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La guerra in Ucraina ha cambiato la nostra percezione del mondo. In Europa, dopo la Seconda Guerra Mondiale, pensavamo che i grandi conflitti e la Storia fossero finiti. Effetto della nostra natura di satelliti degli Stati Uniti, che ci hanno liberato e invaso e che tuttora sono rimasti con basi e decine di migliaia di militari.

Vista da una prospettiva più lucida, però, la guerra russo-ucraina non è che l’ultima tappa di un prolungato e continuo stato di conflittualità che dal 1914 (cioè dalla Prima Guerra Mondiale) è giunto fino a noi. Con analogie allarmanti, a partire da una corsa agli armamenti (che oggi chiamiamo riarmo) che i Paesi europei intraprendono “per sentirsi al sicuro”. Ma che, in realtà, può diventare un pericoloso preludio all’escalation.

Ogni generazione europea ha vissuto, o almeno temuto, un’epoca di eventi bellici, incluse Guerra Fredda e guerre balcaniche. Oggi si pone una domanda sulle altre: “Noi europei siamo in guerra?”. La formulazione non è retorica. A suggerirla sono l’aumentata percezione del rischio di uno scontro con la Russia, l’industrializzazione e la pianificazione della difesa, i dati, le incursioni di droni e le minacce ibride.

Cosa vuol dire essere in guerra?

L’epoca delle dichiarazioni di guerra firmate dai Capi di Stato e consegnate agli ambasciatori è sepolta. Nel Nuovo Millennio essere in guerra contro un altro Stato non è più una questione formale, ma puramente pratica. La Russia non ha mai dichiarato guerra all’Ucraina, né gli americani hanno mai ammesso di essere presenti sul campo con addestratori e membri dell’intelligence. Eppure le cose stanno così. Quando domandiamo “siamo in guerra?”, è fondamentale dunque chiarire cosa si intende per “guerra”. Nel mondo contemporaneo, non si tratta solo di truppe che avanzano: esistono modalità miste di offensive e azioni ostili. Si possono distinguere tre tipologie principali di conflitto, ovviamente complementari ed eseguibili contemporaneamente:

  • Guerra convenzionale – Combattimenti di terra, mare e aria tramite carri armati, truppe, flotte, aviazione. Nel caso degli strateghi europei (che devono sempre e comunque fare capo a Washington), si tratta di uno scenario rilevante nell’ambito della possibile espansione del conflitto russo-ucraino ai confini orientali della Nato.
  • Guerra ibrida – Violazione dello spazio aereo con droni, attacchi informatici, sabotaggi, propaganda. Un campo in cui la Russia è capace e che utilizza non certo per invadere l’Europa, quanto per tenere sempre alta la pressione sui padroni di casa americani.
  • Guerra economica e strategica – Sanzioni, dazi, ostacoli alle catene di approvvigionamento energetico, pressione su mercati e infrastrutture critiche. È la tecnica bellica più intrapresa dalle grandi potenze, perché fattibile “a distanza” e senza entrare in scontro diretto contro rivali nucleari.

Perché è importante una tale distinzione? Perché definisce esattamente la misura entro cui l’Europa – che non esiste come soggetto geopolitico ma unicamente come unione economica – può essere coinvolta in un conflitto. Se la guerra non ha più un’unica definizione tradizionale, allora potremmo essere chiamati a rispondere ad atti ostili con risposte altrettanto ostili, anche senza eserciti. Ricordando la premessa fondamentale: se noi europei, italiani o tedeschi che siano, saremo chiamati attivamente a operare in teatri di guerra (non coi fucili, ma ad esempio come personale di supporto o con navi militari), lo saremo perché ce lo hanno chiesto gli Stati Uniti.

L’Europa è in guerra? I dati sul riarmo

Nel marzo 2025, l’Unione Europea ha pubblicato il suo Libro Bianco (un documento ufficiale operativo, ndr) per rendere pienamente “pronta” la macchina della Difesa europea entro il 2030. Si inizia affermando che “l’Europa si trova ad affrontare una minaccia acuta e crescente” e che “l’unico modo per garantire la pace è essere pronti a scoraggiare coloro che vorrebbero farci del male”. Senza fornire prove della presunta minaccia, ma ascrivendole apertamente a Cina e Russia, Bruxelles espone nelle 22 pagine successive quello che è, di fatto, un piano di guerra. Sospinto com’è ovvio dagli Usa, che con Donald Trump hanno dichiarato e dimostrato di voler appaltare agli Stati membri gran parte degli oneri materiali ed economici della protezione del continente.

Nei prossimi anni l’Ue prevede di stanziare una cifra senza precedenti di 800 miliardi di euro per militarizzare ulteriormente una parte di mondo già massicciamente armata che, oltre ai minori eserciti europei, ospita oltre 40 basi e circa 84.000 militari americani. Senza dimenticare che ci sono oltre 600 testate nucleari sparse in tutto il continente. Abbiamo scritto “nei prossimi anni”, il che vuol dire che la minaccia (se c’è) non è così immediata come ogni tanto è paventata dalla propaganda euroamericana.

Se diciamo che l’Europa si prepara alla guerra, dobbiamo allora precisare che lo fa da anni. La spesa militare combinata dei membri Nato è notevolmente più alta rispetto a quella di altre nazioni. Nel 2021, all’interno del Fondo Europeo per la Difesa, per la prima volta il bilancio pluriennale 2021–2027 includeva una voce “Sicurezza e Difesa”, pari all’epoca all’1,2% del budget comunitario. I dati del 2024 mostrano che i Paesi alleati hanno speso 1.506 miliardi di dollari (il 55% del totale globale, di cui 343 miliardi nella sola Ue), rispetto ad esempio ai 314 miliardi di dollari della Cina (12% del totale globale) e ai 149 miliardi di dollari della Russia (5,5% del totale globale). Al di là degli investimenti in armamenti, l’obiettivo primario dell’Ue è aumentare le strutture condivise di cooperazione militare, al momento connesse fra loro dal solo comando statunitense. Per essere molto chiari: esiste anche un Fondo Europeo per la Pace che si occupa di gran parte dei finanziamenti e delle forniture d’armi garantiti all’Ucraina, che è in pratica un fondo “fuori bilancio”.

Il riarmo Ue è una questione industriale, non bellica

Peggio mi sento, come si suol dire, se si considera l’orizzonte della spesa militare europea patrocinata dalla Nato: entro il 2035. Con la Russia che dovrebbe aspettare i nostri comodi, nel caso ci volesse davvero attaccare. Nel vertice dell’Alleanza di giugno 2025, i Stati membri hanno deciso di portare dal 2% al 5% del Pil l’ammontare della spesa militare. La decisione è informale e non rappresenta un obbligo giuridicamente vincolante, più che altro un impegno politico da raggiungere entro dieci anni. Con una verifica sullo stato delle cose fissata al 2029.

La soglia del 5% è a sua volta divisa in due parti: il 3,5% riguarda la spesa per gli armamenti, il restante 1,5% è destinato a infrastrutture, telecomunicazioni e cybersicurezza. La vera differenza la fa dunque il primo numero, il 3,5%: nel giro di dieci anni dovremo passare dagli attuali 1.451 miliardi (dati 2024) a circa 1.750 miliardi di dollari nel 2035. Con tutte le incognite macroeconomiche legate alla variabilità del Pil dei vari Stati. E con tutte le differenze interne che fanno dell’Europa un’entità divisa e frammentata. Non proprio la piattaforma ideale per formare una difesa comune. Ve l’immaginate un contingente polacco comandato da ufficiali tedeschi o francesi? Ecco. La difesa comune europea esiste già ed è la Nato. Braccio armato degli Stati Uniti in Europa, così come l’Ue ne è il braccio politico.

Polonia e Stati baltici, ex colonie sovietiche e dunque nemici esistenziali della Russia, hanno raggiunto il 3,5% già da tempo e sfruttano l’occasione per riarmarsi fino ai denti. La loro posizione proprio al confine caldo produce esigente e strategie completamente diverse da quelle, ad esempio, dell’Italia, lontana migliaia di chilometri e protetta da catene montuose. O della Germania, smaniosa di ritrovare il ruolo di guida dell’Ue assegnatole dagli Usa a inizio millennio, riconvertendo la propria impareggiabile industria. O della Francia, sempre pronta a sostituire Washington come guida europea in ogni percepito momento di disimpegno americano.

Tutto questo suggerisce la vera natura del riarmo europeo indotto dagli Usa: una questione prettamente industriale e di conversione produttiva, non certo bellica operativa. Washington cioè si è stancata di provvedere materialmente alla difesa europea, dicendo che ora tocca a noi produrre le armi con il coinvolgimento diretto di mamma America. Con contratti multimiliardari che arricchiranno i contractor e gli apparati statunitensi, in piena fiction economicista chiesta dagli elettori di Trump.

La vera guerra (per gli Usa e noi) sarà nell’Indopacifico

Venendo al punto, la vera e potenziale guerra che vedrebbe noi europei effettivamente coinvolti non è contro la Russia, ma in Estremo Oriente. Il nodo di Taiwan è il fulcro del contenimento marittimo con cui gli Usa imbrigliano la Cina e le impediscono di uscire in mare aperto. Con l’estremizzarsi della competizione fra Washington e Pechino, il quadrante dell’Indopacifico sarà sempre più militarizzato. E chi chiameranno gli americani ad aiutarli materialmente? Le loro province, come qualsiasi altro impero. E cioè noi europei. Italiani in primis per quanto riguarda la parte navale, in cui eccelliamo. Non tanto per sparare, quanto per fungere da supporto ai veri decisori a stelle e strisce.

Ecco, il riarmo europeo va decisamente più in questa direzione e segue questo futuro scenario, piuttosto che puntare a una contesa aperta con la Russia. Con l’Ucraina in mezzo, a fare da vittima sacrificale e da laboratorio per la nuova guerra ibrida. Oltre che da elemento catalizzatore del cambio di paradigma del nostro tempo, in cui la pace non è più una realtà scontata come nel recente passato.

Autore

  • Maurizio Perriello

    Giornalista professionista e analista geopolitico. Collabora da anni con testate nazionali e internazionali. Autore del saggio "Pasolini incompiuto. I film mai realizzati". Laureato in Storia e Storia delle Arti.