Nonostante sia già un dato di fatto, ogni anno compaiono centinaia di studi in cui esperte ed esperti si impegnano a tracciare i contorni del digital addiction disorder, il disturbo nato dalle dipendenze digitali. Ci basta osservarci intorno: per strada, su un mezzo pubblico, in una sala d’attesa, in un supermercato, anche pericolosamente al volante l’utente tiene gli occhi sul suo smartphone, anche solo per un check fugace. Cosa ci sia di così importante su quello schermo è cosa nota: leggere un’email, scambiare messaggi con qualcuno, aggiornare il feed dei social, guardare un video. C’è tanto, tantissimo da dire.
Se vogliamo parlare di numeri, secondo un rapporto pubblicato da We are social nel 2024, nel mondo “l’utente medio di Internet ora trascorre 6 ore e 40 minuti online ogni giorno”, un dato superiore di 4 minuti rispetto all’anno precedente. Dettagli, questi, che ci restituiscono una visione ben chiara del globo: mediamente trascorriamo 1/4 della giornata con il capo chinato sui nostri dispositivi. Perché?
Le dipendenze digitali prima delle dipendenze digitali
Gli Usa. Lì viaggi “on the road” e sei sommerso di pubblicità di telefonini, che ti si offrono per conquistare un lavoro, un affare, una donna. Però l’uso è limitato, pudico. Non si vedono negli aeroporti, nelle stazioni, quelli che, come gli italioti, in un giardino di cabine a gettone dicono a caa, con dura tariffa telefoninica, “fra poco parto”, o “fra poco sono lì”. Da noi c’è il telefonino di massa, il telefonino continuo, l’orgia, la dipendenza da telefonino.

“L’Italia s’arrende al telefonino”, le dipendenze digitali nel 1993 secondo La Stampa
È l’11 agosto 1993, quando La Stampa pubblica questa disamina sull’avvento dei telefoni cellulari con la firma di Gian Paolo Ormezzano. Colpiscono altri dettagli, come l’ironia grottesca sul “‘chez nous’ verso il telefonino incorporato alla nascita” o sulle “ecografie dei feti” che “riveleranno una preziosa escrescenza ad un orecchio”. È certamente suggestivo, inoltre, leggere che già dal 1993 ci si domandava: “Ma come facevamo a vivere ‘prima’?”.
In un articolo pubblicato qualche mese prima, il 4 gennaio, in una nota Ansa “il telefonino” viene indicato come “ambito status symbol degli anni ’90”. Qualche anno dopo, il 15 aprile 1993, Stefano Bartezzaghi sul quotidiano torinese scrive:
Di una comodità impensabile, ha dato carne e anima al sogno di essere sempre reperibili, di poter chiamare o essere chiamati ovunque. Per alcuni questa condizione è una buona approssimazione dell’inferno (a cui si accedde per una strada notoriamente lastricata di buone invenzioni); altri non l’avevano ancora finito di acquistare e il telefonino gli era già irrinunciabile; questi altri sono di gran lunga la maggioranza.
Mettendo insieme queste premesse, poste nero su bianco da giornaliste e giornalisti, arriviamo a uno studio pubblicato nel 2002 sul Journal of Psychopathology in cui si parlava di trance dissociativa da videoterminale e dipendenza da Internet. Fenomeni che certamente a cavallo tra la fine degli anni ’90 e i primi 2000 abbiamo conosciuto nella loro fase embrionale ma che oggi, con la tecnologia avanzata di cui tutte e tutti disponiamo, si presentano come una sommatoria di tutto ciò che abbiamo appena scritto.
Facciamoci caso: oggi è ben più raro che il nostro smartphone venga usato per effettuare o ricevere telefonate. I primi requisiti che cerchiamo sono la capacità della memoria, la qualità della fotocamera le specifiche in termini di processore e velocità e – perché no – i pollici dello schermo. Per la maggior parte del tempo scrolliamo il feed dei reel, scambiamo messaggi sui vari servizi di chat (WhatsApp, Instagram Direct, Telegram, Facebook Messenger) e ci scattiamo foto. Nel peggiore dei casi le telefonate avvengono in viva voce senza badare troppo alla presenza di altre persone che potrebbero risentire di quelle frequenze emesse dagli altoparlanti. Insomma, l’utilizzo è continuo e compulsivo, a prescindere dalle fasce d’età.
La digital addiction: cos’è
Lo dice la parola stessa: la digital addiction è la dipendenza da tutto ciò che è digitale. E l’intero mondo di applicazioni sviluppate per accelerare e semplificare l’intrerconnessione è tutto sul nostro smartphone. Per forza di cose, a subire maggiormente il fascino del pianeta digitale sono “bambini e adolescenti la cui neurobiologia dello sviluppo li rende particolarmente inclini all’uso problematico di tali dispositivi”, si legge in uno studio dei ricercatori di Healthcare pubblicato sulla National Library of Medicine nel 2023.
Perché subire il fascino dell’interconnessione porta inevitabilmente a subirne anche le conseguenze. Secondo lo stesso studio, tra gli effetti della sovraesposizione all’uso dei dispositivi digitali si parte con momenti di disattenzione per poi continuare con deficit cognitivi e, nel peggiore dei casi, con un calo della salute mentale e fisica.
Le conseguenze dell’eccessiva esposizione
La velocità delle connessioni ha inevitabilmente i suoi vantaggi. Oggi si accorciano le distanze con gli affetti lontani, è possibile effettuare una transazione bancaria con un semplice tap, lavorare dalla propria stanza e accedere a centinaia di migliaia di contenuti multimediali a portata di mano, dai film alla musica in streaming. E certamente ne stiamo trascurando ben altri della stessa importanza.
Se nel paragrafo precedente abbiamo fatto riferimento alle conseguenze sulla nostra salute, a questo giro non possiamo trascurare che un effetto collaterale dell’interconnessione è la privazione della libertà. Viviamo in un’epoca in cui la reperibilità si apprende sin dalla prima giovinezza e si traduce, inevitabilmente, nei tessuti comunicativi del mondo del lavoro.
Del burnout si parla da molto prima dell’avvento dell’era digitale, ma non possiamo negare che l’interconnessione abbia estremizzato il problema. Lavoratrici e lavoratori, impiegate e impiegati, professioniste e professionisti perdono il diritto al riposo e alla disconnessione, ora per iniziativa di chi dà loro il lavoro – “Scusa l’orario, solo una cosa”, ad esempio – o di clienti, colleghi, collaboratori e altro ancora. Nella maggior parte dei casi gli effetti vengono fuori nelle forme dell’ansia sociale, disturbi nella digestione e nel sonno, irritabilità e sempre maggiori difficoltà nella concentrazione e nella cura per la propria persona.
Il gambling
Il gioco d’azzardo è sempre esistito, ma nell’universo digitalizzato il fenomeno è in continua espansione. Il gambling è spesso motivato dalla rincorsa del successo economico stimolata, talvolta, da altri fenomeni presenti sui social come presunti guru delle criptovalute o altre offerte di guadagno facile e immediato.
Il gambling è nient’altro che l’evoluzione del gioco d’azzardo tradizionale: chi gioca investe del denaro con la speranza di un ritorno economico più consistente, frutto di una vincita. Il web ospita una grande cifra di piattaforme le quali, proprio perché si trovano sul web, risultano accessibili da ogni dispositivo e in qualsiasi ora del giorno. E ciò, agli utenti più sensibili, può creare dipendenza. Non è un caso se l’Organizzazione Mondiale della Sanità, nel 2018, ha inserito la voce “gioco d’azzardo prevalentemente online” tra i disturbi, appunto, da gioco d’azzardo.
Fonti
- Redazione (2024). Dipendenza da smartphone, ogni anno passiamo 3 mesi di vita davanti al cellulare. Repubblica.
- V. Turrini (2024). Digital 2024 – I dati globali: sono 5 miliardi gli utenti sui social media. We are social.
- G. P. Ormezzano (1993). L’Italia s’arrende al telefonino. La Stampa.
- Nota Ansa (1993). Il cellulare ha ucciso mia moglie. La Stampa.
- S. Bartezzaghi (1996). Il cellulare “cuoce” il cervello. La Stampa.
- I. Zanon, I. Bertin, A.Fabbri Bombi, G. Colombo (2002). Trance Dissociativa e Internet Dipendenza: studio su un campione di utenti della Rete. Journal of Psychopatology.
- K. Ding, Y. Shen, Q. Liu,, H. Li (2023). The effects of Digital Addiction on brain function and structure of children and adolescents: a scoping review. National Library of Medicine.
- H.J. Freudenberger (1981). Burn Out. How to beat the high cost of success. Bantam Books.



