No, il 7 ottobre non è stato l’inizio del “conflitto” tra Israele e Hamas. Gli eventi contemporanei, come raccontati dai media, rendono difficile immaginare che la storia della Striscia di Gaza sia iniziata prima del 7 ottobre, ma evidentemente non può che essere così. Potremmo dire che tutto è iniziato con la spartizione delle terre contro la volontà delle popolazioni, ma anche in questo caso circoscriveremmo la storia a un solo evento spartiacque. Nella limitatezza dello spazio concesso, non possiamo però che tentare questa strada. Per i pranzi di Natale in arrivo, per le Pasquette o altri eventi familiari o con gruppi di amici che faranno domande, cerchiamo di trovare una risposta a chi insinua che l’attuale massacro non sarebbe mai avvenuto se non fosse stato per i fatti del 7 ottobre provocati da Hamas.
Sarà banale, ma è giusto sottolineare che in qualunque luogo una spartizione delle terre ha sempre causato tragedie, distruzione e sofferenze a milioni di esseri umani. Potremmo citare la Corea, il Vietnam o la Germania, ma in quest’occasione parleremo della Palestina, che è l’emblema di come le potenze straniere, ignorando il desiderio di unità di un popolo, continuano a imporre la divisione con la forza delle armi.
La Palestina non è la terra promessa
Sui libri di storia delle medie o del liceo, la Palestina viene descritta come una terra desolata, dimenticata e spopolata in attesa di un popolo senza patria. In altre parole, la Palestina è descritta come la terra promessa a un popolo eletto, la storica terra natale degli ebrei. Sono in molti ad arrivare a un alto livello d’istruzione con questa convinzione, ma è arrivato il momento di raccontare la realtà. Perché gli israeliani oggi sostengono che la Palestina appartenga a loro basandosi su quanto scritto nella Dichiarazione Balfour del 1917, sulla risoluzione di spartizione delle Nazioni Unite del 1947 e sulle successive conquiste militari. In altre parole, come scrive l’arabo e cristiano nato a Gerusalemme, direttore dell’Istituto per gli studi sulla Palestina di Beirut in Libano, Sami Hawadi:
Il problema palestinese è considerato una disputa territoriale fra nazioni.
Ma non è così. Alla fine della Prima Guerra Mondiale, la Palestina era un paese arabo come altri. Aveva una popolazione di circa 700.000 persone divise tra musulmani, cristiani e circa 56.000 ebrei, principalmente arabi di fede ebraica. Se parliamo di terra, questi erano proprietari di circa il 2% dell’area totale della Palestina, ma quando il mandato britannico terminò nel 1948 e fu creato lo Stato di Israele, le proprietà ebraiche avevano raggiunto il 5,67%. Una porzione comunque del tutto irrilevante per giustificare una spartizione del territorio. Il fatto è che gli arabi sono stati costretti a fuggire per il terrore che si ripetessero i massacri del passato.
Ricordiamo però che questi atti di colonialismo non sono una ragione per negare agli arabi palestinesi il diritto sulle proprie case. La conquista militare non dovrebbe abolire i diritti di proprietà privata e soprattutto non autorizza il vincitore alla confisca delle case, dei terreni e delle proprietà personali, cosa che invece è accaduta e continua ad accadere nei territori palestinesi.
Pensarla come una “disputa territoriale” è quindi un’interpretazione sionista che confonde i fatti e porta a dimenticare i crimini commessi contro gli arabi palestinesi; crimini che sono stati descritti come “non meno esecrabili di quelli che i nazisti attuarono contro gli ebrei”, per citare lo storico inglese Arnold Toynbee. Ed è qui che iniziamo a mettere dei punti cronologici ben antecedenti al 7 ottobre 2023, prima di Hamas e della Global Sumud Flotilla.
La nascita dello Stato di Israele
I primi segni di inquietudine fra vicini arabi ed ebrei si ebbero con l’inizio della politica di immigrazione di massa portata avanti dai sionisti. Ci fu una campagna estensiva di acquisti di terre arabe con la conseguente esclusione di manodopera araba dagli aranceti e dalle imprese ebraiche. In questo modo le relazioni tra le due comunità divennero sempre più tese. I primi episodi sanguinosi si ebbero già dall’aprile del 1920 a Gerusalemme, poi ancora nel 1921, nel 1926 e nel 1929.
La questione della terra è fondamentale. Pensiamo alla Risoluzione di spartizione del 29 novembre 1947, che suggeriva la creazione di uno Stato ebraico sul 56% del territorio della Palestina, di uno Stato arabo sul 42% e di una zona internazionale a Gerusalemme e dintorni per il restante 2%. La risoluzione stabiliva inoltre che gli arabi che vivevano nelle zone assegnate allo Stato ebraico potevano e anzi dovevano continuare a risiedervi e a godere dei diritti umani fondamentali, garantiti dall’ONU.
Dalla risoluzione, che lasciò scontenti molti, si apprendeva inoltre che i due Stati avrebbero cominciato a esistere due mesi dopo la partenza degli inglesi, che amministravano la Palestina durante il periodo del mandato, prevista per il 15 maggio 1948. I sionisti proclamarono lo Stato di Israele il 14 maggio 1948, mettendo di fronte al mondo il fatto compiuto. A quella data, infatti, avevano già occupato un territorio più vasto di quello assegnato allo Stato ebraico. Invece di avere una giurisdizione sul 56% del territorio della Palestina, ne occuparono il 77% e, invece dell’internazionalizzazione di Gerusalemme, la maggior parte della città santa era stata israelizzata e dichiarata capitale dello Stato ebraico. Infine, invece di essere autorizzati a restare nelle loro case, quasi 1 milione di arabi (musulmani e cristiani) sono stati espulsi con la forza e privati dei loro averi.
In altre parole, lo Stato ebraico non è mai esistito: quello nato il 14 maggio 1948 è lo Stato di Israele, ovvero il prodotto della forza bruta, creato in violazione dei principi della Carta delle Nazioni Unite, della Dichiarazione universale dei diritti dell’uomo e della stessa risoluzione in base alla quale gli israeliani rivendicano oggi la loro sovranità.
Le responsabilità prima e dopo
Quando venne proclamato lo Stato di Israele, la potenza mandataria non trasferì i suoi poteri ai leader locali. Il governo mandatario britannico fuggì da Tel Aviv e dintorni e passò l’amministrazione dell’ordine pubblico alle locali autorità ebraiche. Un passaggio che diede via libera ai sionisti su una vasta area della zona della Palestina. Dal porto di Tel Aviv iniziarono ad arrivare le armi che rifornirono le forze sioniste clandestine. Da quel momento non si fermarono più.
Caddero:
- Tiberiade il 18 aprile 1948;
- il 21 aprile le forze dell’Hagana (gruppo paramilitare di emigrati che sorvegliava gli insediamenti ebrei in Palestina) iniziarono l’attacco di Haifa;
- il 10 maggio cadde Safad dopo una settimana di violenti combattimenti;
- alla fine di aprile l’Hagana occupò il quartiere Katamon di Gerusalemme;
- il 13 maggio 1948 Giaffa si arrese.
Difficilmente le zone arabe riuscivano a preparare delle difese, perché le truppe britanniche rimasero su quelle zone, mentre evacuarono da quelle ebraiche, permettendo così ai sionisti di armarsi e organizzarsi. Gli arabi chiesero aiuto al governo mandatario, ma furono respinti con la scusa che, a causa del ritiro delle forze britanniche, non erano disponibili sufficienti forze di sicurezza. Persino Gerusalemme, un territorio che avrebbe dovuto essere assegnato all’amministrazione delle Nazioni Unite, vide il rifiuto delle autorità militari inglesi alle richieste di aiuto degli abitanti del quartiere Katamon.
Gli israeliani hanno sempre affermato che la guerra di Palestina ebbe inizio con l’ingresso delle forze arabe in Palestina, dopo il ritiro dal Paese dei britannici il 14 maggio 1948. Hadawi ci spiega che, se questo venisse accettato come vero, allora Gran Bretagna e Francia dovrebbero essere ritenute responsabili dell’inizio della Seconda Guerra Mondiale, in quanto furono loro a dichiarare ufficialmente guerra alla Germania nazista nel 1939. Invece, come nel caso della Palestina, è ciò che accade prima degli scontri delle due forze armate a stabilire la responsabilità.
La guerra di Palestina, per essere compresa, deve essere suddivisa in tre fasi:
- la prima è quella che abbraccia il periodo precedente alla Risoluzione di spartizione del 29 novembre 1947, quando i sionisti si organizzarono e portarono a termine atti di terrorismo e sabotaggio col proposito di espellere prima la potenza mandataria britannica e poi gli abitanti musulmani e cristiani;
- la seconda comprende il periodo di sei mesi fra il 29 novembre 1947 e il 14 maggio 1948;
- la terza riguarda il periodo successivo al 14 maggio 1948, quando le forze arabe entrarono in Palestina.
Cosa è accaduto prima del 7 ottobre
La lista, non esaustiva, degli eventi prima del 7 ottobre è lunga e dolorosa. Possiamo riportare degli eventi, alcuni di questi sono definiti “massacri” per via del numero delle vittime o per la ferocia dell’esecuzione. Sono avvenuti a:
- Haifa nel 1937;
- Gerusalemme del 1937;
- Haifa del 1938;
- Gerusalemme del 1938;
- Balad al-Sheikh del 1938;
- Haifa del 1939;
- Haifa del 1947;
- Akka del 1947;
- Abbasiya del 1947;
- Balad al-Sheikh del 1947;
- Al-Khisas del 1947;
- Bab al-Amud del 1947;
- Gerusalemme del 1947;
- Sheikh Bureik del 1947;
- Jaffa del 1948;
- Al Tantura del 1948;
- Deir Yasin del 1948.
Fermiamo un attimo la lunga lista per parlare di un episodio considerato centrale, perché accelerò la fuga degli abitanti arabi. Fu il massacro di 250 uomini, donne e bambini del villaggio di Deir Yassin. Lo scrittore e giornalista Jon Kimche descrisse l’attacco come la “macchia più nera della storia ebraica”. Secondo Menachem Begin, che comandò l’attacco: “Il massacro non solo fu giustificato, ma non ci sarebbe stato uno Stato di Israele senza la vittoria di Deir Yassin”. Quindi non solo fu senza vergogna che rivendicarono l’attacco, ma furono del tutto indifferenti alla condanna del mondo. Come oggi, Israele non rinuncerà mai a Gaza.
Proseguiamo la lista:
- Al-Saraya del 1948;
- Semiramis del 1948;
- Gerusalemme del 1948;
- Al-Saraya Al-Arabiya del 1948;
- Lydda del 1948;
- Ramla del 1948;
- Yazur del 1948;
- Haifa del 1948;
- Tabra Tulkarem del 1948;
- Sa’sa’ del 1948;
- Abu Kabir del 1948;
- Qalunya del 1948;
- Nasir al-Din del 1948;
- Tiberiade del 1948;
- Ayn al-Zaytoun del 1948;
- Safad del 1948;
- Abu Shusha del 1948;
- Bayt Daras del 1948;
- Al-Husayniyya del 1948;
- Khan Yunis del 1956;
- Kafr Qasim del 1956;
- Gerusalemme del 1967;
- Sabra and Shatila del 1982;
- il massacro di Al-Aqsa del 1990;
- moschea di Ibrahimi del 1994;
- campo profughi di Jenin nel 2002;
- Gaza nel 2008-09;
- Gaza nel 2014;
- Gaza nel 2018-19;
- Gaza nel 2021;
- il genocidio a Gaza del 2023 (ancora in corso).
Una lista lunghissima, ma che possiamo racchiudere in una frase. Si tratta di una dichiarazione del primo presidente dello Stato di Israele nel 1948, Chaim Weizmann, di fronte ai membri della Commissione speciale dell’ONU che visitarono la Palestina nel 1947. Dichiarò:
Il comandamento ‘non uccidere’ è stato inculcato in noi fin dal Monte Sinai. Dieci anni fa sarebbe stato inconcepibile che gli ebrei trasgredissero questo comandamento. Disgraziatamente lo stanno facendo oggi e nessuno lo deplora di più della grande maggioranza degli ebrei. Io chino il capo pieno di vergogna quando devo parlare di queste cose di fronte a voi.
Fu un discorso che impressionò la Commissione, ma che in seguito venne descritto come “lacrime di coccodrillo” o “teatrale esibizione di artefatta commozione”. Perché? Perché in seguito a queste dichiarazioni, ci furono massacri di innocenti e l’espulsione degli abitanti musulmani e cristiani dal Paese. Weizmann non parlò più di vergogna e la sua citazione del comandamento “non uccidere” si trasformò in: “Fu una pulizia miracolosa del territorio, una miracolosa semplificazione del compito di Israele”.



