingannare e mistificare per avvantaggiare una delle parti in guerra.

Negli ultimi anni è infatti aumentato l’uso di deepfake, audio e video ricostruiti artificialmente o montaggi per associare frasi e dichiarazioni a figure politiche o militari. Questi contenuti “veloci” – elemento fondamentale per innescare effetti emotivi – puntano a generare indignazione immediata prima che la verifica dei fatti possa intervenire.

Nei feed e nei reel di Facebook, Instagram, TikTok e soprattutto Telegram sono circolate le immagini più disparata, in larghissima parte false perché tratte da:

  • videogiochi scambiati per riprese reali;
  • bombardamenti di anni precedenti attribuiti al conflitto in corso;
  • vecchie esplosioni o esercitazioni militari presentate come attuali.

La guerra come racconto: perché la verità diventa fragile

Ogni conflitto necessita dunque di una storia che lo giustifichi. Gli Stati cercano consenso interno ed esterno, i media devono raccontare in tempo reale eventi estremamente complessi, mentre sui social si diffondono contenuti incontrollati, spesso costruiti per emozionare più che per informare. Ecco perché la narrativa bellica tende a:

  • semplificare (buoni contro cattivi);
  • polarizzare (noi contro loro);
  • drammatizzare (eroi, martiri, atrocità);
  • selezionare i fatti più utili alla propria posizione;
  • diffondere immagini facilmente condivisibili, anche se imprecise o manipolate.

Il risultato è una verità frammentata, continuamente messa in discussione. Di seguito prendiamo in esame alcuni casi emblematici di disinformazione nei conflitti recenti e passati: dalla guerra in Ucraina al Medio Oriente, fino alla Guerra del Golfo.

Ucraina e Medio Oriente, esempi di guerra mediatizzata

La guerra russo-ucraina è forse il primo conflitto pienamente social della storia, sia nella sua narrazione mediatica sia nelle strategia degli schieramenti coinvolti. Uno dei primi episodi divenuti virali è stato il mito del pilota ucraino capace di abbattere da solo numerosi caccia russi. Lo hanno chiamato “il fantasma di Kiev”, basato su una storia vera ma estremamente romanzata e diffusa in modo da ispirare gli ucraini a resistere agli invasori russi. Mentre la storia del pilota unico e anonimo è falsa, il mito è stato successivamente associato al maggiore ucraino Stepan Tarabalka, che è effettivamente morto in combattimento il 13 marzo 2022. Le autorità hanno chiarito che il “fantasma” è una leggenda e non una persona specifica, ma la figura è stata comunque usata come simbolo di coraggio.

Sul caso mediorientale, tralasciando il colpevole silenzio dei media israeliani e americani sul genocidio in atto a Gaza e la guerra criminale dei coloni contro civili palestinesi in Cisgiordania, forse l’esempio più eclatante riguarda la manipolazione dei numeri. Sia Hamas sia Tel Aviv hanno diffuso conteggi fuorvianti su danni, vittime o responsabilità di specifici attacchi. La guerra dei dati è un classico della disinformazione: cifre diverse producono percezioni diverse, influenzando media e governi internazionali, muovono le masse.

Concludiamo col passato. La Guerra del Golfo (1990–1991) è spesso citata come uno dei momenti chiave nella storia della manipolazione mediatica contemporanea. Uno degli episodi più noti riguarda la testimonianza, poi rivelatasi non attendibile, di una ragazza kuwaitiana che raccontò di soldati iracheni colti nell’atto di sottrarre neonati dalle incubatrici.

La storia, ripresa appositamente dai media occidentali, contribuì a rafforzare il sostegno all’intervento militare americano (ed europeo a traino). Schiere di giornalisti furono poi accompagnate in visite controllate e molte immagini diffuse globalmente provenivano direttamente dai militari, impedendo una verifica completa e indipendente degli eventi. La figura di Saddam Hussein venne infine rappresentata con toni estremamente drammatici, enfatizzando alcuni aspetti e ignorandone altri, per consolidare una visione polarizzata del conflitto. Una storia infinita.

Autore

  • Maurizio Perriello

    Giornalista professionista e analista geopolitico. Collabora da anni con testate nazionali e internazionali. Autore del saggio "Pasolini incompiuto. I film mai realizzati". Laureato in Storia e Storia delle Arti.