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L’operazione umanitaria della Global Sumud Flotilla ci spinge a un’analisi sincera dei fatti. E la prima cosa da dire è: navigare verso Gaza per portare aiuti essenziali e forzare l’illegittimo blocco navale di Israele (in acque non di sua pertinenza) è un dovere morale, da condividere per solidarietà al popolo palestinese, vittima di genocidio e pulizia etnica, e anche per testimoniare un moto intergenerazionale perlopiù ignorato dai media. Un moto che chiede il sacrosanto rispetto della diversità, sessuale o etnica che sia, ed è pronto a sovvertire gli ordini istituzionali per la causa.

Dall’altro lato, interviene la spietatezza dell’analisi geopolitica, che deve lasciare da parte l’aspetto morale per concentrarsi sugli effetti reali e sulla strategia degli attori coinvolti. Dunque, cominciamo.

Flotilla, azione morale senza effetti geopolitici

E cominciamo dagli effetti geopolitici dell’iniziativa della Flotilla. Spoiler: non ce ne sono. Come la retorica “coalizione dei volenterosi” per la guerra in Ucraina, anche l’operazione marittima è espressione non dei governi dei vari Paesi coinvolti, ma di volontari e organizzazione a titolo privato. Questo perché le cancellerie europee non hanno autonomia strategica in generale, figurarsi per intraprendere azioni ostili nei confronti di un ferreo alleato (Israele) della superpotenza che controlla tutti (gli Stati Uniti). Mai si esporrebbero così clamorosamente e, se lo fanno, è sempre per interessi particolari.

La Francia, ad esempio, intende affermare (vanamente) un proprio margine di manovra in Europa a scapito degli Stati Uniti, sfruttando ogni frangente di un loro percepito disimpegno. La Spagna, poi, accusa apertamente Israele per mostrare con moto d’orgoglio la propria lontananza valoriale e materiale dal nucleo comunitario franco- tedesco, specialmente su vincoli economico-industriali come la spesa pubblica per il riarmo.

La forzatura del blocco navale, instaurato da Israele nel 2009 a 12 miglia nautiche dalle coste di Gaza, non riuscirebbe ad aprire un canale diretto tra Europa e Striscia. Anche se una o più imbarcazioni dovesse approdare sul litorale (sempre scortata dalla Marina israeliana), Tel Aviv utilizzerebbe il pretesto per far sì che una cosa del genere non si ripeta. Inoltre i governi europei, sempre su impulso dell’egemone comune a noi e a Israele, si attiverebbero per scongiurare altre iniziative simili.

L’iniziativa resta comunque una necessaria e concreta azione politica per manifestare da che parte stanno gran parte delle popolazioni d’Occidente. E che l’ipocrisia istituzionale non è che tacita copertura di mosse in totale spregio del diritto internazionale. Ma ci arriveremo.

Geopolitica del Medio Oriente, spiegata bene

Proseguiamo con le basi per comprendere la situazione geopolitica attuale. Gli Usa, la superpotenza globale, hanno una strategia fissa per ogni quadrante del pianeta: evitare che emerga un egemone, cioè uno Stato o una collettività più forte delle altre. Il principio è valido tanto per l’Europa quanto per il Medio Oriente. Qui, dopo decenni di guerre novecentesche, l’Occidente a guida americana (e dunque anche noi italiani ed europei) ha deciso di armare e supportare Israele, anche con ordigni nucleari, per fare da “arbitro egemonico” della regione.

In questo senso occorre intendersi: i governi europei e occidentali, dipendenti dagli Usa per ogni decisione strategica (militare e commerciali sopra tutte), non hanno altra scelta geopolitica se non seguire i dettami statunitensi. Al di là di ogni opinione, opportunità o aspetto morale. Purtroppo.

Contro la potenza militare israeliana si sono levati nei decenni diversi Paesi, ultimo dei quali l’Iran degli ayatollah, il quale ha finanziato e messo su una rete di “agenti di prossimità” per fare la “guerra spezzettata” allo Israele. Parliamo degli ormai celebri Hamas, Hezbollah, Houthi e milizie siro-irachene. Nel momento in cui Israele stava per normalizzare i rapporti (e gli affari, comprese le armi) con le monarchie arabe, Iran e Hamas hanno deciso di attaccare la reputazione di grande ombrello securitario che Tel Aviv sventolava per costringere i partner a firmare gli Accordi di Abramo. Da qui la reazione emotiva e spropositata da parte di uno Stato autocratico e militarista (e solo fintamente democratico) contro i palestinesi.

Visto, però, il momento di stanchezza e disimpegno americano, Israele ha pensato di approfittarne. Così ha calcato la mano sui territori palestinesi, uccidendo decine di migliaia di civili e compiendo un’offensiva su “sette fronti”, da Gaza alla Cisgiordania, dal Libano alla Siria, dallo Yemen all’Iran e all’Iraq. Nonostante i timidi e posticci richiami di Washington, Tel Aviv non si fermerà finché non avrà raggiunto i suoi obiettivi egemonici, territoriali e di profondità difensiva.

 

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Cosa sta succedendo alla Flotilla

Sulla base di queste considerazioni, inquadriamo (senza ovviamente condividerle) meglio le azioni di Israele. La volontà del Paese è di avvalorare in qualunque modo la loro annessione unilaterale dei territori palestinesi, inclusi i mari rivieraschi. Infischiandosene del fantomatico diritto internazionale, ovviamente, come vedremo poco più avanti.

Da qui la scelta, ampiamente annunciata e prevedibile, di abbordare le imbarcazioni della Global Sumud Flotilla in acque internazionali e di arrestare e rimpatriare molti volontari a bordo. Ventidue tra loro sono cittadini italiani. Tra 1 e 2 ottobre le forze dell’unità di commando navale Shayetet 13 della Marina israeliana hanno abbordato circa 40 delle 47 imbarcazioni della flottiglia. Almeno quattro imbarcazioni sono bloccate in mare a causa di problemi tecnici, indipendenti dalle azioni militari, mentre altre hanno proseguito la navigazione monitorate della Marina per assicurarsi che non raggiungano Gaza.

Giustificandosi dietro il mantenimento della sicurezza dello Stato, Israele ha avvisato che avrebbe utilizzato la forza militare contro chiunque tenti di forzare il blocco marittimo davanti a Gaza. E lo ha fatto piegando ai suoi interessi il diritto internazionale, in questo caso il “Manuale di Sanremo sul diritto internazionale applicabile ai conflitti armati in mare” del 1994.

La norma citata da Tel Aviv afferma che “se ci si trova in presenza di un’imbarcazione che si dirige verso un’area sottoposta a blocco navale, è consentito intercettarla anche prima che raggiunga la suddetta area, se questa è stata avvertita in anticipo e se aveva lo scopo espressamente dichiarato di violare il blocco”. Per rafforzare la sua indifendibile condotta, Israele ha fatto esplicito riferimento anche al “Manuale del Comandante sul Diritto delle Operazioni Navali” della Marina statunitense, secondo cui un vascello può essere attaccato in alto mare quando intenda violare un blocco.

 

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La questione del diritto internazionale

Le potenze non agiscono seguendo la morale, fanno tutt’altro mestiere. A prescindere da qualunque leader le guidi, seguono una strategia che è imposta dalla realtà e non dai singoli uomini. Di imperi, tra quelli in forze e quelli in difficoltà, ce ne sono almeno cinque al mondo: Stati Uniti, Cina, Russia, Iran e Turchia. Vogliono dominare, vogliono restare nei libri di storia e, per riuscirci, non hanno mai smesso di fare la guerra. Circostanze incomprensibili nella post-storica Europa, risvegliatasi bruscamente da 80 anni di pace perseguita soltanto nel suo limitato territorio.

La nebbia retorica che avvolge tutta la questione non ci fa vedere la realtà geopolitica delle cose. E cioè che il fantomatico “diritto internazionale” violato (innegabilmente) da Israele in realtà non esiste. E, se esiste, è sistematicamente piegato agli interessi di chi ne agita lo spettro quando gli conviene. Fa parte della propaganda occidentalista, è argilla nelle mani delle potenze. Gli stessi Stati Uniti lo hanno fatto a pezzi decine di volte dal 1948 a oggi.

A crederci ottusamente siamo rimasti solo noi europei (e neanche tutti), spinti dagli egemoni fuori dalla Storia nelle braccia dell’Economia. Il diritto umanitario, gli Accordi di Oslo, i crimini di guerra sono diventati concetti plasmabili all’occorrenza, e non più disposizioni pratiche. Perché ogni legge è legge se ha alle spalle una forza militare che la faccia rispettare. Non un Tribunale, le cui carte finiscono nel cestino. E l’unica forza militare degna di tale nome nel nostro emisfero è quella americana, che sostiene Israele per ragioni strategiche e non morali.

Un appunto anche sul riconoscimento dello Stato di Palestina. Sempre fermo restando l’obbligo morale di sostenere le istanze palestinesi (qualunque esse siano) e di rispettare il principio di autodeterminazione dei popoli, non esiste nella Storia una nazione che è nata senza ottenere l’indipendenza attraverso le armi. In caso contrario, non sarà mai veramente libera. La sua autonomia o la sua sovranità, come nel caso dell’Ucraina, saranno fatte piovere dall’alto. E dall’alto potrebbe essere annullato tutto allo stesso modo.

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Autore

  • Maurizio Perriello

    Giornalista professionista e analista geopolitico. Collabora da anni con testate nazionali e internazionali. Autore del saggio "Pasolini incompiuto. I film mai realizzati". Laureato in Storia e Storia delle Arti.