Diversi giorni fa molti titoli hanno parlato di “MTV che chiude dopo 40 anni”, ma la realtà è un po’ diversa: Paramount Global (l’editore di MTV) ha deciso di spegnere entro il 31 dicembre 2025 cinque canali musicali tematici – MTV Music, MTV 80s, MTV 90s, Club MTV, MTV Live – a partire da Regno Unito e Irlanda, con estensione ad altri mercati europei.
Ma il canale principale MTV resta attivo, così come il brand. Ed è stata proprio questa distinzione a generare confusione: chiudono alcuni canali musicali, non l’intera rete. Da qui la frenesia social e il fraintendimento amplificato da titoli generici.
Come si è arrivati alla chiusura dei canali musicali di MTV
La decisione riflette dinamiche di lungo periodo. Il modello della tv musicale lineare ha perso attrattiva, mentre la fruizione musicale è ormai dominata dalle piattaforme digitali.
Secondo l’IFPI Global Music Report 2025, lo streaming rappresenta oltre il 50% dei ricavi mondiali della musica registrata, con centinaia di milioni di utenti paganti.
Sul fronte media, i dati Ofcom mostrano un calo costante del tempo dedicato alla tv tradizionale, soprattutto tra i più giovani, mentre YouTube e Spotify si confermano i servizi più utilizzati per la musica.
In Italia, l’AGCOM segnala un’ulteriore contrazione degli ascolti televisivi nel 2025, sia in giornata che in prima serata, portandoci a un quadro molto chiaro: il videoclip televisivo perde centralità e appeal, mentre lo streaming on-demand intercetta la domanda di scoperta e ascolto.
Scoprire nuova musica con MTV
Negli anni ’90 e nei primi Duemila, in Italia come altrove, MTV non era soltanto un canale televisivo: era una porta d’ingresso privilegiata alla musica nuova.
In un’epoca in cui Internet era ancora poco diffuso e le piattaforme digitali inesistenti, la rotazione continua di videoclip rappresentava uno dei modi migliori per conoscere artisti e generi che altrimenti sarebbero rimasti fuori portata.
MTV svolgeva un doppio ruolo: filtro editoriale e megafono culturale. Portava nelle case di milioni di ragazzi suoni che le radio non trasmettevano e che i negozi di dischi spesso non distribuivano. Programmi come TRL o Select erano momenti collettivi che creavano una comunità prima ancora che esistessero i social.
Oggi quella funzione è stata sostituita dagli algoritmi di YouTube, Spotify e TikTok: la scoperta è personalizzata, ma frammentata e meno condivisa. È questa la frattura più profonda: dalla scoperta collettiva mediata dalla tv si è passati a un’esperienza individuale e on-demand.
I musicisti contro MTV
Non tutti però hanno avuto un buon rapporto con l’emittente, o ne hanno apprezzato i contenuti. Negli anni ’90, quando MTV era già diventata un passaggio obbligato per chiunque volesse raggiungere il grande pubblico, non mancarono ad esempio attriti con alcune delle band simbolo della scena alternativa americana.
Un esempio emblematico arrivò dai Dire Straits con Money for Nothing (1985), che nel testo ironizzava sul “lavoro facile” dei musicisti in televisione e riprendeva lo slogan stesso della rete con la celebre frase “I want my MTV”. Il brano, accompagnato da un videoclip animato pionieristico trasmesso in rotazione continua, mostrava bene l’ambiguità del rapporto con la rete: critica ai meccanismi promozionali, ma allo stesso tempo enorme successo proprio grazie alla visibilità garantita da MTV.
Negli anni successivi, i Nirvana protestarono apertamente contro le scelte editoriali della rete: ai Video Music Awards del 1992 tentarono di aprire con Rape Me, ma furono costretti a eseguire Lithium dopo il veto imposto dalla direzione.
Così come i Pearl Jam che, dopo l’enorme esposizione del video di Jeremy premiato nel 1993, decisero di non girare videoclip per diversi anni, per non alimentare quello che consideravano un circuito promozionale snaturante.
Anche i Rage Against the Machine inscenarono proteste in diretta ai VMA del 2000, contestando la logica commerciale dei premi. Episodi diversi, ma accomunati dall’idea che MTV imponesse una visione industriale della musica, condizionando linguaggi e contenuti.
La “barriera del colore”
Le critiche più forti non furono però solo artistiche, ma anche culturali. Nel 1983 David Bowie, in un’intervista rimasta celebre con il VJ Mark Goodman, chiese apertamente conto a MTV del perché mandasse pochissimi artisti neri in rotazione.
La famosa intervista di David Bowie a MTV nel 1983
Nello stesso periodo, il caso di Michael Jackson segnò una svolta: inizialmente MTV esitò a trasmettere Billie Jean, giudicato fuori dal proprio target “rock-oriented”, finché la pressione della CBS non impose il passaggio in heavy rotation.
Quel momento cambiò radicalmente la programmazione della rete, aprendo le porte a una generazione di artisti afroamericani che da allora trovarono visibilità mondiale. Lo scotto fu però lo svelamento del doppio volto di MTV: strumento potentissimo di diffusione, ma anche marchio capace di escludere interi mondi musicali fino a quando non si rendeva conto del potenziale commerciale.
Da music television a youth entertainment
Con il passare degli anni, MTV ha progressivamente ridotto la presenza dei videoclip sul canale principale, relegandoli ai canali tematici, e ha puntato su reality e serie tv come Geordie Shore, Teen Mom o Catfish.
La logica era semplice: invece di competere frontalmente con YouTube, MTV ha cercato di presidiare l’intrattenimento giovanile più ampio. Una scelta che ha permesso al marchio di restare riconoscibile, ma che ha segnato una cesura netta con il passato, lasciando un vuoto per chi associava il logo bianco e nero esclusivamente alla musica.
Dall’Europa all’Italia: la situazione attuale
In Italia, MTV è ancora operativo: il canale è visibile su Sky (131, Sky Glass 122) e in streaming su NOW. MTV Music è trasmesso su Sky 132 e 704 (Sky Glass 123). È quanto riporta la pagina ufficiale italiana del network, che smentisce la narrativa della “chiusura totale”.
Il percorso sul digitale terrestre, invece, si è concluso da tempo: dopo l’uscita di MTV, anche VH1 Italia – erede “in chiaro” della linea musicale – ha cessato le trasmissioni il 7 gennaio 2024, con migrazione dei contenuti sulla piattaforma gratuita Pluto TV. Oggi, dunque, MTV in Italia è un canale a pagamento/streaming, non più disponibile in chiaro.
L’impatto sul pubblico italiano
Il passaggio dal digitale terrestre gratuito alle piattaforme pay e streaming ha avuto un impatto significativo: MTV non è più il canale che “si trova facendo zapping”, ma un brand che richiede un abbonamento.
Per una generazione, MTV è stata un punto di riferimento identitario: un luogo dove scoprire, condividere e vivere la musica. Oggi quella funzione si è dissolta: non è più la televisione a introdurre nuovi artisti, ma le piattaforme digitali e i social.
La conseguenza è duplice: da un lato MTV resta un marchio di valore, dall’altro il suo core originario – la musica – è ormai esterno alla sua programmazione televisiva.
Cosa potrà succedere entro fine 2025
L’annuncio di Paramount riguarda i canali musicali tematici in Europa, con partenza da UK e Irlanda. In Italia, per ora, MTV e MTV Music continuano a essere attivi su Sky/NOW.
Resta però da monitorare l’evoluzione: la strategia globale di Paramount punta con decisione su Paramount+ e Pluto TV, riducendo la dipendenza dalla tv lineare. Non ci sono comunicazioni ufficiali di chiusura per l’Italia, ma il rischio di ulteriori ridimensionamenti non può essere escluso.
Un’eredità simbolica che resiste
MTV in Italia non è stata soltanto un canale televisivo, ma un simbolo generazionale. Ha offerto per anni un linguaggio nuovo, fatto di videoclip, VJ e programmi che hanno ridefinito il modo di vivere la musica.
Allo stesso tempo è stata oggetto di critiche, accusata di selezionare in modo arbitrario cosa meritasse visibilità e di trascurare intere scene musicali e culturali.
E proprio con questa sua duplice natura MTV ha finito per esportare un modello tipicamente americano, basato da un lato su un’intensa spinta commerciale, dall’altro su scelte editoriali capaci di orientare la conoscenza e di indirizzare il pubblico verso alcuni contenuti a discapito di altri, influenzando così la diffusione stessa della cultura musicale.
Oggi non si può parlare di “morte” di MTV, ma di una trasformazione irreversibile. Chiudono i canali musicali tematici, non l’intero brand. In Italia MTV continua a esistere, ma solo su piattaforme a pagamento e streaming.
È però innegabile che il passaggio da un modello televisivo che ha fatto scoprire musica a milioni di ragazzi a un presente in cui la scoperta avviene altrove, tra algoritmi, playlist personalizzate e scroll infiniti sui social, non poteva finire altrimenti. MTV ha cambiato pelle, e con esso è cambiato anche il nostro modo di vivere la musica.



