Una potenza può essere in crisi per varie ragioni. Una di queste, la più frequente, è quando finisce col credere alla propria narrazione. Quando, cioè, prende per buona la propaganda che invece dovrebbe usare per ingannare gli altri Paesi. È il caso di Israele che, al di là di qualunque discorso da salotto si possa intavolare, sta compiendo un genocidio contro il popolo palestinese.
Schiere di intellettuali e mesi di chiacchiere hanno preso in esame le caratteristiche tecniche che configurano un genocidio, accusando o scagionando Israele. Se non dovesse bastare anche una solo foto dell’orrore disumano che si legge negli occhi dei bambini di Gaza, prendiamo in esame ciò che soldati e ministri israeliani hanno detto e ripetuto: vogliamo far fuori i palestinesi. Non cacciarli fuori dalla Striscia, “farli” fuori. Guerra dichiarata contro un gruppo, un’etnia, una comunità. Chiamatela come volete.
Qualcuno conserva ancora un briciolo di calma e si ricorda di imputare “Hamas”. Ma Hamas, portato al potere a Gaza e finanziato da Israele una ventina d’anni fa, non è il vero bersaglio di Israele.
Annessione di Gaza e Cisgiordania: cosa vuole (davvero) Israele
Una Grande Israele dal fiume al mare. Cioè dal Giordano al Mediterraneo. È questo il progetto dello Stato ebraico, che resiste da decenni al di là dei leader politici ma che ha trovato nel governo Netanyahu la sua incarnazione più efferata. Un’ambizione decisamente più grande di un popolo che, in pura teoria, non avrebbe una demografia adatta a fare la guerra, specie se prolungata. Eppure il suo obiettivo strategico è inconfutabile: annettere Gaza e la Cisgiordania. È quello che in geopolitica si chiama “profondità difensiva”: aumento il territorio sotto il mio diretto controllo per combattere i nemici “fuori di casa”, in zone cuscinetto lontano dal cuore del Paese. Come la Russia in Ucraina, per intenderci.
Ecco perché sentiamo spessissimo parlare di “grande offensiva in vista”. Come nella più recente occasione dell’entrata dei carri armati israeliani nella periferia di Gaza City. E invece, alla fine, a morire sono quasi soltanto civili palestinesi. La volontà di conquistare Gaza è tuttavia certificata e approvata dalle più alte istituzioni israeliane, sia politiche sia militari. Al di là di ogni possibile Hamas o Jihad Islamica o Autorità Nazionale Palestinese.
Anche l’annessione della Cisgiordania è stata approvata formalmente dalla Knesset, il Parlamento israeliano. Lo Stato ebraico si trova in mezzo a due enclavi palestinesi (Gaza e Cisgiordania, nota anche come West Bank, in quanto “sponda occidentale” del fiume Giordano dal punto di vista israeliano) e vuole sciogliere questa morsa. Attraverso due tattiche principali: la propaganda (terrorismo, antisemitismo, spazio vitale) e l’esercito. In Cisgiordania l’occupazione di quelli che la comunità internazionale riconosce come territori palestinesi avviene però tramite un terzo strumento di violenza: i cosiddetti “coloni”.
La violenza dei coloni israeliani
Attualmente sono 700mila i coloni israeliani presenti in Cisgiordania, a fronte di 3,4 milioni di palestinesi. Coloni armati dal governo Netanyahu con mezzi occidentali, anche italiani, e inviati in loco per annientare la presenza palestinese. Lavoro sporco sottratto all’esercito regolare, impegnato sul fronte nord di Gaza e Libano e a sud contro gli Houthi dello Yemen.
In West Bank i coloni avvelenano o riempiono di cemento le fonti di acqua potabile dei contadini palestinesi, uccidono civili, distruggono villaggi, impediscono la logistica dei beni essenziali. Una colonizzazione violenta e graduale, tenuta sotto traccia dalla contemporanea esposizione mediatica di Gaza e dall’impermeabilità a giornalisti stranieri.
L’inconsistenza del “diritto internazionale”
Il diritto internazionale è argilla nelle mani delle potenze, che lo usano per giustificare i loro interventi violenti nelle zone più calde del pianeta. Ma è pura finzione. Israele si racconta come “baluardo della democrazia in Medio Oriente”, ma ha costantemente violato il diritto internazionale. A cominciare dall’occupazione di un territorio posto sotto mandato, prima, e protetto da trattati internazionali, poi.
Per non parlare del divieto di accesso di aiuti umanitari e giornalisti nella Striscia di Gaza, o dell’inquinamento delle fonti d’acqua potabile per la popolazione palestinese. O, ancora peggio, dell’insediamento dei famigerati “coloni”. Già soltanto il nome dovrebbe farci correre un brivido lungo la schiena, se riuscissimo a ricordare cos’è stata la colonizzazione.
Una potenza nucleare con una demografia debole
Gli israeliani sono meno di 10 milioni, e non tutti possono o vogliono imbracciare le armi. Prendiamo gli haredim, gli ebrei ultraortodossi che fanno dei dettami della Torah una guida anche socio-politica e non soltanto religiosa. Il governo Netanyahu e l’esercito, che non vanno necessariamente d’accordo (anzi), hanno spinto per la leva obbligatoria anche verso questa fetta della popolazione, fino a poco tempo fa esclusa dal servizio militare.
Lo sforzo prolungato del conflitto contro l’Iran e i suoi agenti di prossimità (Hamas, Hezbollah, Houthi e, fino al crollo di Assad, anche il regime in Siria) hanno imposto a Tel Aviv di arruolare anche gli ultraortodossi. Ma la stragrande maggioranza non è d’accordo, e si unisce alle proteste popolari organizzate da altre parti di popolo, come i familiari degli ostaggi, gli arabi israeliani e gli oppositori di Netanyahu.
Inoltre la natura multidimensionale del conflitto a Gaza (terrestre, aerea, missilistica, guerriglia urbana, guerra asimmetrica) e l’apertura simultatea di più fronti (anche Cisgiordania, Libano, Siria, Mar Rosso, Iran) ha mostrato tutta la stanchezza delle forze israeliane e che il sistema dei riservisti da solo non basta più se si vuole continuare a combattere. Oltre alle risorse militari ed economiche, il conflitto prolungato corrode anche la già fragile coesione interna, senza un quadro strategico coerente o un piano d’uscita credibile all’orizzonte.
Ma allora come ha fatto e come fa Israele a tenere testa a mezzo Medio Oriente da solo? Perché non è da solo: gli Stati Uniti hanno foraggiato lo Stato ebraico per decenni, dotandolo di ogni armamento inclusi gli ordigni nucleari. Anche se non c’è alcun documento ufficiale che lo riporta, è ampiamente risaputo che lo Stato ebraico è una potenza nucleare con capacità di risposta atomica pressocché istantanea.
Israele non può perdere gli Accordi di Abramo, più che la guerra
Per questo motivo le monarchie del Golfo (Emirati Arabi Uniti, Bahrein, Marocco, Sudan) hanno firmato gli Accordi di Abramo con Israele, su impulso degli Stati Uniti. Fu proprio Donald Trump nel 2020, durante il suo primo mandato, a promuovere l’intesa che prevede la normalizzazione delle relazioni tra i Paesi arabi e lo Stato ebraico.
I primi hanno accettato l’accordo per ragioni di sicurezza, convinti che la potenza militare e nucleare israeliana li avrebbe difesi dalle minacce dell’Iran. Il maxi attacco di Hamas del 7 ottobre 2023 ha messo in crisi la deterrenza israeliana e la capacità di imporsi come garante della sicurezza regionale. Gli Accordi di Abramo hanno così conosciuto un brusco stallo, con la corteggiatissima Arabia Saudita non più convinta di affidarsi all’ombrello difensivo di Tel Aviv.
Oltre che dal punto di vista tattico, Israele potrebbe dunque subire una sconfitta strategica se gli Accordi di Abramo dovessero essere stracciati. Ipotesi improbabile, visto che i veri garanti dell’ordine mediorientale restano gli Usa. Eppure, dopo quasi due anni di guerra, lo Stato ebraico non è ancora riuscito a sconfiggere i soli miliziani di Hamas. Semplicemente perché non può, senza esporsi in maniera pericolosa agli altri nemici e senza che Washington non dia il suo pieno consenso.



