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La serie tv Il Mostro di Stefano Sollima (SuburraSoldadoAdagio) è ora disponibile su Netflix. Un progetto senza dubbio ambizioso, se consideriamo le ombre che ancora avvolgono l’intera vicenda giudiziaria del serial killer che terrorizzò Firenze e dintorni dal 1968 al 1985. 8 duplici omicidi per 16 vittime, corpi straziati da colpi di pistola e – nel caso delle donne – mutilati. Negli anni gli investigatori hanno percorso diverse possibilità, dalla pista sarda a quella dei compagni di merende, ma non sono mancate le ipotesi sulla pista esoterica o sulla mano di Zodiac, secondo una teoria più recente.

Spesso chi fa intrattenimento sui più noti fatti di cronaca che riguardano l’Italia adotta formule che descrivono un determinato caso come unico nel suo genere, vuoi per l’impatto mediatico e vuoi per le conseguenze nella nostra giurisprudenza. Quando si parla del mostro di Firenze, però, le cose cambiano. Quello di Firenze è il mostro per eccellenza, perché il suo modus operandi e la longevità dei suoi crimini ancora oggi hanno un’unicità senza precedenti.

Le vittime venivano colpite nei loro momenti più vulnerabili, in piena notte e senza soluzione di scampo, per questo le amministrazioni locali avviarono una campagna di sensibilizzazione con volantini e spot per mettere in guardia le giovani coppie. La paura coinvolgeva vecchie e nuove generazioni: le prime per uno spirito di apprensione, le seconde per ovvi motivi. E questa paura non si è ancora dileguata, tanto da suscitare ancora in noi quel processo di fascinazione, il moto spontaneo, il magnetismo che il Male irradia ogni volta che si manifesta.

1981, nasce “il Mostro di Firenze”

Nel suo libro Mostro di Firenze, al di là di ogni ragionevole dubbio (2020, Runa Editrice) Paolo Cochi riporta che i media iniziarono a parlare di “mostro” dopo il 22 ottobre 1981, quando a Calenzano furono uccisi Susanna Cambi e il fidanzato Stefano Baldi. Scrive Cochi:

Il duplice omicidio di Calenzano (il secondo in quattro mesi) scatenò nella provincia di Firenze la psicosi del “Mostro”. Polizia, carabinieri e giornalisti ricevettero centinaia di telefonate, lettere anonime, segnalazioni. Sui giornali comparvero ipotetici profili comportamentali dell’assassino stilati da psicologi, medici, sensitivi. Nacque così il concetto del “Mostro di Firenze”, poiché il criminale aveva dimostrato di essere attivo in tutto il territorio provinciale.

Diversi anni prima il giornalista Mario Spezi scrive nel suo Il Mostro di Firenze (1983, Sonzogno):

Come può la città definita fino alla noia “a misura d’uomo” avere generato un mostro come questo?
Poi viene la paura, quasi il panico. Jack lo Squartatore abita davvero qui. È libero, colpirà ancora. (…) Ma i mostri non esistono se non nelle cronache dei giornali, nella realtà sono persone come noi, mimetizzate nella normalità. L’assassino dei fidanzati può essere il mio vicino di casa, il mio compagno di lavoro. Chissà quante volte l’ho incontrato per strada. Ma qualcosa di diverso lui deve pure avere. Bisogna guardarsi attorno, osservare, indicare subito qualcosa o qualcuno di sospetto alla polizia o almeno ai giornali. Con l’assassinio di Stefano Baldi e Susanna Cambi la psicosi del mostro raggiunge il suo acme.

il mostro

Fonte: Archivio Corriere della Sera
Il 24 ottobre 1981 il Corriere della Sera, a pagina 4, dà notizia del duplice delitto di Calenzano e usa la parola “mostro”. L’autore dell’articolo sottolinea che “non c’è da farsi illusioni” perché “il pericolo incombe sulla città“. Sui delitti che insanguinano le campagne fiorentine si sta muovendo un intero universo di “psicologi e antropologi” che dopo il duplice omicidio di Scandicci del 6 giugno 1981, dove con la morte di Giovanni FoggiCarmela De Nuccio abbiamo la prima asportazione del pube dal corpo della donna, si sono detti convinti che il maniaco avrebbe colpito ancora. E così è stato e sarebbe stato fino al 1985.

Sempre il 24 ottobre 1981 La Stampa scrive che “si parla di un ‘mostro‘”. Per L’Unità, nella stessa data, a pagina 5, la mano omicida che ha strappato alla vita Susanna Cambi e Stefano Baldi è dello “stesso assassino di Scandicci (Giovanni Foggi e Carmela de Nucci, nda) e Borgo San Lorenzo“. L’Unità non parla di “mostro”, e infatti Paolo Cochi nel suo già citato libro scrive che quel termine verrà adottato all’unanimità dalla stampa a partire dal novembre 1981.

Il “mostro” nella storia

Nella nostra riflessione sul true crime abbiamo citato il professor Bachisio Bandinu che, nella prefazione del libro inchiesta Ordàri di Salvatore Piras, parla del monstrum come di un “fatto senza misura e senza ragione che si fa memoria comunitaria come immaginario persecutorio e come ripetizione ossessiva”. È esattamente questa la chiave di lettura che ci aiuta a capire perché nel nostro lessico ricorriamo alla parola “mostro” quando ci riferiamo alla serialità di fatti di sangue o per etichettare un individuo che si è macchiato anche di un singolo delitto, efferato e crudele.

Marco Tedeschini nel suo Il mostro è un paradosso (2021, Mimesi Edizioni) ritorna sul concetto di monstrum e arricchisce il significato di “monito” spesso attribuito al termine. Secondo Tedeschini il monstrum nell’Antica Roma “segnalava una violazione del patto con gli dei (la pax deorum)” che preannunciava, quindi, un monito (appunto) che dalle sfere celesti sarebbe piombato sulla civitas. Questo, almeno, fino al II secolo a.C. quando monstrum iniziò ad indicare anche “una straordinarietà senza moniti (…) dal valore positivo o negativo”, o “un essere deforme naturale o immaginato“.

Oggi, infatti, il mostro è l’extra-ordinario che popola le fiabe e i videogiochi, che nelle realtà alternative è l’ostacolo da superare per fare partita. Nella cronaca, invece, è l’omicida che non si limita a uccidere e proprio per questo diventa il fatto interessante che ispira autrici, autori, registe e registi e che dà il nome a importanti adattamenti per il pubblico. Di recente è successo per Ed Gein, protagonista della terza stagione dell’opera Monster. “Mostro”, appunto.

Approfondimento o ossessione per il male?

È curioso quanto accade nel podcast Nera, curato dai giornalisti Antonio IovaneMassimo Lugli, nella terza parte dell’episodio dedicato al nano di Termini. I due autori si trovano in via di Castro Pretorio, a Roma, dove il protagonista della storia viveva, e vengono avvicinati da una ragazza che si trova lì per caso. “Io so tutto su qualsiasi cosa che riguarda il crime“, dice. Tra i commenti su Spotify un utente, nel congratularsi con Iovane e Lugli, si descrive come “patito del true crime“. Possiamo notare come questo aspetto dell’infotainment dedicato ai fatti di cronaca da anni abbia fatto nascere intere community, con fanbase affezionate a giornalisti e creator, anche se parliamo di omicidi e di tutte le declinazioni della morte. Perché?

Nel suo Narrare di mostri Marco Tognini (2024, Status Quaestionis) cita uno scritto filosofico di Carolyn Korsmeyer in cui si dice che “non vorremmo guardare, ma una parte di noi non può fare a meno di gettare lo sguardo”, ma a definire in maniera ancora più netta il confine tra l’approfondimento e l’ossessione per il male è – sempre secondo il percorso di Tognini – Jonathan Gottschall nel suo Il lato oscuro delle storie (2021, Bollati Boringhieri): “C’è poco mercato per le notizie in sé, e non c’è mai stato. C’è solo mercato per i drammi“. La morte, inevitabilmente, fa mercato.

La morte che fa mercato

Ed ecco che troviamo un riscontro nei talk show in cui i protagonisti delle vicende diventano le rockstar dello schermo, un “argomento del discorso sociale (…) fino a diventare parte della memoria collettiva”. Si valica, così, il confine tra l’approfondimento svolto da professioniste e professionisti del settore, con il loro lavoro spesso meritevole di encomio, e quello dell’ossessione per il male che oggi, inevitabilmente, risponde a esigenze di mercato.

Non è un caso se sulle piattaforme più in uso da chi frequenta il web, da Netflix a Spotify fino a RaiPlay, esiste un’apposita categoria chiamata ora crime e ora true crime, dove quest’ultimo è stato fonte di fortuna per molte e molti creator popolari su tutte le realtà virtuali e non.

Empatia e morbid curiosity

Le dottoresse Anna CappaCristina Colantuono sul portale Istituto per lo Studio delle Psicoterapie ci parlano di preparedness theory: la passione per il Male potrebbe essere un atto di simulazione mentale che ci allena a riconoscere i pericoli reali. Questo perché “il cervello umano è predisposto a rispondere a minacce ancestrali come aggressioni o omicidi”.

Si crea così un comfort epistemico teorizzato dal criminologo David Wilson, con il quale “il pubblico” si ritrova “a comprendere l’incomprensibile e a collocare il male in un contesto razionale”. Tutto ciò, tuttavia, si muove su un doppio binario. Da una parte c’è l’empatia per le vittime e un forte desiderio di giustizia. Dall’altra c’è la morbid curiosity, una sempre maggiore necessità di esplorare tutto ciò che è macabro e proibito. “Alcuni studi neurocognitivi – scrivono Cappa e Colantuono – hanno dimostrato che le storie di violenza attivano aree del cervello legate sia all’empatia sia al piacere, creando un mix emotivo potente“.

Il fascino del mostro

Ci sarebbe ancora tanto da scrivere, ma questi elementi possono essere sufficienti per comprendere il motivo per cui si crea tanto hype per una serie tv che parla di un omicida seriale mai catturato. E il fascino criminale è anche nel titolo del film su Ted Bundy interpretato da Zac Efron, che ne sottolinea le straordinarie capacità comunicative.

La storia è piena di ammiratriciammiratori dei criminali, persone affascinate ora dal loro carisma e ora dal loro aspetto fisico – Richard Ramirez, lo stesso Bundy ma anche Charles Manson – che arrivano addirittura ad innamorarsene. È il fenomeno dell’ibristofilia spiegata da Martina Penazzo su Scienze Forensi Magazine che riporta alcuni casi italiani: ricordiamo la grande ammirazione nei confronti di Pietro MasoBenno Neumair. C’è anche l’esempio di Erika De Nardo, che ha avuto una relazione con un ragazzo conosciuto tramite corrispondenza epistolare.

Eppure tutte queste persone hanno ucciso, proprio come altri “mostri” ritenuti colpevoli – almeno in termini di numeri e modalità – di atrocità ben più gravi e che oggi fanno parte inevitabilmente della memoria collettiva, tracciando un prima e un dopo nella storia della cronaca.

Fonti

  • M. Spezi (1983). Il mostro di Firenze. Sonzogno.
  • P. Cochi (2020). Mostro di Firenze, al di là di ogni ragionevole dubbio. Runa Editrice.
  • M. Tognini (2024). Narrare di mostri. Media, non fiction ed ermeneutica. Status Quaestionis.
  • M. Tedeschini (2021). Il mostro è un paradosso. Sensibilia, n.20, Mimesi Edizioni.
  • G. Pecchinenda (2018). Elogio del mostro. ExAgère.
  • L. Cherubini (2012). Mostri vicini, mostri di casa. Di alcune creature straordinarie del mito antico. I quaderni del Ramo d’Oro online.
  • M. Penazzo (2023). Ibristofilia: quando il fascino del male diventa ossessione. Scienze Forensi Magazine.
  • L. Glitsos (2024). Serial killers and the production of the uncanny in digital participatory culture. Sage Journals.
  • J. Thomson (2024). Study reveals why we’re obsessed with serial killers. Newsweek.
  • S. Bonn (2023). Why serial killers become media celebrities. Psichology Today.
  • J. Gerber (2022). At death’s door: understanding our fascination with serial killers and the limitations of empathy. Wesleyan University.

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