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Donald Trump ha detto che agli Stati Uniti “serve” la Groenlandia e che serve “ora”, per “motivi di sicurezza nazionale”. Cerchiamo di opporre alla frenesia delle dichiarazioni la calma dell’analisi. No, il presidente americano non è un pazzo dittatore alla guida di una democrazia e, no, non ha poteri tali da poter decidere da solo a chi fare la guerra o anche soltanto a chi applicare dazi doganali.

Detto questo, la domanda da porsi sempre quando il mondo sembra impazzito o alla deriva o spiegabile soltanto attraverso perché economici è questa: perché ora? E dunque: perché gli Usa, dopo la decapitazione (senza sostituzione) del governo Maduro in Venezuela, ora vogliono anche l’isola più grande del mondo? E cosa vuol dire che la “vogliono”?

Perché la Groenlandia

Il principio da cui partire è: gli Stati Uniti vivono un momento, tipico di ogni impero, in cui sono stanchi e depressi. Cioè l’opinione pubblica e parte degli apparati (Cia, Pentagono, Dipartimenti, intelligence, ecc.) non sostengono più come prima le guerre, il mantenimento dell’egemonia, il sacrificio di un’industria nazionale scientificamente sacrificata, la narrazione di Paese liberatore dei popoli senza un ritorno economico. Da qui nasce la celebre National Security Strategy (NSS), documento tattico con cui Washington vuole ufficializzare il cambiamento egemonico più importante degli ultimi anni: privilegiare il proprio emisfero di appartenenza, apparentemente ritirandosi dal resto del mondo.

Proposito in tutto e per tutto impossibile da compiere. Perché gli Stati Uniti non posso ritirarsi dalla posizione di impero, pena il crollo del sistema mondiale. Gli Usa controllano i mari attraverso i colli di bottiglia e gli stretti, e su questo controllo si basa la globalizzazione. Che non è il libero mercato per comune afflato dei popoli, ma è un ordine mantenuto dalla potenza militare (e dunque la violenza) americana. Washington non può scegliere: deve per forza restare esposta nella guerra in Ucraina, nel mantenimento della Nato e dell’ordine europeo, nel contenimento della Cina con la militarizzazione di Taiwan, nel supporto incrollabile a Israele per la gestione del Medio Oriente.

Ora veniamo alla Groenlandia. L’isola è un territorio semi-autonomo che fa parte del Regno di Danimarca. È ricca di minerali e si trova in una posizione strategica, affacciata su quell’Artico che sarà il futuro teatro di confronto (e scontro) tra le grandi potenze. La sua popolazione conta circa 56.000 abitanti, in maggioranza di etnia inuit (88%). Le sue risorse naturali sono stimate in oltre 200 miliardi di dollari. Tanto basta a Donald Trump, verrebbe da dire. Ma gli imperi non vivono di economia come le loro province (noi europei, ad esempio). La reale importanza della Groenlandia è simbolica e militare, in quanto segnala agli avversari che gli Usa presidiano la loro frontiera settentrionale senza più “distrarsi”.

La Groenlandia è già parte da 80 anni dell’impero americano

Controllo senza conquista, è questa l’essenza dell’egemonia statunitense. Gli Usa sono un impero che controlla direttamente Europa, gran parte dell’Oceania e parte delle Americhe. Ma controlla anche gli stretti marittimi, ed è su questo che si fonda il suo predominio globale. La Groenlandia è parte politica della Danimarca, che a sua volta è inclusa nei satelliti europei degli Stati Uniti dalla Guerra Fredda. Non è una mera questione formale, anzi.

Gli americani sono già presenti militarmente in Groenlandia da ottant’anni. Da quando cioè, alla fine della Seconda Guerra Mondiale, con l’accordo di difesa siglato nel 1941 che ha permesso la costruzione di basi, inclusa la struttura segreta di Camp Century. Attualmente sono presenti circa 650 soldati statunitensi nella Pituffik Space Base (ex base aerea di Thule), impiegati nel supporto alle missioni di difesa e controllo missilistico. Il numero di militari può variare, ma rimane sempre significativo. Perché l’isola è un tassello irrinunciabile per gli Usa tanto  per la difesa missilistica e la sorveglianza spaziale, quanto per l’architettura di difesa nordamericana e Nato.

Per far capire che Trump le spara grosse (e di ogni tipo: controlliamo, invadiamo, compriamo l’isola) ma non si è inventato nulla, confrontiamo le sue dichiarazioni con quelle di due suoi illustri predecessori che hanno rinnovato la cosiddetta Dottrina Monroe, che nel 1823 stabilì l’egemonia statunitense sulle Americhe e, in concetto più ampio, sul cosiddetto occidente. Proprio il presidente James Monroe disse: “Le potenze europee non devono più interferire negli affari delle Americhe”. Contrapposizione ai Paesi europei e “affari”, parole decisamente trumpiane. Nel 1904 Theodore Roosevelt aggiunse: “Comportamenti sbagliati nel continente americano richiedono l’intervento di polizia internazionale da parte di una nazione civilizzata”. E infine Donald Trump, nell’anno 2025: “Il dominio americano nell’emisfero occidentale non sarà mai più messo in discussione”.

Il cambio di narrazione degli Stati Uniti

Cosa è cambiato sul serio? Qualcosa che alle nostre latitudini non prendiamo sul serio: la narrazione. Il moltiplicarsi dei fronti caldi, il rafforzamento degli avversari e l’allontanamento di migliaia di giovani dal canone nazionale hanno portato gli Usa a modificare retorica e propaganda. Sia verso l’esterno sia sul fronte interno. A noi satelliti ora dicono che la storia non era mai finita e che dobbiamo pensare a difenderci da soli. Fermo restando che Nato e Usa non molleranno mai la loro perla europea, figurarsi i satelliti dell’Indopacifico.

Semplicemente ora Washington ci dice che dobbiamo contribuire al peso materiale dell’impero, pagando (dazi e ordini da aziende americane) o contribuendo alla difesa (riarmo), e che le guerre e le contese tra grandi potenze non erano mai finite.

Allora cosa faranno gli Usa in Groenlandia?

Lo stesso Trump provò già ad acquistare l’isola durante il suo primo mandato, ottenendo il netto rifiuto da Danimarca e comunità locali. Ad oggi l’opzione più percorribile dagli Stati Uniti resta la firma di un Compact of Free Association, dando vita a una sorta di protettorato capaci di garantire a Washington il totale dominio militare, la libera circolazione di persone e merci e diritti esclusivi di sfruttamento delle risorse naturali. In cambio gli Usa lascerebbero ai groenlandesi piena sovranità territoriale e ingenti sussidi economici.

C’è anche un’ipotesi più moderata che prevede un aumento della presenza militare americana sull’isola, senza che questa debba staccarsi dalla Danimarca o cambiare forma di governo. Si tratta tuttavia di un’opzione che, con ogni probabilità, si verificherà in ogni caso senza che Groenlandia o Copenaghen ottengano grossi contraccambi. Anche perché sarebbe in perfetta linea con quanto previsto dall’accordo firmato dal Regno di Danimarca e dagli Stati Uniti nel 1951, secondo cui i due paesi avrebbero collaborato nella difesa militare dell’isola. Specificando perfino il “libero accesso a navi, aerei e forze armate” statunitensi.

In questo modo in Groenlandia Washington ha predisposto la sua base militare principale e mosso liberamente soldati e mezzi, a patto che venisse (e venga) sempre consultato sia il governo locale sia quello danese. Di più: lo stesso tipo di accesso e mobilità militari veniva garantito anche agli eserciti degli altri Stati membri della Nato.

Il vero obiettivo resta la Cina (con Russia a traino)

La volontà americana di concentrarsi sulla tenuta del proprio continente spiega bene anche comportamenti che hanno (ahinoi) destato incredibile sorpresa generale, come l’apertura a concessioni territoriali alla Russia in Ucraina, un accordo commerciale pacificatore con la Cina e lo stemperamento formale del conflitto mediorientale. A conferma che sullo sfondo di ogni contesa locale o territoriale c’è sempre la competizione con le altre potenze, Pechino in primis.

Dicevamo della competizione per l’Artico. Il 20 settembre 2025 la compagnia cinese Haijie Shipping Company ha inaugurato un collegamento di navi portacontainer tra l’Estremo Oriente e l’Europa, dimezzando tempi e costi. Saltando di fatto la globalizzazione e sfuggendo così al controllo degli Usa. Lo scioglimento dei ghiacci artici dovuto al cambiamento climatico renderà presto navigabile per la maggior parte dell’anno una rotta commerciale e militare prima non percorribile. Una rotta presidiata da secoli da basi russe e ora aperte a investimenti e tecnologie cinesi. La Groenlandia è proprio lì, all’approdo di questa rotta. Come anche la coppia SveziaFinlandia di recente entrate nella Nato. Teorema verificato.

Autore

  • Maurizio Perriello

    Giornalista professionista e analista geopolitico. Collabora da anni con testate nazionali e internazionali. Autore del saggio "Pasolini incompiuto. I film mai realizzati". Laureato in Storia e Storia delle Arti.