Ogni 1° dicembre, la Giornata mondiale contro l’AIDS ci ricorda che l’HIV non è un capitolo chiuso, ma una storia che continua a scriversi — con enormi progressi scientifici, ma anche con ritardi, disuguaglianze e stigma.
Nel mondo circa 40,8 milioni di persone vivono con l’HIV; nel 2024 si sono registrate 1,3 milioni di nuove infezioni e circa 630.000 decessi correlati all’AIDS, in calo di circa il 70% rispetto al picco del 2004, quando le morti furono 2,1 milioni.
La buona notizia è che, secondo OMS e UNAIDS, con diagnosi precoce e terapia antiretrovirale continuativa le persone con HIV possono avere una vita lunga e in buona salute, con una speranza di vita paragonabile alla popolazione generale.
Tuttavia, a causa di diagnosi troppo tardive e informazioni non sempre alla portata di tutti, il virus corre ancora molto velocemente ed è per questo che una fotografia della situazione attuale è fondamentale.
Differenza tra HIV e AIDS
Prima di tutto è utile chiarire i termini, attorno ai quali c’è spesso molta confusione:
- HIV (virus dell’immunodeficienza umana) è il virus che entra nell’organismo e, se non trattato, danneggia progressivamente il sistema immunitario;
- AIDS (sindrome da immunodeficienza acquisita) è lo stadio avanzato dell’infezione da HIV, quando le difese immunitarie sono così compromesse da esporre la persona a infezioni opportunistiche e complicanze gravi.
Fatta questa semplice ma essenziale distinzione, passiamo a un altro aspetto: come avviene la trasmissione del virus.
HIV, come si trasmette
L’HIV si trasmette quando alcuni fluidi corporei di una persona con infezione da HIV — in particolare sangue, sperma, secrezioni vaginali e latte materno — entrano in contatto con il sangue o le mucose di un’altra persona. Il virus può essere trasmesso anche da madre a figlio durante la gravidanza, il parto e, in assenza di adeguata profilassi, attraverso l’allattamento al seno.
Non esiste invece alcun rischio di contagio attraverso i normali contatti quotidiani: baci, abbracci, strette di mano, condivisione di posate, bicchieri, cibo, acqua o oggetti personali non sono vie di trasmissione dell’HIV.
Le persone che vivono con HIV e seguono correttamente la terapia antiretrovirale (di cui parleremo meglio dopo) possono raggiungere e mantenere una carica virale non rilevabile. In queste condizioni, non trasmettono il virus ai partner sessuali.
Vediamo allora com’è oggi la situazione dell’AIDS in Italia e quali sono gli strumenti che abbiamo a disposizione per contrastare la diffusione del virus.
AIDS in Italia: dati
Per capire dove siamo oggi, conviene partire dai numeri ufficiali. Secondo il Notiziario Istisan (vol. 38, n. 11 – novembre 2025), redatto dal Centro Operativo AIDS (COA) dell’Istituto Superiore di Sanità con il contributo del Ministero della Salute, al 31 dicembre 2024 il quadro italiano dell’HIV è questo.
Nuove diagnosi di infezione da HIV nel 2024
Nel 2024 in Italia sono state effettuate 2.379 nuove diagnosi di infezione da HIV, pari a 4 nuovi casi ogni 100.000 residenti. Un numero simile al 2023, quando i nuovi casi erano stati 2.349.
Si tratta di un’incidenza inferiore alla media dell’Europa occidentale, dove si registrano 5,9 nuove diagnosi per 100.000 abitanti: il virus continua a circolare, ma il nostro Paese si colloca su livelli più bassi rispetto ad altri contesti comparabili.
Il meccanismo di trasmissione resta in larga parte sessuale. Dal 2012 in poi, la maggioranza delle nuove diagnosi è attribuibile alla trasmissione per via sessuale e, in ordine decrescente, riguarda:
- uomini che hanno rapporti sessuali con uomini (MSM);
- maschi eterosessuali;
- femmine eterosessuali.
Guardando nello specifico al 2024:
- il 46,0% delle nuove diagnosi è dovuto a trasmissione eterosessuale (di cui 27,9% maschi e 18,1% femmine);
- il 41,6% riguarda maschi che fanno sesso con maschi;
- il 3,8% è attribuibile a persone che usano sostanze stupefacenti.
Il dato è importante perché smonta ancora l’idea dell’HIV come qualcosa che “riguarda solo certe categorie”: la quota eterosessuale è ormai paragonabile – e nel complesso superiore – a quella legata ai rapporti tra uomini.
Sul piano temporale, il report segnala una tendenza chiara:
- dal 2012 al 2020 si è osservata una diminuzione delle nuove diagnosi;
- dal 2020 al 2023 si registra invece un aumento progressivo;
- nel 2024 si assiste a una stabilizzazione rispetto all’anno precedente.
Non siamo quindi in una fase di “emergenza esplosiva”, ma neppure davanti a un virus in ritirata: l’epidemia rimane attiva, sostenuta in gran parte da rapporti sessuali non protetti e da una prevenzione che, evidentemente, non raggiunge ancora tutte le persone che ne avrebbero bisogno.
Nuovi casi di AIDS nel 2024
Sul fronte dell’AIDS, ovvero la fase avanzata dell’infezione, nel 2024 sono state notificate in Italia 450 nuove diagnosi, pari a un’incidenza di 0,8 casi ogni 100.000 residenti.
Un dato drammatico ma estremamente rivelatore è che l’83,6% delle nuove diagnosi di AIDS riguarda persone che hanno scoperto di essere HIV positive solo nei sei mesi precedenti. Significa che, in più di otto casi su dieci, l’infezione è rimasta a lungo invisibile e non diagnosticata, fino a trasformarsi nella sua forma più grave, quando il sistema immunitario era già seriamente compromesso.
Dall’inizio dell’epidemia (1982) ad oggi, in Italia sono state segnalate 73.717 diagnosi di AIDS, di cui 48.356 persone decedute entro il 2022. Sono numeri che raccontano tanto la storia degli anni in cui non esistevano terapie efficaci quanto la transizione verso una fase in cui a fare la differenza è sempre di più la precocità del test e l’accesso alle cure, più che la disponibilità di farmaci in sé.
Dall’HIV si guarisce?
La domanda è legittima, ma la risposta onesta purtroppo è no, non esiste una cura definitiva che elimini in modo stabile il virus dall’organismo. Esistono pochissimi casi eccezionali di cosiddetti “pazienti guariti” dopo trapianti di cellule staminali complessi e rischiosi, non replicabili su larga scala.
Ma questo non significa che la situazione sia ferma agli anni ’80. Al contrario, le terapie antiretrovirali moderne sono capaci di bloccare la replicazione del virus; e con cure regolari, la carica virale scende sotto la soglia di rilevazione dei test (si parla di HIV “non rilevabile”). In questa condizione, l’OMS e UNAIDS confermano che non c’è rischio di trasmissione sessuale del virus: è il principio U=U (Undetectable = Untransmittable).
In pratica, oggi l’HIV è una patologia cronica controllabile: non “guarisce” nel senso di scomparire dal corpo, ma viene tenuto in uno stato di remissione stabile, consentendo una vita lunga, lavorativa, affettiva e sessuale piena.
Naturalmente, la ricerca non si è fermata. Sono in fase di studio nuove terapie e vaccini che potrebbero rappresentare una svolta, ma per il momento gli strumenti che abbiamo a disposizione sono già in grado di contenere in modo significativo l’impatto e le conseguenze della malattia.
Quanto si vive con l’HIV?
Le principali agenzie internazionali (OMS, UNAIDS) indicano che, con diagnosi precoce e terapia antiretrovirale continuativa, le persone che vivono con HIV possono avere una speranza di vita paragonabile a quella di chi non ha l’infezione.
Dove diagnosi e terapie sono accessibili (come in Italia), l’aspettativa di vita è molto vicina alla norma, le complicanze correlate all’AIDS sono drasticamente ridotte, e vi è la possibilità di non trasmettere il virus quando si è stabilmente non rilevabili.
Ciò che accorcia davvero la vita non è l’HIV in sé, ma diagnosticare tardi l’infezione, quando il sistema immunitario è già molto compromesso; non iniziare o non mantenere la terapia; vivere in contesti in cui stigma e povertà ostacolano l’accesso alle cure.
PrEP e PEP: prevenzione oggi
Accanto al preservativo e ai test regolari, negli ultimi anni si sono affermati due pilastri di prevenzione biomedica: PrEP e PEP.
PrEP (profilassi pre-esposizione)
La PrEP è una terapia che assumono le persone HIV-negative a rischio elevato di esposizione (per esempio per rapporti sessuali frequenti non protetti, partner multipli, appartenenza a gruppi chiave). Se assunta correttamente, riduce in modo molto significativo il rischio di contrarre l’HIV.
In Italia:
- la PrEP orale a base di emtricitabina/tenofovir è autorizzata e, dal 2023, è stata riconosciuta rimborsabile dal Servizio Sanitario Nazionale (SSN), come indicato da AIFA e dalla Gazzetta Ufficiale;
- esistono centri prescrittori dedicati, generalmente in ambito ospedaliero o nei servizi di malattie infettive.
PEP (profilassi post-esposizione)
La PEP è una profilassi di emergenza e si usa dopo un possibile contatto a rischio con l’HIV:
- va iniziata il prima possibile, idealmente entro poche ore e comunque non oltre le 48 ore dall’esposizione;
- consiste in una combinazione di farmaci antiretrovirali da assumere per circa 28 giorni, sotto controllo medico;
- è necessario effettuare un test sierologico 45 giorni dopo la fine della profilassi, per verificarne l’efficacia.
In Italia si accede alla PEP rivolgendosi al Pronto Soccorso o ai reparti di malattie infettive.
La PEP non sostituisce la PrEP né il preservativo; è una sorta di “salvagente farmacologico” da usare quando qualcosa è andato storto (rottura del preservativo, rapporto a rischio, aggressione sessuale).
Contro lo stigma sociale
Vi è un altro aspetto su cui vale la pena soffermarci, che spesso rende la vita delle persone con HIV più difficile dell’infezione stessa: ovvero lo stigma sociale che la accompagna.
Come dicevamo, non siamo più negli anni ‘80, quando lo stigma era ancora più accentuato ed era motivo di una vera e propria discriminazione persino in ambito medico, dove l’HIV era noto come “immunodeficienza gay-correlata” o “cancro dei gay”.
Tuttavia, sarebbe fuorviante dire che oggi questo stigma sia scomparso: nella mentalità comune è ancora ben radicato. E una delle sue conseguenze più gravi è che le persone, per paura del giudizio, evitano il test oppure vivono la propria condizione con vergogna, nascondendola.
Parte della strategia UNAIDS per porre fine all’AIDS come minaccia globale entro il 2030 si fonda sul garantire equità, dignità e accesso ai servizi per tutte le persone che vivono con HIV o sono esposte al rischio. Questo significa:
- rafforzare la prevenzione e assicurare un accesso realmente equo a test, trattamento e cura di qualità;
- lavorare per porre fine a stigma e discriminazioni, tutelando diritti umani e parità di genere;
- garantire che tutte e tutti possano beneficiare in modo equo delle innovazioni scientifiche, mediche e tecnologiche nella prevenzione, diagnosi e assistenza legate all’HIV.
Tutto questo è possibile grazie a una comunicazione chiara, corretta ed efficiente sull’argomento, soprattutto tra i giovani, che spesso tendono a sottovalutare il problema perché non sono stati sensibilizzati.
Oggi, parlare di giornata mondiale contro l’AIDS in Italia significa raccontare una realtà fatta di terapie altamente efficaci, aspettativa di vita lunga per chi è in cura, strumenti di prevenzione avanzati (PrEP e PEP), ma anche diagnosi troppo tardive e stigma sociale che rallentano il progresso.
L’HIV non è più, da tempo, una condanna né una “malattia degli altri”. È una realtà con cui si può vivere a lungo, bene e senza trasmettere il virus, a patto che la società smetta di voltarsi dall’altra parte e inizi a considerare il test, la prevenzione e il rispetto dei diritti come parte della stessa cura.



